Di Giallo in Giallo

Due omicidi: uno ad Aosta, l'altro a Roma. E a indagare รจ il ruvido quanto indisciplinato Rocco Schiavone

In altre parole l’azzeccato personaggio uscito dalla penna di Antonio Manzini. Nel mirino anche l’abilità narrativa di Angela Marsons, Massimo Torre e Theodore Mathieson


09/10/2017

di Mauro Castelli


Antonio Manzini. Di lui avevamo scritto un gran bene prima che il suo azzeccato personaggio, il burbero quanto indisciplinato vicequestore Rocco Schiavone, assurgesse agli onori televisivi su Rai2. Proponendosi a quella platea allargata di spettatori che solitamente proietta l’autore in orbita, regalandogli grande notorietà. Nel nostro caso grazie anche all’azzeccata interpretazione di Marco Giallini. Basti ricordare - divagando - la strage di fans che si era portato a casa sin dalla prima serie Salvo Montalbano, il commissario uscito dalla penna di Andrea Camilleri, che pure all’inizio aveva dovuto faticare parecchio per accasarsi ai piani alti della narrativa di settore. Come ebbe infatti a confidarci la compianta Elvira Sellerio, i suoi primi libri viaggiavano in perdita, vale a dire ben al di sotto delle mille copie vendute.
Diverso per contro il discorso su Manzini, che sin dalle prime puntate del suo straordinario personaggio si era guadagnato un meritato interesse sugli scaffali. Già, Manzini. Un autore che in primis sa scrivere, ma soprattutto sa farlo con la dovuta leggerezza e profondità. Regalando sorrisi e al tempo stesso facendo riflettere. Dando voce a personaggi che lasciano il segno, come appunto il citato vicequestore, un uomo burbero e geniale, spigoloso quanto intuitivo, cinico quanto violento, ma con un grande fiuto investigativo. Pregi e difetti che si alternano, catturando e intrigando il lettore. 
Un protagonista peraltro in predicato di tornare in Tv, sempre interpretato da Giallini e con lavori in corso, in quanto la prima stagione si era conclusa con un finale aperto: che aveva cioè visto il nostro protagonista scovare l’identità dell’assassino di Adele, morta al suo posto a causa di uno scambio di persona: ovvero il fratello di chi aveva sparato a sua moglie, uccidendola. E appunto questi risvolti (c’è da ritenere) troveranno una risposta in Rocco Schiavone 2
Schiavone, si diceva, che intanto viene riportato in libreria da Manzini per la sesta volta in Pulvis et Umbra (Sellerio, pagg. 404, euro 15,00), un titolo le cui parole si rifanno a un verso del poeta latino Quinto Orazio Flacco, volte a delineare la caducità del nostro quotidiano, la dura realtà della fine che tutti ci attende. 
Ma non lasciamoci fuorviare da un pessimismo di facciata, in quanto sono ben altre le angolature vincenti di Manzini, nato a Roma il 7 agosto 1964, dove ha frequentato il liceo classico e si è iscritto a Giurisprudenza, per poi fermarsi “all’esame di Diritto privato in quanto era arrivata la chiamata dall'Accademia”; lui che in gioventù - repetita iuvant, tanto per far da eco erudita al titolo del romanzo che stiamo proponendo - suonava la batteria in un gruppo musicale che puntava su Londra (“E ancora continuo a farlo. Ma ora ne ho acquistato una muta, in quanto il rumore dei tamburi e dei piatti non trova estimatori in casa...”). Lui che ha fatto l’attore e molto altro per 25 anni, sin quando, “disamorato”, decise di dedicarsi a tempo pieno alla narrativa (“Con qualche puntata sulle sceneggiature”); lui che più di sei anni fa si è trasferito in campagna, fra la Capitale e Viterbo, dove vive con la moglie Toni Tommasi e i suoi adorati cani. 
Che altro?  Per inquadrare ulteriormente il personaggio ricordiamo che Manzini (niente hobby, se non un debole dichiarato per lo sci) aveva iniziato a inventarsi testi per il teatro, “che non faceva leggere a nessuno”, per poi esordire nella narrativa con un racconto scritto a quattro mani con Niccolò Ammaniti per l’antologia Crimini. Successivamente, e siamo nel 2005, eccolo proporsi da solista con Sangue marcio (“A spingermi a dare voce a questo romanzo fu l’editore Fazi, dopo aver letto un monologo senza nome che avevo scritto su un serial killer”). Salvo poi concedere il bis, tempo due anni, con La giostra dei criceti (Einaudi Stile libero). A seguire, dopo essersi accasato in Sellerio, avrebbe partorito la serie legata a Rocco Schiavone (un uomo irrequieto che non disdegna di farsi, complice l’avvenuto omicidio della moglie Marina), iniziata con il romanzo Pista nera (2013), proseguita con La costola di Adamo (2014), Non è stagione (2015), Cinque indagini romane per Rocco Schiavone e 7-7-2007 (entrambi pubblicati lo scorso anno). 
E ora eccolo nuovamente in libreria con Pulvis et Umbra, dove Pulvis sta per la polvere che la fa da padrone nella casa romana di Schiavone, ormai disabitata da tempo, ma anche o forse soprattutto quella che tiene banco nel suo privato, mentre Umbra rappresentano le ombre legate al ricordo di sua moglie Marina (che si sono andate sempre più sfumando durante il suo esilio in Valle) e di quelle più inquietanti di Enzo Baiocchi, in fuga dal carcere di Velletri, un delinquente ancora pericoloso e in cerca di vendetta.
In buona sostanza questo romanzo si nutre di due strani omicidi. Il primo di una trans ad Aosta (dove il nostro vicequestore, come è noto ai lettori, è stato trasferito per aver massacrato di botte un altolocato violentatore seriale di ragazzine) e il secondo nella Capitale (dove nella Pontina due cani pastore trovano il corpo di un uomo contrassegnato da uno strano messaggio). In altre parole nei due luoghi dove ha tenuto banco la vita di Schiavone e dove si riannodano i fili della vicenda lasciata in sospeso alla fine di 7-7-2007.
Ovviamente le due storie, e le relative indagini, si sviluppano in parallelo, ma partendo da angolature diverse. In effetti nel primo caso le ricerche si smarrisconourtando contro identità nascoste ed esistenze oscurate”, mentre nel secondo la vicenda si rifà a un vecchio coagulo di vendette. In entrambi i casi Schiavone ci si trova invischiato in prima persona. E proprio quando il fantasma della moglie Marina sembra battere in ritirata, “mentre l’agente Caterina Rispoli rivela un passato che chiede tenerezza e un ragazzino solitario risveglia sentimenti paterni inusitati, quando quindi la ruvida scorza con cui si protegge è sfidata da un po’ di umanità intorno, le indagini sospingono il nostro detective a lottare contro le sue ombre. Che cerca di afferrare prima che si trasformino in polvere. La polvere che lascia ogni tradimento”.

Voltiamo libro. Del suo primo thriller, Urla nel silenzio, avevamo sottolineato che era così ben scritto da pensare che non fosse opera di una esordiente. Un lavoro ben costruito, ricco di incastri sorprendenti, sorretto da una solida intelaiatura. Il secondo, Il gioco del male, sempre imbastito sulla detective Kim Stone, ci è invece sfuggito. Non così il terzo, La ragazza scomparsa (pagg. 377, euro 9,90, traduzione di Erica Farsetti e Renata Moro), pubblicato per la prima volta nel 2015 e ora arrivato sui nostri scaffali sempre per i tipi della Newton Compton.
Come forse si sarà capito stiamo parlando dell’inglese Angela Marsons, una penna raffinata e intrigante che sa come incantare il lettore: tratteggiando personaggi che lasciano il segno, puntando sul ritmo e la suspense, dando voce a una trama che cattura. In altre parole giocando a rimpiattino con un incubo: quello legato all’improvvisa sparizione di due bambine di nove anni, compagne di giochi. Un rapimento confermato da un messaggio inviato alle rispettive famiglie e seguito da un secondo ancora più inquietante: soltanto la coppia che offrirà il riscatto più alto potrà riabbracciare la figlia. 
Una bella gatta da pelare per Kim Stone (un personaggio che mostra passione in quel che fa a fronte di una vera sete di giustizia, anche se…) e la sua squadra, in quanto i rapitori potrebbero trasformarsi in spietati assassini. Da qui la necessità di agire in fretta, cercando di scovare lo non facile pista che potrà portare alla soluzione del caso. E ancora una volta, com’è nello stile della Marsons (un’autrice da oltre due milioni di copie, pubblicata in 25 Paesi), la vicenda si rifà al passato. Un passato che, secondo una logica ormai consolidata, nasconde subdolamente le radici del male. In altre parole oscuri segreti che, se si vorrà trovare il bandolo della matassa, non potranno più restare sepolti nel dimenticatoio degli interessati. 
Insomma, un altro viaggio emozionante in una storia dai risvolti imprevedibili, a fronte di argomenti scomodi e difficili da digerire (come annota la stessa autrice). Fermo restando l’interesse dell’autrice a capire “in che modo gli eventi possono influenzare il nostro comportamento”, a rendersi conto di come possa agire un essere umano quando si trova a far di conto con una enorme pressione. Per questo eccola chiedersi: “Rimaniamo fedeli alla persona che crediamo di essere, oppure a prendere il sopravvento è qualche innato impulso primordiale, soprattutto se di mezzo ci sono i bambini?”. 
Angela Marsons, si diceva, che prima di arrivare in libreria si era dovuta accontentare dei complimenti contenuti nelle lettere degli editori, che si concludevano regolarmente con quella brutta parolina: purtroppo… Lei che ha sostenuto di aver amato giocare con le parole sin da piccola, in quanto affascinata dalla scrittura. Salvo poi ammettere: “Forse sbagliando, per anni mi sono però dedicata a storie basate su luoghi di fantasia, a creare personaggi sviluppati a beneficio del pubblico, a dare voce a trame che ritenevo di facile accesso. Sin quando ho deciso di voltare pagina, puntando su una protagonista non sempre simpatica, messa in scena negli stessi luoghi dove vivo in compagnia di un labrador e di un pappagallo. Per non parlare della mia compagna Julie Forrest, il mio più feroce critico”.

Altra meritata segnalazione, sia pure con colpevole ritardo (la pubblicazione di questo libro risale infatti al giugno scorso), è quella relativa a La giustizia di Pulcinella (edizioni e|o, pagg. 214, euro 16,00), un romanzo di piacevole lettura e per palati fini firmato da Massimo Torre, nato a Napoli nel 1958. Di piacevole lettura si diceva, la qual cosa non deve sorprendere in quanto Torre (che oggi vive a Roma) si propone sceneggiatore di film e serie televisive di successo. La qual cosa implica una mano calda. 
Ma veniamo al dunque. A tenere la scena di questo lavoro è ancora una volta Pulcinella, già proposto nel 2014 in Chi ha paura di Pulcinella? e poi riproposto l’anno successivo in Uccidete Pulcinella. Ma chi è in realtà Pulcinella? Una specie di burattino in carne e ossa, di fatto una bestia nera per la malavita. In altre parole un personaggio esperto in arti marziali nonché hacker abilissimo, che per non farsi riconoscere porta una maschera di cuoio con il naso a becco. E come un inafferrabile eroe dei fumetti è in grado di proteggere la sua zona, ovvero il rione Sanità, dove la camorra (e non solo) la fa da padrone. Lui che “è nemico degli inermi, degli onesti, dei generosi, dei solidali con i diseredati, ma anche delle lobby e di chi vuole un mondo di asserviti. Un esempio pericoloso. Un virus la cui diffusione va evitata con tutti i mezzi”. 
Ma questa volta per fare giustizia Pulcinella dovrà allontanarsi per la prima volta da Napoli per recarsi a Roma, dove nottetempo sbucherà dai sotterranei del Vaticano nell’archivio dove sono custoditi millenari segreti. Ed è in questo luogo che intende cogliere di sorpresa e catturare Costanzo Filangieri De Candida, vescovo di Napoli, responsabile delle orrende torture inflitte a don Andrea, l’amico prete, uno dei pochissimi che conosce la sua vera identità. Anche se don Andrea non ha ceduto alla tortura, il vescovo può comunque sapere chi sta dietro al turpe disegno volto ad annientare il suo disegno. Insomma, un’impresa al limite del possibile, quasi disumana. Come disumana è l’azione di un nemico imprevisto: il Muto di Portici. Uno spaventoso gigante incappucciato dalla lingua mozza, armato di un micidiale falcetto, che uccide gli abitanti del rione Sanità rispettando un codice binario e segreto, detto la Cifratura dell’Angelo Caduto, e lasciando sempre, scritta con il loro sangue, una precisa sfida…. 
Compito di Pulcinella è quindi quello di annientarlo se non vuole che altre vittime innocenti paghino con la vita. Ma chi è il Muto di Portici? Perché sacrifica persone innocenti? E poi agisce per suo conto oppure è al soldo di qualche potente? Infine riuscirà Pulcinella a decifrare il codice per poter conoscere la verità sui torturatori del suo amico prete? Riuscirà, insomma, a far trionfare la giustizia o il mondo dovrà fare a meno di lui? Tanto più che di mezzo c’è anche il Club, la potente congrega internazionale di un milionario alleata della Camorra, che…

Infine, ripreso dalle polveri del passato, una chicca firmata da Theodore Mathieson, il prolifico autore a stelle e strisce di detective stories nato nel 1913 e scomparso nel 1995. Una penna raffinata e straordinaria, della quale Elliot ha recuperato Grandi detective (pagg. 188, euro 16,50), una antologia di dieci indagini d’alto bordo che erano state tradotte da Luciano Bianciardi, a sua volta un numero uno della narrativa e del giornalismo che aveva lasciato questo mondo nel novembre 1971. 
In queste dieci avventure del mistero, pubblicate a partire dal 1958 sulla rivista Ellery Queen’s Mystery Magazine, grandi personaggi storici si calano nel ruolo del detective: Alessandro Magno, Omar Khayyam, Leonardo da Vinci, Herman Cortés, Miguel de Cervantes, Daniel Defoe, Capitan Cook, Daniel Boon, Stanley e Livingstone nonché Florence Nightngale indagano infatti su omicidi, furti e sparizioni, riuscendo a risolvere gli enigmi che si trovano di fronte proprio grazie al portentoso ingegno che li ha resi immortali. Fatti e fattacci che si dipanano in un arco temporale che va dal 323 avanti Cristo al Diciannovesimo secolo, fra indiani e vizir, guerrieri e marinai, fanatici e avvelenatori. 
In buona sostanza Theodore Mathieson (un uomo amante della musica e dei giochi di prestigio, che dopo aver svolto diversi mestieri  si era messo a insegnare inglese nelle scuole medie della California) è riuscito, in questo progetto coraggioso che fu molto amato da Ellery Queen (“Si tratta di racconti - ebbe a dire - di straordinaria abilità e splendida fattura”), a fondere felicemente “due diversi generi, lo storico e il poliziesco, trasformando questi investigatori d’eccezione da nomi arcinoti in personaggi letterari, in un equilibrio armonioso tra accuratezza delle fonti e invenzione, tra realtà e fantasia”.

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