Cultura

Cassius Clay, alias Muhammad Ali: certe vite, come la sua, non finiscono mai di essere raccontate

A riparlarci di questo straordinario pugile ci ha pensato l’americano Jonathan Eig in una lunga biografia nella quale i ricordi si rincorrono, travalicando i confini dello sport. Quelli di un uomo strafottente, spavaldo e sbruffone che, al di là del suo ruolo sportivo, con le sue prese di posizione fuori dal coro era riuscito a scuotere la coscienza di molti


10/06/2019

di Massimo Mistero


Uno sport, il pugilato, dalle origini antiche che si rapporta allo scontro ad armi pari di due combattenti su un ring: la qual cosa non manca, per la sua immediatezza, di attrarre anche chi di tecniche, di stili e di regole non ne capisce granché. Uno sport che tuttavia ha assunto i toni dell’arte soltanto con un suo protagonista: Cassius Clay, alias Muhammad Ali. Vincitore delle Olimpiadi di Roma del 1960, campione mondiale dentro e fuori dal ring, un atleta che ha regalato sogni ai suoi tanti sostenitori, come nel caso dell’indimenticabile serata (era il 30 ottobre 1974) del match di Kinshasa contro George Foreman, serata che sarebbe stata celebrata anche nel film documentario di Clare Lewins I am Ali. 
Una vera leggenda del ring, Cassius Clay, capace di mettere in ombra le tante carriere illustri che “hanno onorato la nobile arte del pugilato”. Insomma, un campionissimo (morto a Scottsdale il 3 giugno 2016) che ha lasciato un grande vuoto. Nel senso che nessun altro è riuscito a rubargli la scena, a far risplendere di luce propria la boxe a livello mondiale. Anche se il suo tramonto sportivo (tre sconfitte negli ultimi quattro incontri) non era stato dei migliori. Ma quel che conta è stata una carriera che sarebbe rimasta impressa nella mente di tutti, seppure nel ricordo amaro della sua ultima volta quando, stanco e già malato, si era fatto vedere sotto i riflettori delle Olimpiadi di Atlanta del 1996. 
Come abbiano già avuto modo di annotare, decisamente un grande Muhammad Ali, lo spavaldo, sbruffone e istrionico pugile nato il 17 gennaio 1942 a Louisville come Cassius Marcellus Clay Jr. che, dopo aver iniziato a frequentare la palestra a soli 12 anni, quando ne aveva 18 riuscì a vincere l’oro olimpico e a ventidue a salire al vertice assoluto della categoria. Disputando in carriera 61 incontri, vincendone 56, ma soprattutto togliendo il titolo mondiale ad alcuni dei pugili più forti della storia della boxe. 
Di certo un atleta fuori dalle righe, che aveva saputo pagare di persona le sue convinzioni politico-religiose. Un numero uno per il quale poco importava, sul ring o fuori dal ring, andare al tappeto. L’importante era infatti risollevarsi. E lui lo aveva fatto in continuazione. Proponendosi non solo come un pugile ineguagliabile, ma anche come uno dei protagonisti del ventesimo secolo. Godendo di una popolarità senza pari e della massima considerazione da parte dell’opinione pubblica, peraltro beneficiando di una immagine addirittura superiore a quella del presidente degli Stati Uniti. Non c’era infatti parte del mondo, o quasi, nella quale non si sapesse chi era e cosa aveva fatto. 
La “farfalla del ring” - come veniva definito questo peso massimo per la capacità di danzare leggero sul quadrato - che, con la supponenza che lo contraddistingueva, aveva avuto il coraggio di millantare: “Io sono l’America. Sono la parte che non volete riconoscere. Ma vi conviene abituarvi a me. Nero, sicuro di me, vanitoso; il mio nome, non il vostro; la mia religione, non la vostra; i miei obiettivi e solo i miei; vi conviene abituarvi a me”. 
E appunto a questo grande campione la 66tha2nd, dopo averlo celebrato nel 2013 con la pubblicazione di una biografia firmata dal francese Alban Lefranc, dedica un nuovo, monumentale ritratto firmato da Jonathan Eig intitolato Muhammad Ali, la vita (pagg. 765, euro 25,00, traduzione di Lorenzo Vetta), che nel 2018 è stato benedetto libro dell’anno agli Sports Book Award, oltre a vincere il Pen|Spn Award for Literary Sports Wrigting. 
Eig, si diceva, giornalista (ha collaborato con Il New York Times, il New Yorker, il Washington Post e l’Esquire, mentre ora scrive per il Wall Streert Journal), nato a Brooklyn, New York, il 26 aprile 1964. Il quale, strada facendo, ha dato voce a cinque libri di successo raccontando, ad esempio, le storie di Lou Gehrig e Jackie Robinson (due famosi giocatori di baseball) e anche quella di Al Capone (in prima fila per ben altre faccende). 
Il quale Eig. attingendo a una mole impressionante di fonti, per buona parte inedite, ha ripercorso le gesta di Cassius Clay con una dedizione commovente, senza risparmiargli nulla e riuscendo nell’intento di restituire al lettore, all’appassionato come al neofita, l’epopea di un uomo che è stato, prima di tutto, un inno alla bellezza della contraddizione umana. 
Ma torniamo alla storia di Muhammad Ali, un atleta che più di tutti è riuscito a travalicare i confini dello sport per diventare un’icona politica e di costume. Un uomo la cui biografia ha già ispirato decine di libri, film, documentari e articoli, che hanno lasciato però in sospeso la più elementare delle domande: chi era davvero Muhammad Ali? Una domanda ancora in attesa di risposta. Volendo azzardare, per prima cosa Ali è stato un pugile capace di trasformare il ring nel palcoscenico del Bolšoj, ma anche un umile seguace di Allah e un leader del Black Power, autoproclamatosi nemico pubblico numero uno dell’America bianca e reazionaria. 
Lui, “suo malgrado, anche un attivista per i diritti civili, disposto a sacrificare i migliori anni della sua carriera per rimanere fedele a un principio; un provocatore dalla rima baciata, un fedifrago ossessionato dal sesso, un avido altruista votato all’autodistruzione, un fenomeno, uno stato d’animo, un’attitudine, una sfida alla democrazia e al decoro”. Insomma, chi più ne ha più ne metta.

(riproduzione riservata)