Entro aprile arriverà il rendiconto su costi e oneri dei fondi bancari
16/03/2026

Entro il 30 aprile banche e intermediari invieranno ai clienti il rendiconto annuale su costi e oneri previsto dalla normativa europea MiFID II. È il documento che riporta, in euro e in percentuale, quanto è stato pagato nell’anno precedente per fondi, gestioni e altri strumenti finanziari: commissioni di gestione, costi di prodotto, oneri di distribuzione e servizi accessori.
Per molti risparmiatori è una comunicazione che viene archiviata rapidamente. Eppure riguarda una quota rilevante della ricchezza privata: secondo Banca d’Italia il risparmio gestito rappresenta circa il 30% delle attività finanziarie delle famiglie italiane, con oltre 11 milioni di sottoscrittori di fondi nel Paese. In altre parole, milioni di persone riceveranno nelle prossime settimane un documento che dice esattamente quanto hanno pagato per investire.
La questione è meno tecnica di quanto sembri: i costi sono l’unica variabile certa di un investimento. Vengono applicati ogni anno, indipendentemente dall’andamento dei mercati, e incidono direttamente sul capitale e sugli interessi composti. Per avere un ordine di grandezza: su un capitale di 100.000 euro, una differenza del 2% annuo nei costi può tradursi, su un orizzonte di circa vent’anni, in oltre 40.000 euro di capitale finale in meno, a parità di rendimento lordo. È l’effetto cumulativo delle commissioni nel tempo.
“Il rendiconto su costi e oneri è uno dei pochi momenti in cui il risparmiatore vede nero su bianco quanto ha pagato davvero,” spiega Francesco Casarella, fondatore di Colazione a Wall Street e ideatore di SOSBanca, portale con accesso gratuito pensato per aiutare a leggere e confrontare i costi dei fondi partendo da dati pubblici. “Il problema non è la mancanza di informazioni, ma la loro comprensibilità. Si tratta della cosiddetta asimmetria informativa. Tra avere un numero e capirne l’impatto reale sul proprio futuro finanziario c’è ancora un gap significativo. Senza contare che spesso queste informazioni sono molto difficili da individuare in documenti lunghi e complessi”.
Le analisi dell’Autorità europea ESMA evidenziano come i costi complessivi dei prodotti retail possano variare sensibilmente in base alla struttura del fondo e al canale distributivo. Inoltre, secondo le rilevazioni SPIVA, su orizzonti superiori ai 3-5 anni oltre il 90% dei fondi attivi non riesce a battere il proprio indice di riferimento. Un dato che rende ancora più centrale la valutazione della struttura dei costi.
Il documento che arriverà entro aprile può diventare un’occasione concreta di verifica. Prima di archiviarlo, è utile soffermarsi su alcuni elementi chiave.
1) Il costo “annuo ricorrente” (spese correnti / ongoing charges)
È il numero che ti dice quanto “paga” il prodotto ogni anno per funzionare. Non è l’unico costo, ma è quello che pesa sempre, anche quando non fai nulla.
2) I costi “una tantum”: ingresso, uscita, performance fee
Spesso “invisibili” perché scritti in modo tecnico. Vanno letti bene: anche un costo una tantum può cambiare parecchio il risultato se entri/esci dal fondo in pochi anni.
3) Il profilo di rischio (SRRI) e cosa significa davvero
Un fondo con rischio più alto non è “meglio”: significa solo che può oscillare di più. Il rischio è un prezzo emotivo prima ancora che finanziario.
4) L’obiettivo dichiarato e il benchmark
Se un fondo dice di puntare a battere un indice, allora è legittimo chiedersi: ci riesce davvero, al netto dei costi? E soprattutto: lo fa con continuità?
5) La coerenza tra categoria e “quello che hai in portafoglio”
Due fondi “della stessa categoria” possono avere esposizioni e stili diversi. La categoria è un’etichetta: va capito cosa c’è dentro.
6) Il costo della “complessità”
Più il prodotto è complicato, più è facile che tu non riesca a controllarlo. E quando non controlli, spesso paghi.
7) Il confronto con alternative della stessa categoria
Non per “fare la guerra” a qualcuno, ma per una regola di buon senso: prima si confronta ciò che è comparabile, poi si decide.
8) Dove si trovano queste informazioni
Le informazioni sono già disponibili nei documenti informativi (KID/KIID e prospetti): il problema è che spesso sono frammentate, espresse con termini tecnici e poco “confrontabili” per chi non vive di finanza. È da qui che nasce l’esigenza di strumenti che traducano e mettano a confronto dati pubblici in modo più leggibile, senza trasformarsi in “consigli per gli acquisti”.
In questo contesto si inserisce SOSBanca, il portale ideato da Colazione a Wall Street, supportato dall’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di rendere più leggibili e confrontabili i costi dei fondi comuni partendo da dati pubblici. Il funzionamento è semplice: l’utente può inserire il codice ISIN di un fondo o caricare il relativo KID, e il sistema restituisce una sintesi strutturata dei costi annuali, del rischio dello strumento e delle principali caratteristiche del prodotto, compresi i rendimenti storici.
Accanto a questa analisi, la piattaforma consente di individuare strumenti comparabili della stessa categoria, facilitando un confronto sulle strutture di costo, che molto spesso evidenziano la possibilità di un notevole risparmio su base annua. Si tratta di di uno strumento informativo che aggrega e traduce dati già disponibili nei documenti ufficiali, con l’obiettivo di ridurre l’asimmetria informativa tra intermediario e cliente.
“Non si tratta di demonizzare i fondi o suggerire cambi automatici”, aggiunge Casarella. “Si tratta di riportare il costo al centro della valutazione, perché è la variabile più concreta e certa che un investitore può controllare”.
Il rendiconto sui costi e oneri non è solo un adempimento normativo: può diventare un momento di verifica reale del proprio portafoglio. In un mercato in cui milioni di italiani investono tramite fondi e gestioni, la differenza tra sapere che esistono delle commissioni e sapere quanto stanno incidendo davvero sui propri obiettivi finanziari può valere, nel tempo, decine di migliaia di euro.
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