Cultura

Coefore Eumenidi, ovvero il canto del cigno di una nazione decadente

Al Teatro greco di Siracusa la prima del testo di Eschilo. È partita così la stagione della rinascita dell’Istituto nazionale del dramma antico nel segno della potenza evocativa di Davide Livermore


07/07/2021

di Giambattista Pepi


La prima di Coefore Eumenidi di Eschilo ha aperto la LVI stagione delle rappresentazioni classiche, dopo che il lockdown imposto dalla pandemia l’aveva “congelata” lo scorso anno. Il ritorno delle rappresentazioni dell’Istituto Nazionale del Dramma antico con una tragedia ha il senso della celebrazione della rinascita. Perché il tempo che stiamo tornando a vivere dopo le restrizioni alla libertà personale imposte dalle autorità per fronteggiare l’emergenza sanitaria del Covid-19 equivale in effetti a riemergere dall’oscurità, da un tempo non tempo sospeso e, dunque, al ritorno alla luce, a una rinascita. 
Coprodotta con il Teatro Nazionale di Genova diretto da Davide Livermore, che ne ha firmato la regia, l’opera fu rappresentata cento anni fa dopo la Grande Guerra e la pandemia di influenza, la terribile Spagnola. Una scelta, questa, non casuale, carica di simbolismo. 
Come allora, infatti, il ritorno al teatro, con una capienza seppur ridotta - 3mila posti -  vuol dire illuminare di un nuovo sole la scena e l’anima. Perché il teatro traffica felicemente con gli animi. Non a caso è stato scelto un manifesto squillante di giallo, da un dipinto “Il camice del pittore” di Hermann Nitsch, esponente dell’Azionismo viennese e cultore di Klimt, simbolo della memoria del dolore e della aurora della luce. 
A seguire la messa in scena del testo di Eschilo anche Luciana Lamorgese, ministro dell’Interno, Marta Cartabia, ministro della Giustizia, Nello Musumeci, presidente della Regione Siciliana, l’ex presidente del Senato, Pietro Grasso, l’attrice Lella Costa e il celebre regista Robert Carsen che nel 2022 dirigerà a Siracusa Edipo Re di Sofocle. Ad accoglierli, il presidente della Fondazione Inda, Francesco Italia, il consigliere delegato dell’Inda Marina Valensise e il sovrintendente Antonio Calbi. 
Ma veniamo al dunque. Livermore ha messo in scena un “sistema di potere distrutto dove il fantasma di Agamennone impregna un impianto scenico di manifesta devastazione” creando “un mondo algido, freddo, ricoperto di gelo e di neve” e facendo nevicare a Siracusa prima di un finale sorprendente, legato ad alcuni tra i più controversi episodi della storia repubblicana. 
Il regista ambienta “Coefore-Eumenidi” nel 1940 (l’auto, i costumi, le armi, risalgono a quel periodo, la vigilia della catastrofe: la Seconda guerra mondiale) e crea un ponte distrutto che evoca il Morandi. Una tragedia antica rivisitata in chiave moderna. 
La cifra che si coglie, un po’ alla volta, nel corso della rappresentazione potente, con la sfera che sovrasta la scena e cattura prepotente lo sguardo degli spettatori, all’interno delle quale si muovono incessantemente, liquidi (acqua, sangue), ma anche volti (quello del re Agamennone, il valoroso re di Argo che condusse la flotta navale verso Troia per distruggerla che implora vendetta ai suoi figli, Elettra e Oreste) e foto (quella di Peppino Impastato, il giornalista che denunciava le malefatte della mafia e che per questo fu ucciso a sangue freddo e i resti del ponte Morandi, una tragedia annunciata, che, al pari di altre) riflette la decadenza del Paese. 
Tutto nei dialoghi tra i personaggi, nello svolgimento della trama, nelle fasi più dure della storia, c’è un significato sotteso: il declino, l’abbandono, la morte. A cominciare dalla scoperta – terribile – della morte ignominiosa di Agamennone, ucciso dalla consorte, Clitennestra, di ritorno onusto di gloria, dalla spedizione a Troia. La decisione dei due fratelli, Oreste (interpretato da Giuseppe Sartori) e Elettra (Anna Della Rosa) di vendicarne la morte, istigati da Apollo (Giancarlo Judica Cordiglia). 
L’uccisione prima di Egisto (Stefano Santospago) l’amante dissoluto, e della madre Clitennestra (interpretata da Laura Marinoni) l’assalto delle Erinni(Maria Laila Fernandez, Marcello Gravina, Turi Moricca) fino all’epilogo (il giudizio pubblico dell’assassino e la decisione di Atene di votare a suo favore, la trasformazione delle Erinni in benevole Eumenidi), rimanda al significato del disfacimento di un regime dove non è più la giustizia a trionfare, ma il compromesso. Dove non si ripara il torto della vittima (Agamennone) attraverso un processo nel quale la responsabilità della carnefice (Clitennestra) venga stabilita nel confronto tra le parti, in un regolare processo, ma si esalta la vendetta, niente altro che una giustizia “mascherata” da ritorsione, consumata dai parenti della vittima (Oreste, Elettra), influenzata dai potenti di turno (Apollo, Atena, Zeus). 
Il potere delle autorità è preda della corruzione e perde così la natura di neutralità e indipendenza per venire piegato a fini di parte senza il rispetto delle garanzie poste a salvaguardia della ricerca della verità e della giustizia “giusta”. Lo scontro, impari, è tra due concezioni di giustizia: la giustizia amministrata secondo il diritto, e quella dell’antica legge del taglione. 
Attraverso questa antica tragedia, si intravvede la storia recente di un Paese irredimibile. Il veleno della corruzione, il traffico delle influenze, le trame oscure di servitori infedeli hanno corroso lo spirito della Repubblica, piegato il potere a fini inconfessabili, minato la fiducia della gente, pregiudicato il senso della appartenenza, accresciute le divisioni, aumentate le iniquità, ampliato le disuguaglianze. Il sangue di Clitennestra viene versato nel tentativo inane di lavare la coscienza sporca di un regime che ha ipotecato il futuro del Paese. Ma è davvero la fine, oppure dalle ceneri tornerà a sprigionarsi il fuoco? Alle generazioni che verranno dopo di noi l’ardua sentenza.

(riproduzione riservata)