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Catalogo di scemi e bugiardi, ovvero di gente fuori di testa

Con il sorriso sulle labbra il "Benefattore" Romano Prodi, che vorrebbe rimpiazzare Mattarella al Quirinale, strizza l'occhio alle Sardine. Perché...


13/01/2020

di Sandro Vacchi


Questa settimana il caso del mondo è il mondo stesso, e naturalmente l'Italia fa la parte del leone, ma soprattutto del somaro, nel nostro mondo surreale. 
Indietro, miei Prodi – A ottant'anni suonati il professor Romano Prodi, forte del fatto di averci donato benessere, futuro, un giorno di lavoro in meno a settimana e più soldi di prima in tasca, ha celebrato il Ventennio dell'euro, sua creatura prediletta, con una lunga intervista al Corriere della Sera. Nota: Ventennio è scritto così in quanto l'euro ha significato per l'Italia un disastro di poco inferiore a quello della guerra, stando all'andamento di PIL, occupazione, produzione, esportazioni, peso economico dell'Italia. 
Col sorriso sulle labbra, il Benefattore ha raccontato una balla e una verità. Balla: di sostituire Mattarella al Quirinale non gli importa niente. Verità: gli piacciono tanto le Sardine, non quelle che si mangiano, ma quelle che si mandano sulle piazze per non mostrarsi in prima persona. E si rammarica di non aver avuto la capacità di “inventarle” lui. Peccato, gli manca questa medaglia al valore. 
Le Sardine puzzano – Pare l'abbiano capito anche alla sede PD di Cavriago, paese che eroicamente va fiero di un busto di Lenin sulla piazza. I pasdaran della rivoluzione all'italiana, il nuovo che avanza, gli unti dal Signore destinati a trasformare il Paese in Potenza, o almeno in Belsedere (esiste, è in provincia di Siena), sono la carne da macello del Partito Democratico, che prima di mandare all'assalto i giannizzeri si affida a giovanotti, giovinette e giovinastri vari, così vediamo che cosa succede. Succede un Sessantotto in scala molto, ma molto ridotta: il nulla. Avete mai sentito una dichiarazione del leader maximo Mattia Santori? “La società civile, la partecipazione, che cosa ci avete dato? Noi giovani, è ora di rivedere le cose, la politica non si fa in Parlamento...” Se certe frasi le pronunciasse una persona seria, diremmo che è un anarchico confusionario e sognatore, ma se questo è il futuro, auguri! Per il momento accontentiamoci delle contestazioni davanti ai banchetti di Fratelli d'Italia, con una piccola ma fondamentale differenza rispetto ai sessantottini: mentre questi ultimi contestavano i governi, le Sardine sono pargole del PD, cioè del governo, e se la prendono con l'opposizione. Una cosa da pazzi: dei giovani che stanno a fianco del potere, dei ministri, del Palazzo, e attaccano chi li attacca. Succedeva in Unione Sovietica, signor Santori, e lei è al massimo un minuscolo bolscevico con un millesimo della cultura di Trotzky. Quanto scommettiamo che, fra qualche anno, siederà in un consiglio d'amministrazione e penserà a una cosa su tutte, cioè i soldi? 
Giovani al comando? - L'idea di Beppe Grillo di togliere il voto ai vecchi per darlo ai sedicenni già di per sé spiegherebbe la discesa libera dei Cinque Stelle. In questo mondo che pende dalle labbra di Greta Thunberg per “salvarsi” non c'è da stupirsi più di tanto. Poi, però, si fanno un po' di considerazioni più attente. Un giorno sì e l'altro pure qualcuno viene fatto a pezzi per strada da automobili lanciate come bombe, l'ultima ha fatto un filotto di sette persone in Trentino. I conducenti sono molto spesso strafatti di droga e di alcool, e altrettanto spesso hanno meno di quarant'anni. E' la movida, bellezza, se non l'accetti non sai vivere e non meriti questo mondo di selfie e di Facebook. 
Poi si esce dall'Italia e si va agli antipodi, in Australia, dove gli incendi stanno distruggendo un'area grande come il Portogallo. Ci sono decine di vittime, compresi diversi vigili del fuoco. Bene, sono finiti in carcere diversi idioti sui vent'anni che una volta si sarebbero definiti piromani: volevano vedere che effetto fa un incendio, hanno detto. Ah beh, allora... Hai mai visto che effetto fanno una decina di anni di galera? 
Tutto il potere a Vishinsky – Il giudice supremo delle purghe staliniane è un esempio per la nostra democraticissima sinistra che di sinistro ha solamente la pretesa. Quando non riesce a vincere con il voto, cioè quasi sempre, il PD – come i suoi predecessori e i suoi amici – ricorre al potere parallelo della magistratura. Silvio Berlusconi ne sa qualcosa, ma adesso tocca a Matteo Salvini, il quale osa marciare a ritmi napoleonioci verso il potere. Che fare? Si sarebbe domandato Lenin. Processarlo, ovvio. Ma, poiché da noi ipocrisia e viltà la fanno da padrone, ci si guarda bene dal processarlo per sequestro di persona prima delle elezioni regionali in Emilia-Romagna e in Calabria del 26 maggio. Mica sono scemi del tutto, i democratici dei Parioli, mica vogliono trasformare il leghista in un martire e farlo stravincere. Alla faccia dei princìpi e della legge uguale per tutti, lo si processerà in febbraio. Forse. Perché, se dovesse vincere, vedrete se mai lo processeranno. 
Per un reato, poi, dal quale è stato già assolto per la nave Diciotti, ma oggi ci riprovano con la Gregoretti. Allora, ammettendo che Salvini sia un sequestratore, in quanto ha bloccato per tre giorni delle persone su una nave che pretendeva di attraccare in Italia senza permesso, come mai nessuno parla di processo per chi ha speronato una vedetta della Guardia di Finanza? L'accusa? Tentato omicidio e approdo clandestino. Invece Carola Rackete viene accolta come un'eroina da Fabio Fazio, pagato da tutti noi con il prelievo forzoso destinato alla Rai. 
Il sequestro di persona, poi... I santi benefattori di Bibbiano non hanno forse sequestrato, per anni, bambini di famiglie sputtanate a ruota libera per affidarli ad amici e ad amici degli amici? Chi parla di processo? Aspettano, sempre perché l'interesse politico viene prima della giustizia e delle questioni di principio. Se a fine gennaio vincerà il centro-destra, vedrete come processeranno Salvini, andranno tutti in ginocchio da lui. Che li prega da settimane di mandarlo a processo, e di trovare un'aula bella grande. 
Intanto, a Brescello, patria di Peppone e don Camillo, si è ricordato della neo ministra dell'Istruzione Lucia Azzolina, pentastellata. E' stata accusata di aver copiato la tesi di laurea. Chi ha osato tanto? E' lesa maestà. No, è stata La Repubblica, organo putativo del PD, cioè del partito alleato dei grillini al governo. 
Domani andiamo all'anagrafe – Accanto alla “strategia” giudiziaria, il PD ha inventato l'anagrafe di partito. Quando le cose si mettono male, oplà! Un bel salto della quaglia, si cambia nome e chissà che se ne accorgano in pochi. Caduto il comunismo nell'Est e abbattuto il muro di Berlino? I compagni col cavolo che fanno autocritica! Vanno all'anagrafe e, da un giorno all'altro, bagnati dalle lacrime di Achille Occhetto, da Partito comunista diventano Partito democratico di sinistra. In soffitta le opere di Lenin e le bandiere rosse, e speriamo che ci vada bene. 
Però non bastava. Vero che gli italiani hanno la memoria corta e non serbano rancore, però il triangolo rosso, le foibe, certi partigiani di comodo, erano ancora freschi. E bisognava riciclarsi, entrare nel turbocapitalismo... “Abbiamo una banca” ricordate? Altro salto all'anagrafe ed ecco che dal nome sparisce la P e rimane solo DS: democratici di sinistra. A pensarci bene, è stato quasi un miracolo di onestà, come a dire che potrebbe esistere anche una democrazia di destra. 
Eh no! Contrordine, compagni! Rimettiamo la P di partito e togliamo la S di sinistra, che fa ancora ribrezzo a troppa gente, come dimostrano un'elezione dopo l'altra. Altra gita all'anagrafe e nasce il PD. 
Abbiamo finito? Che dite! Nicola Zingaretti dovrà pur lasciare un segno del suo passaggio nella storia, o almeno in questa storiella? E ha detto che non vuole fare un nuovo partito, ci mancherebbe, sono capaci tutti. No, lui vuole fare un “partito nuovo”. Ah, allora cambia tutto... 
Scusate, ma non resisto. Ho detto storiella, perché è davveto una barzelletta. Sapendo che tutti i comunisti sono spiritosissimi, eccola, perché è la loro storia. Un signore ha la disgrazia di chiamarsi Paolo Merda. Va all'anagrafe e spiega che intende assolutamente cambiare nome. Comprensivo di fronte al caso umano, l'impiegato domanda: «E come vorrebbe chiamarsi?». Risposta: «Giovanni Merda». 
Si vergognano, difficile dargli torto quando il loro stesso candidato in Emilia-Romagna, lo scarlatto modenese Stefano Bonaccini, non mette nei manifesti le insegne del partito e si tiene ben lontano dal segretario nazionale Zingaretti, come se portasse più disgrazia del suo predecessore Martina. Il re dei cinici Matteo Renzi se la ride sotto i baffi: in fondo, con lui che ha cominciato a rottamare il partito, i voti arrivarono al 41 per cento, oggi non sono neppure la metà. E hanno voglia di dire che quelle dell'Emilia-Romagna saranno “soltanto” elezioni regionali. Che cosa? Non ci sono mai state in Italia elezioni più politiche di queste, se salta il banco sotto le due torri, il PD chiude bottega, altroché il partito nuovo! E la sinistra se la prendono la Lega e qualche cespuglio in posizione estrema. 
Deficienti stranieri – Non illudiamoci di avere il primato mondiale delle fesserie, siamo messi talmente male che anche in una gara del genere arriveremmo secondi, altroché recuperare punti ricevendo il leader libico riconosciuto, Saaraj, dopo il suo avversario Haftar. 
In Iran i pretoni barbudos che amano tanto le bombe atomiche e le impiccagioni in piazza, qualche giorno fa hanno subito una batosta epocale, con il generale macellaio Sulejmani fatto a pezzi da un drone americano. Chi è il cattivo, in questa storia? Ma Donald Trump, ovvio! Lo dicono tutti i pensatori in servizio permanente effettivo, gli anti-sovranisti per eccellenza, i goleador del politicamente corretto, quindi deve per forza essere così. 
Poi, in contemporanea, succedono due cose. Chi di noi non vorrebbe un funerale come quello di Sulejmani, con due o tre milioni di persone in lacrime? Paolo Villaggio sognava una cosa del genere e rimpiangeva il fatto di non poter assistere. Bene, i persiani si sono massacrati come topi nella calca, gli era andata peggio solo alle Termopili quando incontrarono Leonida: un massacro di un centinaio di persone. 
La seconda cosa è stata un disastro aereo in Ucraina, che poi si è scoperto non essere un disastro, ma un missile lanciato dagli ayatollah: una cosa molto simile a quella capitata a Ustica 40 anni fa, quando l'aereo dell'Itavia finì nel bel mezzo di una battaglia che coinvolgeva dei caccia libici e, forse, francesi. 
Sull'aereo abbattuto in Ucraina c'erano un sacco di viaggiatori iraniani e canadesi. Il primo ministro di Ottawa, Troudeau, ha subito dichiarato che la colpa era di un missile lanciato da Teheran. Indignazione subitanea degli ayatollah, salvo essere costretti a ricredersi poche ore dopo di fronte all'evidenza dei fatti. Così hanno ammesso di essere stati loro, ma per sbaglio, volete mettere? Sbaglio di chi? Di un singolo, per il quale è stato promesso un processo esemplare. Così un sergente, o un sottotenente dell'esercito iraniano, un povero cristo che semmai faceva il pastore fino a qualche anno fa, marcirà per anni in una galera del democratico Paese, prima di essere impiccato in piazza. 
Il capro espiatorio è lui, ma per gli ayatollah si sta mettendo male, malissimo. «Morte ai bugiardi! Giustizia! Costituzione! Il nostro nemico non sono gli Stati Uniti, il nemico è qui!», gridavano decine di migliaia di giovani nelle piazze. Altroché le Sardine di casa nostra. E invocavano le dimissioni del pretone supremo Khamenei, il vecchio barbuto in lacrime ai funerali del Macellaio. Sembrava quando, sempre 40 anni fa, la folla sciita reclamava la fine dello Scià in attesa del “salvatore” Khomeini. 
Così, in pochi giorni, Trump si è liberato del pericolo numero uno in Medio Oriente, ha messo in crisi nera il regime di Teheran, è balzato nei sondaggi per la rielezione alla Casa Bianca. E a casa nostra continuano a dire, i soliti, che lui è il cattivo, che non ha statura internazionale, che Hillary sarebbe stata ben altra cosa... 
Lo hanno mai visto Luigi Di Maio? Sanno chi è Giuseppe Conte? E la testa più lucida della sinistra che si vergogna di sé stessa, Nicola Zingaretti? 
Nel nostro piccolo, se il 26 gennaio andasse come si augura la fetta più grande degli italiani, finirebbe il regime dei governi senza voto, del potere ai Soviet volenti o nolenti, forse anche dei presidenti non eletti direttamente dal popolo. Finirebbe l'incubo dell'impoverimento senza colpa, dello Stato senza potere, dei giovani senza speranza, dei lavoratori senza lavoro, dei pensionati sulla soglia della Caritas, dell'invasione di quelli che dovrebbero pagarci le pensioni. Alla faccia di chi ha sconfitto la povertà, vero Di Maio? Basterebbe quella frase, unita al reddito di cittadinanza, per mandare chiunque al macero. 
E infine mi sbilancio, perché è facile non rischiare, come chi vuole processare Salvini, ma solo dopo il 26 maggio. Credo che la Lega, la Borgonzoni, Forza Italia e Fratelli d'Italia in Emilia-Romagna non ce la faranno, per un pelo, ma non ce la faranno, perché in qualche mese si può buttare all'aria l'Umbria travolta dallo scandalo della sanità, ma è molto più difficile riuscirci in una regione grande il triplo, molto più ricca e non governata male, va detto per onestà. Il potere sovietico sarà però messo così in discussione che non gli basterà un “partito nuovo”, l'ennesimo nome nuovo o ancora un segretario politico nuovo: gli servirà invece una cassa da morto. 

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