Cultura

Bentornato Sarti Antonio, il sergente che ha incantato tre generazioni

A tenere la scena nella sua ventiduesima volta non è però solo Bologna - una città dove nessuno si prende la briga di scavare nel suo passato, nel suo presente e nel suo futuro - ma anche un paese sull’Appennino calabro dove il nostro poliziotto gioca la sua prima partita in trasferta. Il tutto a fronte di una storia nera, ricca di morti ammazzati, che è lo stesso autore a raccontarci


27/05/2019

di Loriano Macchiavelli


Il romanzo - Delitti senza castigo (Einaudi Stile Libero Big, pagg. 252, euro 17,50) - è ambientato a Bologna negli anni 1992/94, quelli che vennero poi definiti “gli anni dello stragismo”. Alcuni esempi: strage di Capaci, di via d’Amelio, di via Fauro, dei Georgofili, di via Palestro, di piazza san Giovanni in Laterano, autobomba al Velabro... 
Bologna non era più “un’isola felice”, ma una città come le altre e come le altre il delitto era di casa. E qui Sarti Antonio, sergente, si trova fra le mani un morto ammazzato dopo l’altro. Si comincia con due giovanissimi, una lei e un lui che si incontrano tutte le sere all’uscita dei rispettivi licei. Due colpi di pistola, precisi. L’assassino o assassina è una sagoma che svanisce nella nebbia notturna del portico dei Garganelli, in pieno centro storico. 
Altri due ragazzi, Cinno e Poldo, diciassettenni destinati a una buona carriera come calciatori, vengono fulminati da due colpi di pistola, precisi. 
Spazzola, un uomo tranquillo, sopravvive per miracolo all’esplosione della sua auto, ma lo ammazza un colpo di pistola in fronte. 
Come se fosse già stata approvata la legge per la difesa personale della quale si discute in questi giorni, le pistole girano da sole sotto i portici. E i delitti sono destinati a restare senza castigo. 
Il delitto più odioso, quello che Sarti Antonio non riesce proprio a mandar giù, è contro Settepaltò, caratteristico personaggio di Bologna molto affezionato al questurino. Succede che mentre Settepaltò rastrella le sue cianfrusaglie in vicolo del Falcone, un signore elegante, grosso e alto come un armadio e calvo, scende da un’auto da ricco, discute animatamente con lui e poi lo massacra di botte lasciandolo sul selciato. 
Settepaltò viene ricoverato in coma. Ma che senso ha picchiare a morte un poveraccio che vive di stenti e non ha mai dato fastidio a nessuno? Forse rovinava l’estetica dei portici o forse ha visto o fatto qualcosa che non doveva fare o vedere. 
Sarti Antonio non se la sente di mandare in archivio irrisolto anche questo delitto e comincia la caccia alsignore elegante, grosso e alto come un armadio e calvo” e alla sua auto della quale Vetturina, un’antica prostituta dal radioso passato, ha dato solo la provincia CZ. 
Da un sopraluogo a casa di Settepaltò (sempre in ospedale) Sarti Antonio scopre che qualcuno ha messo sottosopra il tugurio nel quale vive il poveraccio, cercando qualcosa che, evidentemente non ha trovato. Lo stesso è accaduto al magazzino di Quintale. 
Quintale è uno strano ex professore universitario che ha cambiato mestiere dopo il suicidio di una sua allieva e adesso dà una mano a Settepaltò nello sgombero di cantine e solai. Usa un motocarro Guzzi ER del 1938. 
Le indagini portano Sarti Antonio a villa Rosantico, sui colli, ultimo luogo dove Settepaltò e Quintale hanno sgomberato la soffitta da tutte le cianfrusaglie accumulatesi durante i secoli. Forse hanno portato via qualcosa che non avrebbero dovuto. 
In villa Sarti incontra la bella Elena, moglie di un ricco industriale delle acque minerali dalle virtù miracolose. Lo stabilimento si trova in un paese sull’Appennino calabro, Pallagorio. Targa CZ. 
È la prima volta nella storia di Sarti Antonio, sergente, lunga ormai 45 anni, che è costretto a giocare la sua partita fuori casa, lontano dai luoghi e persone che gli sono familiari. 
A Pallagorio Sarti viene accolto a colpi di mitra e deve trattare con gente che non capisce e non sa come prendere. Fra le informazioni che riesce a mettere assieme ce ne sono alcune che riguardano una squadretta di calcio che milita in una delle tante serie inferiori e nella quale gioca un giovane, una specie di portento del football che ha già richiamato l’interesse di una importante società di serie A. Scopre anche che il calcio comincia ad essere marcio fin dalle squadre provinciali, attorno alle quali ci sono interessi economici non indifferenti. 
Il viaggio in Calabria non porta ad alcun risultato concreto e Sarti torna a Bologna dove può giocare in casa con la sua squadra capitanata dal talpone Rosas. E arriverà all’origine della tragedia di Settepaltò, ma non potrà portare il responsabile davanti alla giustizia: un delitto senza castigo, come gli altri che incontra durante la storia narrata nel romanzo. 
Per la cronaca Loriano Macchiavelli, il grande vecchio (ma sarebbe meglio definirlo il grande maestro) della narrativa italiana - una penna che non finisce mai di sorprendere per la sua vivacità intellettuale abbinata a un mestiere che lo porta a centrare il bersaglio da qualsiasi angolatura decida di affrontarlo - è nato il 12 marzo 1934 a Vergato, in provincia di Bologna, città dove vive alternando i suoi soggiorni nel “buen retiro” di Monteombraro, sulle colline modenesi. Un borgo che dall’alto strizza l’occhio alla suggestiva basilica di San Luca. Ed è qui che, da diversi anni a questa parte, spreme il suo computer (ve lo immaginavate forse, per ragioni anagrafiche, ancora alla macchina per scrivere? Niente di più sbagliato, in quanto la tecnologia l’ha contagiato da un pezzo, anche se della schiavitù del telefonino non vuole sentirne parlare) per dare vita a chicche da biblioteca pubblicate in una dozzina di Paesi, Giappone compreso. 
Come abbiamo già avuto modo di annotare su queste stesse colonne, ma un ripasso non guasta, Macchiavelli, dopo essersi diplomato perito edile, aveva iniziato a lavorare come tecnico presso la Certosa di Bologna. Un’esperienza a suo dire drammatica, in quanto a contatto con la sofferenza. Ma anche portatrice di qualche curiosità al seguito: come la scoperta di armi nei sottotetti di questo immenso cimitero, oltre che di nascondigli utilizzati dai partigiani durante la guerra. Materiale che in seguito gli sarebbe servito dal punto di vista narrativo. 
Insomma quasi una predestinazione, visto che strada facendo la sua fantasia si sarebbe nutrita di chissà quanti morti (ammazzati). Ma molto ha regalato, questa penna, anche al teatro. Dapprima come organizzatore e poi anche come attore. “Ma lasciai perdere - taglia corto - visto che stare in scena non faceva per me. Così, anziché recitare, mi misi a scrivere per il palcoscenico (l’ultima pièce, delle quasi 40 firmate, risale al 2010), approdando soltanto in seguito alla narrativa gialla per far contenta mia moglie Franca”. 
Come e cosa successe è presto detto. “Mentre nel 1973 eravamo in vacanza in Spagna, in un villaggio della Costa Brava chiamato Roses, scrissi a mano, rubacchiando pezzi di carta qua e là, il mio primo romanzo con protagonista Sarti Antonio, poliziotto della questura di Bologna. Tornata a casa Franca, di nascosto, lo batté a macchina e lo propose alla Mondadori. Così quando Alberto Tedeschi, allora responsabile della collana dei gialli, si fece vivo, io ne rimasi sorpreso. E altrettanto sorpreso rimasi, forse perché di gente come quella non ne esiste più, quando mi suggerì di inviare il testo, che non aveva ancora letto, al Premio Cattolica che lo vedeva in giuria”. 
Risultato? “Non vinsi, ma ne uscì un prezioso riconoscimento. Anche per questo venni segnalato dal critico de La Stampa Claudio Savonuzzi, purtroppo scomparso, a quel bel cervello di Raffaele Crovi, che me lo fece pubblicare dalla Campironi”. Debuttò così il sergente Sarti Antonio, una luce nel mondo dell'investigazione che, in abbinata al suo aiutante Rosas, extraparlamentare di sinistra, nel tempo ha regalato ai lettori una vivace dialettica sociale e politica.

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