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C’è un futuro per la Chiesa segnata da individualismi, egoismi e scandali interni?

La crisi è sotto gli occhi di tutti. E anche l’entusiasmo per il ruolo di papa Francesco si è smorzato per le resistenze e le opposizioni di una parte dei vescovi. Ma è bene sottolineare che la rassegnazione alla cultura del declino non porta lontano


10/05/2021

di Antonio Sciortino*


Circa due anni fa, nell’aprile 2019, la cattedrale di Notre Dame a Parigi prese fuoco. Sorpresa e sbigottimento in tutto il mondo. E non solo tra i credenti. Quell’incendio, per molti, assunse un significato simbolico. Come se assieme alla cattedrale, simbolo della Francia un tempo “figlia prediletta della Chiesa”, stesse bruciando lo stesso cristianesimo. 
Da questo episodio prende avvio l’accurata analisi che Andrea Riccardi, storico e fondatore della comunità di Sant’Egidio, fa nel libro La Chiesa brucia? Crisi e futuro del cristianesimo (Laterza). La Chiesa, quella italiana ed europea in particolare, oggi è in crisi. E sempre meno attrattiva, soprattutto per i giovani. Quella fascia di popolazione che il teologo Armando Matteo ha definito “la prima generazione incredula”, che ha imparato a vivere senza mettere Dio nel proprio orizzonte. Giovani, ormai, del tutto indifferenti al messaggio cristiano. A differenza degli atei, che il problema di Dio almeno se lo pongono. 
La crisi della Chiesa è sotto gli occhi di tutti. Per un forte calo di credibilità, oltre che di numeri: dalla pratica religiosa alla riduzione delle vocazioni al sacerdozio e alla vita religiosa. Non hanno giovato gli scandali finanziari e la pedofilia del clero. Tanto meno Vatileaks e le lotte di potere interne al Vaticano. Cinquant’anni di sforzi ecclesiali per l’evangelizzazione o la “nuova evangelizzazione” non hanno invertito la rotta. 
Ad aggravare l’attuale irrilevanza della Chiesa (o “fase terminale”, come alcuni la definiscono), concorrono la crescente secolarizzazione della società, l’affermarsi dell’individualismo, il dilagare del relativismo morale. Ma anche una globalizzazione degli egoismi che rende tutti più vicini ma meno fratelli. Meno solidali. Sul banco degli imputati è finito anche il Vaticano II, la “primavera della Chiesa”. Quella “ventata dello Spirito” che tanta speranza e ottimismo aveva suscitato nella Chiesa e nel mondo. I cosiddetti tradizionalisti considerano il Concilio all’origine di tutti i guai. Gli altri, i cosiddetti progressisti, lamentano una mancanza di coraggio nell’attuarlo pienamente. Una “rivoluzione” rimasta incompiuta. 
Già Paolo VI, nel 1972, denunciava un senso di smarrimento: “Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta, invece, una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, d’incertezza”. Dalle grandi attese alla delusione. E anche papa Ratzinger scrive: “Cinquant’anni fa, all’inizio del Vaticano II, eravamo felici, pieni di entusiasmo. Il grande Concilio ecumenico era inaugurato; eravamo sicuri che doveva venire una nuova primavera della Chiesa, una nuova Pentecoste, con una nuova presenza forte della grazia liberatrice del Vangelo”. 
Il lungo pontificato di Wojtyla (27 anni), la sua apertura al mondo e il carisma personale che tanto aveva entusiasmato i giovani, hanno forse “coperto” più che “risolto” la crisi della Chiesa. Scrive Riccardi: “Pur essendo molto citato da Ratzinger dopo la sua elezione, papa Wojtyla è progressivamente scivolato nell’oblio”. Non gli è bastato aver traghettato la Chiesa nel nuovo millennio. E neppure i grandi gesti compiuti in occasione del Giubileo 2000, come la richiesta di perdono per i peccati della Chiesa e dei suoi figli. O, prima ancora, il raduno di tutte le religioni ad Assisi, nel 1986, a pregare insieme per la pace nel mondo. 
L’apice della crisi nella Chiesa è coinciso con il pontificato di Benedetto XVI. “Ratzinger era stato eletto all’insegna della continuità con Wojtyla”, scrive Riccardi, “anche se i cardinali ne conoscevano il carattere riservato; erano convinti che la sua sapienza teologica avrebbe sistematizzato le intuizioni, un po’ contraddittorie ed esplosive, del predecessore”. Ma come un fulmine a ciel sereno, dopo alcune turbolenze vaticane, le dimissioni di Benedetto XVI, l’11 febbraio 2013, segnano una profonda svolta nella Chiesa. 
Un “trauma” che ha aperto le porte alla “sorpresa Francesco”, il primo Papa latino-americano, chiamato a riformare la Curia e a rivitalizzare la Chiesa, soprattutto quella europea, “stanca e invecchiata”. Molto nella Chiesa è cambiato con papa Bergoglio, grazie al suo magistero e al suo stile pastorale. Nell’assumere il nome di Francesco, in riferimento al santo di Assisi, egli aveva già dettato il programma del pontificato. Una Chiesa povera e per i poveri; una Chiesa di popolo; una Chiesa missionaria, per annunciare agli uomini d’oggi il Vangelo della misericordia. Un programma in perfetta sintonia e continuità con gli insegnamenti del Vaticano II. 
Il pontificato di Francesco, fin dall’inizio, ha suscitato un grande entusiasmo. Che si è smorzato, nel tempo, per le resistenze e le opposizioni all’interno della stessa Chiesa. Le sue aperture su temi quali la famiglia, il rapporto col creato, il dialogo con l’islam, la fraternità universale… non hanno avuto un corale consenso e seguito da parte dei vescovi. 
S’è creata, anzi, una tenace resistenza, con qualche minaccia di scisma. I più tradizionalisti lo considerano “eretico”. E l’accusano di appiattirsi sui problemi sociali, fino a dargli del “comunista”. Oltre a imputargli d’aver abbandonato i cosiddetti “valori non negoziabili”. Ma per Francesco - che riprende un pensiero del cardinal Martini - “il primato va dato al Vangelo, non ai valori. Solo partendo dal primato del Vangelo, si potrà dire che si mettono a posto anche i valori”. Comunque, gli attacchi sui media, i social in particolare, si intensificano. E con toni sempre più sferzanti e irrispettosi, al limite dell’offesa. Come mai era successo con nessun altro suo predecessore. 
La stessa Chiesa italiana s’è mostrata lenta nell’appropriarsi dell’Evangelii gaudium, come Francesco aveva chiesto al Convegno ecclesiale di Firenze 2015, per un programma di profonda “conversione pastorale”, a cominciare dalle parrocchie. E al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa, con uno stile sinodale e meno verticistico. Valorizzando appieno i laici - le donne in particolare - non più “gregari” nella Chiesa, ma protagonisti e corresponsabili a ogni livello. Anche quello decisionale. 
Una Chiesa in uscita, quella di Francesco, vicina ai poveri, attenta alle periferie geografiche ed esistenziali, in dialogo con tutti. “Costruire ponti e non muri”, dice spesso il Papa. Una Chiesa, soprattutto, accogliente. Anche se molti rimproverano al Papa di insistere troppo sulle politiche di integrazione per migranti e profughi. E lo accusano di favorire l’islamizzazione dell’Europa, a danno dell’identità e delle radici cristiane del continente. Francesco non desiste. L’accoglienza è un aspetto qualificante del suo pontificato. 
Il pericolo per l’Europa non viene dall’esterno, ma dall’interno. Dall’abbandono dei princìpi cristiani da parte degli stessi fedeli. Parlando agli universitari di Roma Tre, Francesco ha detto: “Quante invasioni ha avuto l’Europa! Dall’inizio a qui l’Europa è stata fatta di invasioni e migrazioni… Le migrazioni non sono un pericolo, sono una sfida per crescere. E lo dice uno che viene da un Paese dove più dell’80% sono migranti”. 
C’è un futuro per il cristianesimo? La rassegnazione alla “cultura del declino” non porta lontano. “Siamo tutti immobili”, diceva don Giuseppe Dossetti, grande entusiasta del Concilio, “fissi su un presente che si cerca di rabberciare in qualche maniera e non con il senso della profondità dei mutamenti”. Oggi viviamo in un “cambio d’epoca” e non di semplici “cambiamenti epocali”, ricorda papa Francesco. Non basta occupare spazi e riempire vuoti, tenere aperte le chiese e le attività. Tanto meno rimpiangere il passato, come fosse “l’età dell’oro” cui fare ritorno. Come vorrebbero i nostalgici del passato: tradizionalisti, sovranisti e nazionalisti. Occorre, invece, avviare processi e guardare al futuro. 
La crisi è anche un’opportunità. Ma va preso atto che non viviamo più in un’epoca di cristianità, per via della secolarizzazione. Non c’è più un cattolicesimo di massa, ma una Chiesa di minoranza. “Una minoranza creativa”, come auspicava Benedetto XVI, prendendo a modello il cristianesimo dei primi tempi. Il declino viene da lontano. Lo stesso Ratzinger, ancora teologo, già negli anni ‘70 scriveva: “Dalla crisi attuale emergerà la Chiesa di domani, una Chiesa che avrà molto perso. Sarà di una taglia ridotta e dovrà ripartire da zero. Non sarà più in grado di riempire tutti gli edifici costruiti durante il suo periodo prospero. Con la riduzione del numero dei fedeli, perderà numerosi privilegi. Contrariamente al periodo anteriore, la Chiesa sarà percepita come una società di persone volontarie, che si integrano liberamente e per scelta. In quanto piccola società, sarà condotta a fare molto più spesso appello all’iniziativa dei suoi membri”. 
Non bisogna rassegnarsi o cedere al pessimismo. Ma “vivere evangelicamente nella crisi”. Nella Chiesa contrasti e divisioni ci sono sempre stati, fin dall’origine del cristianesimo. “Chi non guarda la crisi alla luce del Vangelo”, diceva Francesco alla Curia romana, “si limita a fare l’autopsia di un cadavere”. E nel suo libro Riccardi scrive: “La crisi non è declino, o forse è declino di modelli di ieri. Il cristianesimo, più che un’istituzione da conservare il più possibile, è una realtà del nostro futuro. Più che difendere le posizioni del passato o talvolta i loro resti, c’è da realizzare una scoperta del cristianesimo come parte integrante del futuro”. 
Paradossalmente, oggi si è meno cristiani, ma forse anche meno anticristiani. Già Benedetto Croce affermava le ragioni del Perché non possiamo non dirci “cristiani”. E Karl Ranher, grande teologo tedesco, parlava di “cristiani anonimi”. Se un certo cristianesimo storico è in declino, restano vive nel mondo le tensioni spirituali e le domande di senso sulla vita. Che vanno colte e accolte, come fanno i nuovi movimenti religiosi, le sette o le religioni orientali, come il buddismo. Spesso, più di quanto non faccia il cristianesimo. 
La Chiesa cammina nella storia. Nella Gaudium et spes, il Concilio ha indicato una via da seguire. Quella della condivisione, da parte dei cristiani, delle “gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono”. E’ quanto papa Francesco sta attuando con il suo pontificato. 
Se il mondo è “uscito da Dio”, la questione di Dio non è “uscita dal mondo”.

*Già direttore di Famiglia Cristiana e attuale prima guida di Vita Pastorale

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