Cultura

Che fine ha fatto Bianca, la bella spogliarellista del night “Perciò”?

Dalla penna sorridente di Matteo Monforte torna in pista Martino Rebowsky, il vanesio grosso-grasso musicista che gioca a fare l’investigatore privato. Il “fico più fico che abbiate mai conosciuto” alle prese, fra finanzieri corrotti e artisti maledetti, con un bizzarro caso


04/05/2020

di Valentina Zirpoli


Ricordate Andrea G. Pinketts, all’anagrafe Andrea Giovanni Pinchetti, nato a Milano il 12 agosto 1961, città dove ha chiuso la sua storia terrena - troppo presto e troppo in fretta - il 20 dicembre 2018? Un personaggio geniale e irriverente, bene e spesso sopra le righe, portatore di una prosa contraddistinta da un linguaggio originale quanto dissacrante: lui che, con il suo fare da bauscia abbinato a quella voce bassa, rugginosa e a volte indisponente, aveva firmato diversi romanzi di successo in bilico tra il noir e il grottesco, in parte incentrati sulla figura di Lazzaro Santandrea, suo alter ego e protagonista di bizzarre avventure fra le vie di Milano. 
Una introduzione, questa, non del tutto campata in aria. Intanto perché il genovese Matteo Monforte (essendo stato suo amico) lo cita nell’introdurre Dodici lumache e una Banana Split (Fratelli Frilli, pagg. 196, euro 14,90), un piacevole romanzo imbastito, come da sommario, su Un nuovo strampalato caso per Martino Rebowsky: un improvvisato investigatore privato, vanesio e zeppo di difetti, che sprizza subito simpatia nel lettore proprio per i tanti, troppi difetti. Poi perché la sua scrittura si propone a sua volta irriverente, corrosiva, fuori dal coro e infarcita di vicende che l’autore “rubacchia qua e là” nei locali e nei bar che frequenta nei carruggi. Ma con un atout in più, visti i tempi che corrono: la capacità di far sorridere il lettore. 
Ma chi è questo quarantaquattrenne scrittore, dalla scrittura scanzonata, che si definisce “pigro e svogliato”, oltre che troppo buono (“Non so dire di no”), ma anche “sgamato” quanto basta - e potrebbe sembrare una contraddizione - essendo cresciuto in un quartiere popolare di Genova”? Un drammaturgo (“Il mio ultimo monologo è stato messo in scena lo scorso dicembre all’Eliseo di Roma”), ma anche un autore televisivo (“Per dieci anni ho tenuto banco a Zelig scrivendo per i comici più popolari d’Italia”) e pure biografo (“Sinora mi sono limitato a scrivere la vita di Patty Pravo, edita da Einaudi”) che si è accasato sugli scaffali - dopo aver dato voce a racconti e poesie per suo personale piacere - con alcuni libri che hanno un loro perché. 
Ad esempio con il lavoro d’esordio nella narrativa gialla - era il 2009 - intitolato La Genova male (“Uscito - per i tipi di una editrice genovese specializzata in testi musicali - come allegato al quotidiano Il Secolo XIX, mentre a Milano me l’avrebbe presentato proprio Andrea G. Pinketts), seguito due anni dopo da Cenere (scritto a sei mani con Marco Rinaldi e Lazzaro Calcagno e ambientato nel mondo della resistenza partigiana ligure). Una volta approdato alla Fratelli Frilli avrebbe dato voce a La vanità dei pesci pulitori, facendoci conoscere il suo stravagante Rebowsky (“È quello che vorrei essere: un uomo inconsciamente felice, stato che davvero gli invidio”) alle prese con la movida genovese (secondo il blog Il colore dei libri si tratta di “uno dei cinque migliori romanzi del 2019”). 
E ora eccolo tornare in scena con Dodici lumache e una Banana Split, titolo in parte regalatogli dall’amico Alfonso Cavassa, storico proprietario dell’Hemingway’s Pub di Genova Sturla. E come andò ce lo racconta lo stesso autore: “Una notte, erano le tre, Alfonso mi parlò di una trasferta a Parigi di sua suocera, dove venne portata - quale gradita ospite - a mangiare in un ristorante di lusso e le servirono dodici lumache e una pesca Melba. A quel punto mi si accese una luce e, accantonando la poco nota pesca Melba, puntai sulla Banana Split ferme restando le lumache…”. 
Come già accennato, a tenere banco in questo nuovo romanzo è il suo azzeccato personaggio Martino: un King Kong che pesa 135 chili per un metro e novanta d’altezza, peraltro viziato dalla madre ai massimi livelli. Lui che si ritiene il “fico più fico che abbiate mai conosciuto”; lui che come detective non sarà la fine del mondo, ma certamente - complice una pigrizia mastodontica in abbinata a un ozio programmato - si ritiene uno “dei dodici uomini più felici sulla faccia della terra”. 
Un tipo quindi fuori dalle righe (che peraltro si racconta in prima persona) “sempre più grasso, più misogino, più pigro, più strafatto di erba spinella con la quale si fa dei gran bomboloni, più allo sbando e più rock ‘n’ roll che di più non si può, che passa le sue giornate a dormire e a guardare serie televisive su Netflix, mentre di notte - come un moderno guru della Genova by night - va in giro a filosofeggiare per i locali del centro storico o a suonare jazz con la sua tromba nei peggiori club della città”. 
Ma qualcosa sta per cambiare. Improvvisamente sparisce nel nulla la bella rumena Bianca Petrescu, una delle spogliarelliste del Perciò, e “gli equilibri zen della sua vita sballano radicalmente”. Sta di fatto che Rebowsky viene assoldato da Lele “il fighetto” (il proprietario del night) per cercare in tutta fretta la ragazza scomparsa. Fermo restando che Lele non vuole sbirri tra i piedi per certe ragioni (leggi pure droga) che non ama sbandierare. In buona sostanza, in cambio di una “discreta somma di grano” visto che non se la sta passando proprio bene, dovrà trovare Bianca senza fare troppo chiasso. 
Aiutato come sempre dalla sua amica Marilù - ricca e naïf - Martino, da maldestro investigatore qual è, “si troverà catapultato in una surreale quanto bizzarra indagine, contornata da folli nottate, Porsche fiammanti, musicisti ossessivo-compulsivi, hipster vegani, provocanti spogliarelliste, fotografi radical-chic, incensisti senza capo né coda, grassi finanzieri corrotti e artisti maledetti”. Ma che fine ha fatto, davvero, Bianca? E di chi è quel cadavere di ragazza trovato in mare, domenica 12 maggio, da due pescatori di Bogliasco? 
Accennata la trama, passiamo al giudizio. Annotando che la storia da un lato trascina il lettore al sorriso e dell’altro lo lascia con l’amaro in bocca per certe scelte che abbracciano vite che trasudano eccessi. Di fatto una vicenda raccontata senza esclusione di colpi che, grazie a una scrittura colorita, ricca di espressioni e parole forti, inchioda il lettore dalla prima all’ultima pagina, trascinandolo in un mondo volutamente surreale. Ma anche un romanzo che cattura e intriga e che, tirate le somme, induce alla riflessione. 
E per quanto riguarda l’autore? Matteo Monforte è nato a Genova il 9 giugno 1976, dove ha frequentato il liceo classico Colombo (“Quello che era stato frequentato anche da Fabrizio De André” tiene a precisare) per poi iscriversi a Filosofia, salvo fermarsi a sette od otto esami dalla laurea. “In effetti - la mette sul ridere - ero una capra che bigiava tantissimo, in quanto la mia passione vera era quella di andare in giro con un gruppo di comici che si chiamavano Quellilì, per i quali scrivevo testi e suonavo la chitarra”. 
Lui che da tempo abita, con la moglie e un figlio di otto anni che si chiama Ernesto, ad Aggio, un Comune di appena 311 abitanti nell’entroterra genovese, sulle alture della valle del Bisagno; lui che ha praticato a lungo la boxe, sia pure a livello dilettantistico; lui che si dichiara appassionato di vini e di sigari; lui accanito lettore (“Arrivo a 60-70 libri all’anno”) con un debole dichiarato, oltre che per Pinketts, per Loriano Macchiavelli, Giorgio Scerbanenco nonché Fruttero e Lucentini. Mentre - al di fuori della narrativa gialla - nutre un robusto interesse per John Niven, Jonathan Coe e per il canadese Mordecai Richler, “celebrata firma de La versione di Barney”. 
E per quanto riguarda la sua scrittura, che lo ha già visto mettere a punto la terza storia imbastita (“Ce l’ho tutta in testa, anche se non ho ancora materialmente iniziato a scriverla”) su Martino Rebowsky? “Cerco di farmi capire da tutti utilizzando un linguaggio colloquiale, da strada mi verrebbe da dire, giocando bene e spesso sull’ironia. Ironia che, tengo a precisarlo, non manco di travasare anche nei miei testi drammatici”. Con ancora vivo il ricordo di quel lettore che, a una presentazione, gli disse: “Lei ha la capacità di distrarmi, di farmi passare una buona giornata”. Quale miglior complimento per un autore?

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