Cultura

Don Pantaleo, uno strano avido uomo di Chiesa. Che finirà male

Con uno stile ironico e brillante, la mano calda del giornalista Gianni Spinelli torna in libreria con una storia ricca di sorprese, a metà fra commedia e romanzo giallo, imbastita su una misteriosa scatola di cuoio


10/02/2020

di Valentina Zirpoli


È il gioco delle parti a tenere banco nell’ultimo lavoro firmato da Gianni Spinelli, imbastito su una vecchia scatola di cuoio che dimora da chissà quanto tempo su un cassettone di legno massiccio nello studio di don Pantaleo, a San Clemente, un paesino della Basilicata. Una scatola che ha stuzzicato la fantasia dell’avido parentado in quanto probabilmente contiene “cose strane”. Scatola che sarà quindi al centro della diatriba testamentaria nel momento stesso in cui il nostro frate, peraltro molto ricco, finirà i suoi giorni. 
E appunto La scatola di cuoio (Fazi, pagg. 214, euro 16,00) è il titolo del libro che stiamo proponendo ai lettori, un lavoro a metà strada fra commedia, favola nera e un vero e proprio giallo, imbastito sul mistero legato a un lascito che “si scioglierà in un sorprendente finale che avrà il sapore di una beffa”. 
Gianni Spinelli, si diceva, una mano calda del giornalismo (“Sono diventato professionista nel 1976”) nato a Noci il 10 novembre 1949, sposato con Ada e padre di due figli già grandi (Giandomenico di 33 anni e Pierluigi di 30), che dopo aver abitato a lungo a Bari (“Sono stato vicecaporedattore nonché editorialista de La Gazzetta del Mezzogiorno, mentre ora - avendo tirato i remi in barca - mi limito a collaborare con il Corriere della Sera del Mezzogiorno e con Donna Moderna”) da un po’ di tempo si è accasato a Sammichele, un paesotto di 6.500 abitanti a 29 chilometri dal capoluogo. 
Lui che strada facendo ha anche scritto per il Guerin Sportivo, Il Giorno, Avvenire, Meridiani e Geo; lui che, fermo restando il lavoro di promozione della sua ultima fatica, sta già scrivendo un nuovo libro incentrato su un uomo che comprava il passato (“Mi piacciono le tematiche curiose”); lui che caratterialmente si propone a corrente alternata (“A volte sono instabile, altre volte calmo ed equilibrato, sia pure con qualche incavolature al seguito”); lui che ama il teatro supportato da compagnie controcorrente; lui che ecologicamente non manca di andare in bicicletta (“Da giovane mi ero dato da fare, ma con scarsi risultati, anche nel campo dell’atletica”); lui che si porta al seguito un debole dichiarato per la lettura, con preferenze che si dipanano dai filosofi greci a Dickens e Pasolini, da Buzzati a Calvino, da Berto a Fenoglio, da Brera a Tobino, da Williams a Coelho. 
E per quanto riguarda la narrativa? Una penna, a suo dire, pragmatica, vivace e ironica (“Mi hanno immeritatamente e in maniera irriverente paragonato a Italo Calvino”), il cui debutto sugli scaffali risale al 2009 e risulta legato al mondo del calcio (“Una tematica a me molto cara”) con Palloni e palloncini. Il Bari e altre storie; quindi due anni dopo avrebbe pubblicato I figli di Mamma Palla (una digressione psicologica sui patiti del pallone e non solo), seguito da Il gol di Platone (in cui si racconta l’arte del calcio, nel nome dell’allenatore Zeman, fra cronaca, filosofia, letteratura e psicologia). 
E ancora: Settanta volte donna (incentrato sugli assilli di uno scrittore alle prese con un libro tutto al femminile); Tutta colpa di Eva (dove vengono messi in scena i grandi personaggi della storia alle prese con il mondo di oggi, a partire da Adamo ed Eva); Andiamo al Cremlino. Una storia di fantacalcio (un lavoro imbastito sostanzialmente su interrogativo: cosa si nasconde dietro l’inaspettato ripescaggio dell’Italia ai mondiali di Russia?). E ora, con una robusta virata in termini di contenuti, La scatola di cuoio, un testo ben congegnato, fuori dalle righe, che peraltro induce furbescamente alla riflessione. 
A tenere la scena nel citato paesino è un frate cappuccino - maledetto dal diavolo più che benedetto dal Signore - che ha incamerato in maniera poco chiara una notevole ricchezza. Non bastasse - voci che circolano - nella casa-convento di don Pantaleo avvengono cose strane. Il demonio è più castigato del Provinciale affermano le sue non proprio devote pecorelle, immaginando che diverse donne pittate passino la notte da lui. Insomma, chiacchiere di paese. Ma ce n’è ben donde. Visto che nessuno sa con certezza da dove sia arrivato, perché e cosa facesse… 
Ma un bel giorno, si fa per dire, il nostro frate viene trovato morto, accasciato su una scatola di cuoio. Parte subito un’indagine, ma nel frattempo l’eredità del religioso - soldi, case e terreni - finisce nelle mani dell’arcigna zia Marta, moglie di un nipote e non più giovanissima. Ovviamente non sarà che la punta dell’iceberg rappresentato da una sanguinosa battaglia per l’eredità. 
In effetti la vicenda, che si nutrirà delle diverse cause intentate dai parenti, assumerà un carattere grottesco. A fronte di un filo conduttore che si snoda fra colpi di scena e inaspettate rivelazioni, tutte rivolte al succoso lascito di don Pantaleo. 
Risultato? Un romanzo a metà strada tra la favola nera e un vero e proprio giallo, finché il mistero legato al testamento si scioglierà in un curioso quanto inaspettato finale. Di fatto “una storia piena di sorprese in cui l’eco dei grandi classici del genere favolistico, da Barbablù al Canto di Natale, si mescola alla satira di costume per una riflessione in forma di commedia sui sette vizi capitali”. Con al centro - ci mancherebbe - la citata, misteriosa scatola.

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