Cultura

Che fine hanno fatto due ragazzi scomparsi nel bosco? E cosa c’è dietro il massacro di una famiglia in quel di Dublino?

Torna sui nostri scaffali la First Lady of Irish Crime, ovvero Tana French, capace di dare voce a due storie brutali, raccontate con intrigante maestria, impregnate di raffinate tematiche psicologiche


25/05/2020

di Massimo Mistero


Una doppia riproposta, da parte della Einaudi, per gli estimatori di Tana (Elizabeth) French, nata negli Stati Uniti, e più precisamente a Burlington (nel Vermont), da David French ed Elena Hvostoff-Lombardi il 10 maggio 1973. Un’autrice giramondo che l’ha vista sbarcare in prima battuta in Irlanda, dove ha studiato recitazione al Trinity College di Dublino per poi darsi da fare come attrice professionista e voce fuori campo sia per il teatro che per il cinema. 
In seguito avrebbe frequentato l’Italia (con tanto di cittadinanza al seguito) nonché il Malawi, per poi accasarsi nuovamente a Dublino con il marito Anthony Breatnach (a suo dire “l’uomo in grado di risolvere i peggiori problemi di intreccio prima che arrivino all’antipasto”) dal quale ha avuto un figlio. 
Bestseller nelle classifiche del New York Times e del Sunday Times, i suoi romanzi sono tradotti in trentuno Paesi, con un venduto di oltre sette milioni di copie, e hanno ottenuto numerosi premi tra i quali l’Edgar Award, il più prestigioso della letteratura poliziesca, oltre al Macavity, al Barry e all’Anthony come miglior esordiente. 
Riconoscimenti più che meritati in quanto Tana French, etichettata come la First Lady of Irish Crime, risulta portatrice di una penna capace di meraviglie narrative, giocando su una scrittura perturbante e geniale, terrificante e drammatica, cruda e al tempo accattivante. Non a caso a benedire il suo modo di raccontare (“Ci tengo a bilanciare ritmo e scrittura”) sono stati maestri del calibro di Stephen King (“Una prosa incandescente”) e di Ian Rankin (“Un’autrice che non delude mai”). 
Ferma restando una capacità per certi versi unica - ne abbiamo già parlato - di imbastire storie credibili e al tempo stesso impossibili, dando voce ad atmosfere violente quanto ben orchestrate, supportate da un coacervo di verità e bugie, di misteri e di morte, ma anche di personaggi che lasciano il segno e che in men che non si dica finiscono per entrare nell’immaginario collettivo. 
Ricordiamo che Tana French si era messa a scrivere a tempo pieno nel 2007 - ispirata dalla genialità della scomparsa Josephine Tey, nom de plume di Elizabeth Mackintosh che “ha scritto di strani misteri” - incassando subito uno strepitoso successo con il romanzo Nel bosco, primo dei sei libri dedicati alla Squadra omicidi Dublino (lavori tutti legati da un filo conduttore comune, sebbene ogni storia risulti indipendente a fronte dell’utilizzo di un narratore-protagonista diverso). Thriller ora riproposto dalla Einaudi (pagg. 500, euro 14,50, traduzione di Michela Benuzzi) dopo essere stato pubblicato tredici anni fa dalla Mondadori. 
Si tratta di un lavoro ben integrato in una storia che “riparte” dal misterioso omicidio di un’adolescente nei pressi di un sito archeologico alla periferia di Dublino. In passato era successo che, in un pomeriggio di agosto, tre ragazzini scendessero dalle loro biciclette per andare a giocare in un bosco vicino a casa. Soltanto uno di loro sarebbe stato ritrovato, in stato catatonico, avvinghiato a una grossa quercia, con le scarpe da ginnastica sporche di sangue. Di fatto non ricordava niente di quanto era accaduto e dei suoi compagni non c’era traccia. Insomma, un mistero irrisolto. 
Vent’anni dopo Rob Ryan, detective della Omicidi della polizia di Dublino con una profonda cicatrice al seguito, viene incaricato di indagare sulla citata uccisione di una ragazzina di dodici anni. Ma quando raggiunge la scena del delitto si rende conto che il suo passato è drammaticamente legato proprio a quel bosco. E mentre le varie piste seguite portano alla luce una trama di intrighi e di inquietanti segreti in seno alla comunità d’origine della ragazzina, Rob non potrà fare a meno di affrontare i fantasmi che popolano la sua mente e confrontarsi con il suo doloroso passato...
 

Un’altra chicca narrativa firmata da Tana French, che risale al 2012, viene ora proposta dalla Einaudi nella collana Stile Libero Big. Stiamo parlando de Il rifugio (pagg. 648, euro 22,00, traduzione di Alfredo Colitto), romanzo inedito in Italia che l’Observer ha definito come il migliore scritto da questa autrice (“Una scarica di terrore puro e suspense”), mentre il New York Times lo ha giudicato un toccasana per chi “ama trame intelligenti e ben congegnante”. 
In effetti questo thriller (non lasciatevi spaventare dalla lunghezza) si propone di piacevolissima lettura, sorretto com’è da un grande realismo nei dialoghi, oltre che orchestrato con una robusta attenzione ai particolari e al profilo dei personaggi, che nel giro di poche pagine sembra di conoscere da sempre. Che altro? La storia è raccontata in prima persona da Mick “Scorcher” Kennedy, il detective di punta della Squadra omicidi di Dublino, l’unico ad andare a nozze con i casi complicati, quelli di alto profilo, dove anche la posta in gioco è al top e la copertura mediatica assillante. Fermo restando che non tutti i casi importanti comportano promozioni importanti. 
Così quando il sovrintendente O’Kelly gli ordina di andare nel suo ufficio (“E a me non costa nulla fare il cagnolino obbediente se può servire a far andare tutto liscio”) capisce di essere finito nella merda. Almeno questo è quanto ritiene il suo partner Richie Quigley, capace come pochi altri di fare lo stronzo quand’era il suo turno. Il tutto condito da approcci emotivi per dare respiro alle sue raffinate componenti psicologiche. 
Basta questo breve richiamo per capire che la scrittura di Tana French non è tutta ninnoli e fronzoli, ma picchia dura nel quotidiano dei poliziotti che tengono banco nelle sue storie. Senza comunque mai esagerare. Utilizzando, all’occorrenza, un linguaggio da caserma che lascia il segno senza però mai infastidire il lettore. 
Come accennato si tratta di un caso maledettamente complicato quello che viene affidato al nostro detective. E per riuscirci Scorcher dovrà affrontare il male che da troppo tempo si porta dentro. Cosa è successo è presto detto: Patrick Spain e i suoi due bambini Emma e Jack vengono trovati morti in un complesso residenziale mezzo abbandonato per colpa della crisi. Jenny, la madre, è invece in fin di vita. A indagare, lo ripetiamo, viene incaricato Mick. Il quale pensa subito alla soluzione più scontata: un padre sommerso dai debiti, travolto dalla recessione e quindi disperato, che ha tentato di uccidere i propri familiari e poi si è tolto la vita. 
Ma ci sono troppi elementi che stridono: ad esempio le telecamere nascoste nell’appartamento, i file cancellati su uno dei computer e il fatto che Jenny temesse che qualcuno fosse entrato nella loro casa per spiarli. A complicare ulteriormente il quadro c’è il quartiere in cui vivevano gli Spain - un tempo noto come Broken Harbour - che riporta a galla ricordi dolorosi del passato dello stesso Scorcher. 
Il giudizio in sintesi? Un thriller che sarebbe un peccato lasciarselo scappare.

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