Cultura

Europa, alla ricerca dell'identità perduta

Il filosofo Tzvetan Todorov ci ricorda che la pluralità e la diversità di culture sono per il Vecchio Continente e suoi popoli un’eredità e una prospettiva


10/06/2019

di Giambattista Pepi


“Il continente europeo porta il nome di una giovane, Europa: è di origine straniera, senza radici, un’immigrata involontaria, lontano dal centro delle terre, su un’isola. I cretesi ne fanno la loro regina; gli europei il loro simbolo. Il pluralismo delle origini e l’apertura agli altri sono diventati l’emblema dell’Europa”. In un momento in cui l’Europa sta vivendo una crisi identitaria senza precedenti, il filosofo bulgaro naturalizzato francese Tzvetan Todorov ci ricorda nel suo libro L’identità europea (Garzanti, pagg. 94, euro 4,90) che la pluralità e la diversità di culture sono per il nostro continente e per i popoli che lo abitano un’eredità e una prospettiva. 
Nell’opera (tradotta dal francese a cura di Emanuele Lana) il filosofo (nato a Sofia il 1° marzo 1939 e morto a Parigi il 7 febbraio 2017) sostiene la tesi secondo la quale la grande sfida che attende noi europei sta proprio nel riconoscere come proprio nel pluralismo abbia trovato terreno fertile la libertà di pensiero e di giudizio di cui godiamo. Questo è il nostro incommensurabile e inestimabile tesoro che, ora più che mai, siamo chiamati a tutelare. 
Già, ma da dove ricominciare? Da diversi anni l’Unione europea, come confederazione tra 28 Stati membri (compreso il Regno Unito che continua a farne parte fino a quando non uscirà formalmente dall’Ue tanto che alle elezioni svoltesi nei giorni scorsi ha eletto propri rappresentanti al Parlamento europeo) sta vivendo una stagione travagliata: una parte delle popolazioni europee è scontenta perché ritiene che le istituzioni (Parlamento, Consiglio e Commissione) siano distanti e sorde e inadeguate le policy in materia di sviluppo, lavoro, sicurezza, benessere; dall’altra parte, alcuni Stati sono insofferenti alle regole contenute nei Trattati e nei Patti (quella del debito, ad esempio, che non deve superare il 60% del Pil è tra le più criticate e non soltanto dall’Italia) che considerano anacronistiche e, per di più, applicate in modo non equanime. E quindi l’Ue come realtà sovranazionale economica, giuridica e amministrativa è oggi sul banco degli imputati. 
Il nuovo Parlamento europeo appena eletto e la futura Commissione dovranno pertanto rimboccarsi le maniche e cambiare il passo adeguandolo alle aspettative e alle esigenze sia delle popolazioni, sia degli Stati membri. 
In questo processo di rilancio dell’Ue un ruolo importante - come sottolinea l’autore - può essere svolto dalla dimensione culturale e spirituale dell’Europa. “Il sentimento di un’identità comune darebbe maggiore forza al progetto europeo. Utilizzando il vocabolario del XVIII secolo si direbbe che un’idea politica accresce la sua efficacia se è sostenuta non solo da interessi comuni, ma anche da passioni condivise che si mettono in moto solo se ci sentiamo toccati nella nostra identità”. 
A definire l’identità dell’Europa ci hanno in verità provato in tanti. Dal poeta Paul Valèry (che vede alle radici dell’identità europea l’influenza dei greci, dei romani e del cristianesimo) all’intellettuale svizzero Denis de Rougemont (che aggiunge tra i fattori alla base dell’identità europea anche la dottrina del bene e del male ereditata dai persiani, l’idea dell’amore che promana dai poeti arabi e il misticismo proprio dei popoli celti) fino all’illuminismo (la sovranità del popolo e l’autonomia dell’individuo) e all’umanesimo (l’uomo è il fine di ogni azione umana). Tutto vero, ma i tratti rilevati da Valèry, Rougemont e altri non bastano a individuare un’identità europea che tutti riconoscano e condividano vista la pluralità delle tradizioni nazionali e regionali. 
Secondo Todorov “l’idea di costituire un canone culturale europeo, comune e immutabile, è insostenibile”. E allora? Il filosofo avanza un’ipotesi interessante: “L’unità della cultura europea consiste nella sua maniera di gestire le diverse identità che la costituiscono a livello regionale, nazionale, religioso e culturale, accordando loro uno statuto nuovo e traendo profitto da questa pluralità. La pluralità, dunque, è un valore come esattamente veniva percepito da grandi pensatori del passato: da Montesquieu a Voltaire fino a Hume”. 
L’Europa è una terra di pluralismo come lo fu del resto in passato la Grecia, perché entrambe hanno saputo coltivare la libertà e la scienza. Al pluralismo come valore se ne aggiunge un altro: l’apertura verso gli altri. In questo modo le differenze pure esistenti tra le nazioni e i popoli europei diventa identità e la pluralità unità. È, pertanto, questo concetto di identità che può essere assunto dall’ Unione europea e contribuire al rafforzamento del suo progetto. 
In passato, purtroppo, come la storia ci insegna, l’Europa è stato il continente più di ogni altro dilaniato dalle guerre. Fino a quando, alla fine della Seconda guerra mondiale, proprio i Paesi che erano stati storicamente in conflitto (Francia e Germania) gettarono le basi dell’attuale Unione (ne avrebbero fatto parte anche Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo) stabilendo il ripudio della guerra come strumento per la risoluzione di eventuali nuove controversie che fossero potute sorgere in ordine al perseguimento ed alla tutela degli interessi degli Stati che gli stavano dando vita. 
Grazie all’accettazione di questo principio, i Paesi dell’Unione europea hanno goduto di un prolungato periodo di pace (settantaquattro anni) senza eguali nella precedente storia europea. Gli europei insomma hanno imparato a coesistere pacificamente esplorando a loro vantaggio le opportunità della condivisione di un progetto di unificazione politica ed economica. L’Europa, dunque, non è una nazione, ma una forma di coabitazione tra nazioni. 
In questo senso, l’Unione europea incarna un modello di cosmopolitismo diverso da tutti gli altri esistenti in passato o nell’età contemporanea (Stati multinazionali come la Russia o l’India o Stati dalla popolazione molto diversa come la Cina e gli Stati Uniti) poiché integra ma non soffoca o sopprime le diverse maniera di vivere, le alterità culturali. Un esempio? Il rapporto tra il diritto e la forza pubblica (polizia): tutti gli Stati europei hanno integrato degli elementi del diritto comunitario, e questo allargamento consente di accedere a una maggiore giustizia, ma nessuno ha rinunciato alla propria polizia nazionale. 
Per queste ragioni, secondo Todorov, “sarebbe auspicabile un rafforzamento della direzione politica dell’Unione”. 
Gli ambiti in cui questa azione unitaria sarebbe utile sono numerosi. Nel campo dell’ecologia, della ricerca scientifica, dell’immigrazione, dell’economia, della sicurezza e dell’energia. Ma com’è noto, in questi e in altri ambiti, il potere decisionale resta nelle mani dei governi nazionali. “Anche nelle iniziative europee, l’influenza predominante è esercitata non dal Parlamento (europeo - ndr) eletto, ma dal Consiglio che riunisce i capi di Stato membri. Purtroppo questa situazione non è destinata a cambiare: le élite politiche di ogni Paese preferiscono mantenere il loro potere locale, per quanto limitato, piuttosto che rischiare di perderlo a livello europeo. I popoli avrebbero interesse a una maggiore integrazione in seno all’Unione europea ma non possono promuoverla direttamente, e ci sono poche speranze che si sollevino (…)”. E proprio la debolezza dell’integrazione spiega l’assenza di solidarietà – che abbiamo toccato con mano negli ultimi anni a proposito della gestione dell’immigrazione – tra i popoli europei. “Ma questa solidarietà può nascere solo se i popoli provano un sentimento di responsabilità gli uni verso gli altri, e tale sentimento deriva a sua volta dalla partecipazione democratica, dalla scelta comune di un destino”. 
Fino a qualche decennio fa, la questione europea è stata situata all’interno dell’Occidente, entità formata dall’Europa dell’Ovest e dagli Stati Uniti. Conclusa la Seconda guerra mondiale, l’Occidente era unito dalla condivisione degli stessi valori e della stessa cultura (lo spirito dell’illuminismo e l’umanesimo, il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali dell’uomo, lo Stato di diritto) e si contrapponeva al totalitarismo incarnato dall’Unione Sovietica e dai Paesi satelliti riuniti nel Patto di Varsavia. 
Con il crollo del Muro di Berlino, la riunificazione della Germania e la dissoluzione dell’Urss, l’idea di Occidente come l’avevamo conosciuta e vista per decenni diventa pallida. Senza un “nemico” da cui difendersi, scomparsa la minaccia sovietica, tra Europa e Stati Uniti si creò una crepa. Che, con il passare degli anni, lungi dal ricomporsi, si è andata allargando. Oggi gli interessi geo-politici ed economici hanno nei fatti portato Europa e Stati Uniti se non a contrapporsi, a divergere nelle posizioni e nei ruoli rispetto a quanto è avvenuto nel mondo dopo il 1989, cioè all’indomani del crollo del muro di Berlino e della fine dell’Unione Sovietica: i rapporti con l’Islam ed il terrorismo fondamentalista, la crisi del Medio Oriente, l’ascesa della Cina e di altre potenze economiche asiatiche. Solo che, a differenza degli Stati Uniti, specie sotto le presidenze di Bush, Obama e adesso Trump, l’Europa non nutre più mire espansionistiche e quando si è trovata a valutare se condividere o meno le scelte di politica estera assunte da Washington, come, ad esempio, nella cosiddetta “guerra al terrorismo”, lo ha fatto lacerata dai dubbi e dalle reticenze e con posizioni diversificate al suo interno da parte delle cancellerie più influenti: Londra è stata quasi sempre solidale con gli Stati Uniti, la Francia è stata sovente contraria,  riluttante quando non ostile la Germania, ondivaghe Spagna e Italia. 
“La spiegazione di questa scelta europea – dice Todorov – è da cercare non tanto in un maggiore attaccamento alla virtù, quanto in una presenza più forte del passato e delle sue ripercussioni”. Hanno pesato e molto sull’Europa le due guerre mondiali che hanno distrutto il Vecchio Continente e ne hanno minato per sempre la sua egemonia nel mondo. 
Oggi la coesistenza pacifica tra gli Stati e le popolazioni all’interno dell’Unione europea ne fa un modello che potrebbe essere indicato come un esempio virtuoso di convivenza rispettosa del pluralismo e delle identità anche per altre regioni del mondo. Ad esempio il Medio Oriente. 
L’Europa, pertanto, potrebbe costituire un embrione di una nuova Società delle Nazioni destinata ad assorbire tutti i paesi della Terra. Il condizionale è d’obbligo perché l’Unione europea deve prima superare le paure, i sospetti, le diffidenze che hanno ostacolato i rapporti tra gli Stati membri in molte occasioni, in passato e anche recentemente, prima di potersi legittimamente proporre come un’organizzazione civile universale. E se guardando alle turpitudini del passato, l’Europa non è stata un esempio di civiltà, potrebbe esserlo in futuro, grazie proprio alle scelte che noi europei compiremo.

(riproduzione riservata)