Cultura

Dante Alighieri, un inedito ritratto tra tormenti ed estasi

Lo storico Alessandro Barbero ricostruisce l’esistenza del sommo poeta, ma anche quello di un uomo alle prese con le temperie del suo tempo 


15/02/2021

di Tancredi Re


Di Dante Alighieri - o Alighiero, conosciuto con il nome Dante, che è il sincopato di Durante, nome con il quale venne battezzato - si sa molto, ma non tutto. Per questa ragione, chi lo volesse, può approfondire gli aspetti salienti della sua vita nel libro Dante (Laterza, pagg. 361, euro 19,00) scritto da Alessandro Barbero, storico (insegna Storia Medievale all’Università del Piemonte Orientale a Vercelli), scrittore e apprezzato divulgatore. 
Sommo poeta autore della Comèdia, divenuta celebre come Divina Commedia e universalmente considerata la più grande opera scritta in lingua italiana e uno dei maggiori capolavori della letteratura mondiale, Dante fu un linguista, teorico politico e filosofo. 
Apparteneva agli Alighieri, una famiglia di secondaria importanza all’interno dell’élite sociale fiorentina, ma benestante. Non per malcelato orgoglio, ma Dante teneva a far sapere che i suoi avi discendessero nientemeno che dagli antichi romani. Ricordava in proposito che il trisavolo fosse addirittura Cacciaguida degli Elisei, fiorentino vissuto intorno al 1100 e cavaliere nella Seconda crociata promossa e guidata dall’imperatore Corrado III.  
Una famiglia con i quarti di nobiltà, diremmo oggi, ma con qualche macchia indelebile. Grazie alla scoperta di due pergamene conservate nell’Archivio Diocesano di Lucca, infatti, si è scoperto che suo padre, Alighiero di Bellincione, avrebbe fatto anche l’usuraio traendo degli arricchimenti sfruttando la posizione di procuratore giudiziale nel Tribunale di Firenze. 
Dante venne formato secondo l’iter educativo in voga nel Medioevo. Frequentava un grammatico del quale apprendeva prima i rudimenti linguistici, per poi approdare allo studio delle arti liberali, pilastro dell’educazione medioevale: teologia, filosofia, fisica, astronomia, da un lato (quadrivio); dialettica, grammatica e retorica dall’altro (trivio). Dante potette annoverare tra i suoi maestri il politico ed erudito Ser Brunetto Latini. 
Quando aveva dodici anni, nel 1277, fu concordato il suo matrimonio con Gemma, figlia di Messer Manetto Donati, che successivamente sposò all'età di vent’anni nel 1285. Un matrimonio “combinato”. Ma non c’era da gridare allo scandalo. Contrarre matrimoni in età così precoce era abbastanza comune a quell’epoca (ma anche in altre epoche matrimoni di interesse economico e politico sono stati imposti o assecondati da famiglie aristocratiche o dinastiche). Lo si faceva con una cerimonia importante, che richiedeva la compilazione e la sottoscrizione di atti formali davanti un notaio. 
Poco dopo il matrimonio Dante cominciò a partecipare come cavaliere ad alcune campagne militari e in seguito prese parte all’attività politica in un periodo quanto mai convulso per la Repubblica di Firenze. 
Nel 1300 Dante fu eletto uno dei sette priori per il bimestre 15 giugno-15 agosto. Nonostante l’appartenenza al partito guelfo, che sosteneva il primato papale, cercò sempre di osteggiare le ingerenze del suo acerrimo nemico, il pontefice Bonifacio VIII, dal poeta intravisto come supremo emblema della decadenza morale della Chiesa. Sempre durante il suo priorato, Dante approvò il grave provvedimento con cui furono esiliati, nel tentativo di riportare la pace all’interno dello Stato, otto esponenti dei guelfi neri e sette di quelli bianchi, compreso Guido Cavalcanti, poeta e filosofo, che di lì a poco morirà in Sarzana. 
Questo provvedimento ebbe serie ripercussioni sugli sviluppi degli eventi: non solo si rivelò una disposizione inutile (i guelfi neri temporeggiarono prima di partire per l’Umbria, il posto destinato al loro confino), ma fece rischiare un colpo di Stato da parte dei guelfi neri stessi, grazie al segreto supporto del cardinale d’Acquasparta. 
Con due condanne successive, il 27 gennaio e il 10 marzo 1302, il poeta fu condannato, in contumacia, al rogo e alla distruzione delle case. Da quel momento, Dante non rivide più la sua amata Firenze. Casentino, Lucca, Parigi, Verona sarebbero state in successione le tappe del suo esilio e del suo peregrinare fino a Ravenna, dove sarebbe morto nel 1321 a 56 anni di malaria. 
Barbero, da par suo, ricostruisce in quest’opera la vita del grande poeta creatore di un capolavoro immortale, ma anche un uomo agitato dalle temperie del suo tempo, il Medioevo: nella sua adolescenza di figlio di un usuario che sogna di appartenere al mondo dei nobili e dei letterati (Dante e la nobiltà, il clan degli Alighieri, l’infanzia e il quartiere),  nei corridoi oscuri della politica, dove gli ideali si infrangono davanti alla realtà meschina degli odi di partito e della corruzione dilagante: magnati e popolani,  Bianchi e Neri. Lui che nei vagabondaggi dell’esiliato scopre l’incredibile varietà dell’Italia del Trecento, fra metropoli commerciali e corti cavalleresche (il bando, la famiglia di un esiliato, il destino del patrimonio, i misteri di Verona). 
Ma il libro affronta anche le lacrime, i silenzi, il pentimento (“L’altrui scale”; Enrico VII, “Il pane altrui”) che rendono incerta la ricostruzione di interi periodi dell’esistenza di questo grande protagonista del Trecento, presentando gli argomenti pro e contro le diverse ipotesi, e permettendo a chi legge di farsi una propria idea, come quando il lettore di un giallo è invitato a seguire il filo degli eventi e ad arrivare per proprio conto a una conclusione. 
Un ritratto scritto da uno storico meticoloso nella ricerca e nell’interpretazione delle fonti, attento a dare piena giustificazione di ogni affermazione e di ogni ipotesi; ma anche un’opera di straordinaria ricchezza stilistica, che si legge come un romanzo.

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