Cultura

Dieci donne imperfette, che hanno percorso da protagoniste-contro la nostra storia

A raccontarcele e ad analizzarle Michela Murgia, apprezzata scrittrice, e Chiara Tagliaferri, autrice radiofonica e non solo


07/10/2019

di Lucio Malresta


Un libro fuori dalle righe, che viaggia controcorrente, dove si raccontano le storie di dieci donne una più diversa dall’altra. Tutte donne contro che, solo a citarle, ti chiedi cosa possano avere avuto in comune. In realtà c’è un sottile filo conduttore che le unisce: quello di aver dovuto battagliare “contro chi cercava di costringerle a fare qualcosa che non volevano”, di aver dovuto lottare contro la famiglia, la società, le convenzioni nel campo dell’arte, della letteratura, dello sport. Donne che “non hanno mai stilato un manifesto, ma che tuttavia, per certi versi, hanno cambiato il corso della storia o del modo di rapportarsi con gli altri”. 
Donne complicate, piene di crepe, messe in fila e analizzate in un libro dallo strano titolo - Morgana (Mondadori, pagg. 240, euro 19,00) - da una strana coppia: quella composta da Michela Murgia (acclamata autrice di libri venduti in una trentina di Paesi come Il mondo deve sapere, Accabadora con il quale ha vinto il premio Campiello 2010, Ave Mary, Chirù, Istruzione per diventare fascisti e Noi siamo tempesta) e da Chiara Tagliaferri (autrice di trasmissioni radiofoniche di successo per Radio2 nonché collaboratrice del Festival L’eredità delle donne diretto da Serena Dandini e di Storielibere.fm, la innovativa piattaforma di narrazioni audio online). 
Morgana si diceva - come la fata-strega del ciclo arturiano, sorella potente e pericolosa del ben più rassicurante re dalla spada magica - tirata in ballo come modello dissacrante. Ma anche una figura che non manca di colpire, nel bene e nel male, per la sua determinazione. 
Come appunto le dieci donne messe in scena in questo libro, ovvero: Moana Pozzi (la conturbante pornodiva, morta troppo presto, il cui sorriso era stato paragonato da Tinto Brass a quello della Gioconda e che l’arcivescovo di Napoli, il cardinale Michele Giordano, aveva ricordato con affetto durante le cerimonia del miracolo di san Gennaro); Caterina da Siena (capace di fare la voce grossa con Papa Gregorio XI); Grace Jones (divinità multiforme nata in Giamaica, dove il miscuglio creolo ha colorato l’umanità di mille sfumature); le sorelle Brontë (tre ragazze della periferia contadina inglese che avevano mandato a ramengo l’impalcatura delle regole vittoriane, raccontando l’amore senza averlo mai conosciuto); Moira Orfei (l’eccentrica regina del circo che con gli animali faceva quello che gli uomini hanno fatto per secoli con le donne; lei ricordata anche per la sua bellezza e per le sue strane acconciature); Tonya Harding (atleta di rango rozza, sguaiata e perennemente  arrabbiata; una pattinatrice amata e odiata al tempo stesso, desiderosa di essere se stessa senza limiti sociali o fisici, dal rapporto emblematico con la violenza). 
E ancora: Marina Abramovic (l’artista che aveva abortito tre volte perché un figlio non le avrebbe consentito le sue strambe performance); Shirley Temple (la bimba prodigio che a cinque anni piangeva a comando e che a 14 si sentiva già vecchia); Vivienne Westwood (l’inventrice del punk, militante impegnata e attivista politica che, andando a ricevere l’onorificenza di Dama Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico dalla regina Elisabetta, volutamente si scordò di indossare le mutande) e Zaha Hadid (la prima archistar a ottenere il premio Pritzcher, una donna d’affari spietata ma anche capace di reinventare l’idea stessa dello spazio, fregandosene dei fallimenti che considerava come incidenti di percorso necessari). 
Insomma, donne controcorrente, strane, pericolose, esagerate, difficili da collocare. E rivoluzionarie. Le cui storie, viene annotato nello strillo in prima pagina, “tua madre non approverebbe”. 
Insomma, “Morgana non è un catalogo di donne esemplari; al contrario, sono streghe per le donne stesse, irriducibili anche agli schemi della donna emancipata e femminista che oggi, in piena affermazione del pink power, nessuno ha in fondo più timore a raccontare”. E poi come Morgana, annota non tanto ironicamente la Murgia, “meglio essere temute che essere amate, perché aiuta a ottenere rispetto”. 
Il nemico simbolico di questa antologia “è la “sindrome di Ginger Rogers, l’idea - sofisticatamente misogina - che le donne siano migliori in quanto tali e dunque, per stare sullo stesso palcoscenico degli uomini, debbano sapere fare tutto quello che fanno loro, ma all’indietro e sui tacchi a spillo. 
In una narrazione simile non c’è però posto per la dimensione oscura, aggressiva, vendicativa, caotica ed egoistica che invece appartiene alle donne tanto quanto agli uomini”. 
Le Morgane di questo libro sono efficaci, ciascuna a suo modo, “nello smontare il pregiudizio della natura gentile e sacrificale del femminile. Le loro storie sono educative, non edificanti, disegnano parabole individuali più che percorsi collettivi, ma finiscono paradossalmente per spostare i margini del possibile anche per tutte le altre donne”. In ogni caso nelle pagine di questo libro è nascosta silenziosamente una speranza: “ogni volta che la società ridefinisce i termini della libertà femminile, arriva una Morgana a spostarli ancora e ancora, finché il confine e l’orizzonte non saranno diventati la stessa cosa”. 
Il tutto supportato da una introduzione che induce a riflettere sull’impatto che un individuo può avere sulla società, in quanto dipende da una serie di circostanze spesso non catalogabili. Ad esempio “la prima donna nera arrestata per essersi seduta in un posto per bianchi su un autobus dell’America del 1995 non si chiamava Rosa Parks, ma Claudette Colvin. Aveva solo 15 anni, era incinta di un uomo sposato molto più vecchio di lei, veniva da un contesto familiare degradato e non apparteneva al movimento per i diritti civili: era solo stanca”. 
Allora come mai - si domandano le autrici - “il suo nome è stato dimenticato e nel racconto di quella rivolta ci è invece entrata Rosa, che compì la sua disobbedienza civile nove mesi dopo, da donna matura proveniente da una famiglia rispettabile, nonché attivista consapevole dei diritti civili? La risposta è semplice: ci piace sentire storie eroiche, ma gli eroi e le eroine, anche se fanno cose che noi non faremmo mai, devono assomigliare almeno un po’ a qualcuno che noi stesse o noi stessi vorremmo essere…”.

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