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Donald, un sovrano impazzito

Trump, al grido di American First, ha aizzato i suoi sostenitori e dalla ragione è passato alla parte del torto uscendo di scena in malo modo


11/01/2021

di Sandro Vacchi


Dev'essere impazzito. Donald Trump, intendo. 
L'inestinguibile sete di potere si esplica in maniere e con misure differenti. All'Italia, povera ruota forata di un'Europa arcigna, tocca un tipo come Matteo Renzi. Segretario di un partitino che pure tiene per la gola Giuseppe Conte, un altro che te lo raccomando, è colui che prometteva di dimettersi se non fosse passata la riforma costituzionale messa a punto insieme con la damigella d'onore della sinistra, Maria Elena Boschi: sono ancora lì tutti e due. 
Dopo aver portato nel 2014 il Partito Democratico a un inimmaginabile 40 per cento alle Europee, il putto toscano si è convinto di essere De Gaulle redivivo e si è gonfiato come un tacchino più di quanto fosse solito fare. Lasciare libera la poltrona dopo la debacle della riforma? Mica è scemo, il più gran furbo nel Paese dei furbi. Ed è diventato l'ago della bilancia della politica italiana. E' normale che, di fronte alla sua minaccia di ritirare la ministra Teresa Bellanova – non Golda Meir o Margareth Thatcher, si badi – a Palazzo Chigi se la facciano tutti sotto? In Italia lo è, questo è il livello. 
Saliamo di molte categorie e spostiamoci a Washington. Se si fosse accesa la tivù senza sapere da dove provenivano le immagini del giorno dell'Epifania, si sarebbe pensato al Venezuela oppure a qualche Stato balcanico. Quando abbiamo saputo che ci si trovava nella più grande democrazia del mondo, abbiamo compreso che viviamo nel bel mezzo di una rivoluzione permanente. Impensabile, imprevedibile, radicale... quello che si vuole: questa è la fine del mondo. 
Un sovrano impazzito per ambizione politica e sfrenata brama di potere, non troppo diverso da Macbeth, non ci sta proprio a cedere il passo a chi l'ha sconfitto. Solleva dubbi sulla regolarità delle elezioni, e fin qui ci siamo. Poi soffia sul fuoco, parlando apertamente di complotto, e qualche dubbio comincia a diffondersi sul suo senso della misura. Questa storia va avanti da due mesi, perché negli Stati Uniti passano novanta giorni fra il risultato dei seggi e il giuramento del presidente. Troppo tempo, si è sostenuto da più parti, ma questa volta si è capito che invece è un bene. Se lo sconfitto di chiama Donald Trump, infatti, c'è tutta la possibilità di riconteggiare i voti, a cominciare da quelli, contestatissimi, inviati per posta. In pieno dominio di internet... 
Trump ricorre, insiste, minaccia e soffia sul fuoco. I suoi sostenitori più fumantini, teste calde non troppo acute e incapaci di andare oltre l'equazione Sconfitta = Truffa, si eccitano, dissotterrano l'ascia di guerra contro i fighetti democratici della East Coast, delle università, dello spettacolo, dei grandi giornali. Il Grande Capo si gasa come un bisonte e si convince: «Il popolo è con me!». Al grido di America First aizza gente vestita da Toro Seduto, bikers tatuati, ex marines del Middle West con stivali da cow boy, bellicosi veterani. Tutta gente degnissima, intendiamoci, il voto della quale vale e deve valere esattamente come quello dei fighetti di cui sopra, ma anche gente il cui senso critico e capacità di analisi è pari a quello di un criceto. Il Capo ha sempre ragione, pensano: e non si rendono conto di essere come i bolscevichi al tempo di Stalin, i nemici più nemici per loro. 
Il Capo non frena, come farebbe qualsiasi persona sensata, ma getta altra benzina sul fuoco della protesta. Poi nasconde la tanica. Non tenta di far ragionare gli ultra fedelissimi antemarcia, di calmarli e di metterli davanti a una cosa chiamata democrazia, di proporsi come leader di un'opposizione ferrea e spietata, ma corretta. No, lui è il Padrone degli Stati Uniti, l'uomo più potente del mondo. E sbrocca. 
Le truppe con le bandiere sudiste e anche naziste, i cappelli cornuti da sciamano, i fucili a pompa, attaccano la sede del Congresso. E' come se in Italia qualche centinaio di persone imbufalite si avventassero non dentro Palazzo Chigi, ma occupassero San Pietro. Entrano, sfasciano, sfondano, sghignazzano, si scattano i selfie, siedono alle scrivanie degli “usurpatori”: tutto quello cui ci ha abituati questo mondo ignorante di “minus habentes”, teledipendenti da “Grande Fratello” e puttanate varie. Gente che non ha mai letto un libro e che il massimo pensiero che elabora riguarda le mutande di Belen. In Italia voterebbero senz'ombra di dubbio per i Grillini. 
Il presidente non fa nulla per calmare gli animi dei casinisti a oltranza. Gli interrogativi sullo stato mentale di Trump si moltiplicano. Nessuno che gli dica che, se lo hanno davvero scippato della vittoria, così passa dalla parte del torto? Dov'è Melania, che sembra molto più sensata di lui? Il mitizzato FBI di tanti film che cosa faceva? Sono gli interrogativi di tutti i colpi di Stato. 
E mentre gli idioti si atteggiano a eroici patrioti, i cuor di leone si dimettono in massa, abbandonando l'autocrate platinato che va a fondo. «Il mio è stato il più grande mandato della storia americana e questo è l'inizio della nostra lotta», annuncia, mentre non solo i dipendenti lo lasciano, ma anche i sostenitori storici. Harold Schwarzenegger, repubblicano di punta, con piglio muscolare dichiara: «Trump ha tentato un colpo di Stato ingannando la gente con una serie di bugie». 
Mentre i topi scappano, suonano le trombe della vendetta. Si invoca il Venticinquesimo emendamento per dichiarare l'impeachment e cacciare con disonore il golpista mancato. Il suo stesso partito lo scarica come immondizia, per non parlare dei media: nelle redazioni si festeggia. Anche alla Rai, dove per 48 ore si balla sul cadavere del puzzone: vecchia abitudine che risale al 25 luglio 1943. 
La ridicola rivoluzione made in Usa si risolve come la “gloriosa” presa del Palazzo d'Inverno, la cosiddetta Rivoluzione russa: un golpe vero e proprio contro il governo democratico (in quel caso quello di Aleksandr Kerensky). Anche i morti sono gli stessi, cinque in tutto. Il risultato? In Russia furono settant'anni di comunismo e di colonialismo su mezza Europa. Negli Stati Uniti? Troppo presto per dirlo. Forse. 
Nel mio piccolissimo credo che i repubblicani potranno rivedere la Casa Bianca non prima di mezzo secolo, a meno che non spunti un Abramo Lincoln. Il neopresidente Joe Biden dovrà però essere cauto, e molto. E' un uomo di quasi ottant'anni che si insedierà in uno dei momenti più difficili della storia americana dopo la guerra del Vietnam. Ha scoperto che dalla costa pacifica agli Stati rurali, dal Sud tradizionalmente di destra alle aree industriali, non ha affatto una maggioranza: si parla di qualche decina di migliaia di voti su una popolazione di trecento milioni di abitanti. E i più facinorosi di questi sono disposti a tutto, come dimostra il Golpe della Befana. Una cosa poco seria? Può essere. I democratici pensano già a Kamala Harris, vice di Biden, come vera presidente. 
E da noi? I sinceri democratici allenano le lingue per omaggiare i nuovi padroni degli Stati Uniti. America First!

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