Cultura

Benito Mussolini, il ritratto privato che va oltre la storia

Dagli anni della giovinezza all’invenzione del partito fascista che lo porta al potere: lo storico Arrigo Petacco, ricostruisce, con equilibrio e chiarezza, la vicenda del “figlio del fabbro” che sarebbe poi diventato “l’uomo della provvidenza”


24/12/2018

di Tancredi Re


Chi era veramente Benito Mussolini? Questa figura complessa ed emblematica può essere collocata nel Pantheon della storia contemporanea riconoscendo in lui un grande uomo, un grande politico, un grande rivoluzionario e un grande statista? Sono le domande, a suo modo legittime, che si è posto e, in qualche modo pone a noi contemporanei, Arrigo Petacco nel suo ultimo libro intitolato L’uomo della provvidenza (Utet, pagg. 278, euro 20,00). 
È un ritratto più privato che pubblico quello tratteggiato nel volume dall’autore, che ricostruisce - con equilibrio e chiarezza - la vicenda del “figlio del fabbro” diventato, secondo la celebre definizione di Papa Pio XI, “l’uomo della provvidenza”. Non è l’ennesima biografia, bensì un percorso originale che tocca tutti gli episodi chiave della sua parabola politica, e li interpreta alla luce di numerose testimonianze ritrovate in archivi pubblici, fra cui spicca quella, inedita, della figlia di Mussolini, Edda, che ha raccolto le confidenze e i pensieri intimi del padre. 
Un racconto che ci aiuta a inquadrare meglio il “personaggio” Mussolini, ma che non ci permette di cogliere appieno il perché della sua grandezza. “Nessun italiano, prima e dopo di lui, ha mai suscitato tanto entusiasmo, tanta speranza, tanto orgoglioso patriottismo e tanto dolore” scrive Petacco (nato nel 1929 e scomparso quest’anno, è stato un giornalista e storico tra i più apprezzati in Italia ed ha diretto, nella sua lunga vita professionale, il quotidiano La Nazione di Firenze, il mensile Storia illustrata, Speciale TG1, oltre a essere stato inviato della Rai). Il quale aggiunge: “Nessun italiano è stato più amato e rinnegato, nessuno ha lasciato dietro di sé tanto amore, tanto odio e tanta rovina”. 
Effettivamente, gli storici italiani e stranieri che lo hanno studiato per decenni si limitano a sottolinearne i difetti: le sue debolezze, le sue vanterie, il suo narcisismo, la sua megalomania, ma non provano nemmeno, sostiene l’autore, a spiegare come mai “un uomo di tal fatta sia riuscito a farsi gioco in un paio d’anni dell’intera classe dirigente italiana, ad affascinare per quasi vent’anni milioni di connazionali e a conquistarsi il rispetto, se non l’ammirazione, delle personalità più importanti del suo tempo sia in Italia che nel resto del mondo. 
Rivoluzionario, socialista, pacifista, interventista, repubblicano monarchico, e infine Duce e condottiero, Mussolini non è assimilabile ad altri uomini del suo tempo, come Lenin e Hitler, per una funambolica capacità di trasformarsi. “Quelli - scrive Petacco - conquistarono il potere fidando su incrollabili certezze e obbedendo a schemi precedentemente stabiliti, lui lo conquistò mutando i suoi programmi in corso d’opera con la disinvoltura di un esperto giocoliere”. 
Ma cosa aveva di veramente speciale quest’uomo? Qual era il suo segreto? Proviamo ad abbozzare una risposta senza alcuna presunzione di sostituirci alle rigorose indagini scientifiche ed ai severi studi condotti dagli storici con i metodi più appropriati.   
Secondo noi Mussolini, come molti altri grandi uomini illustri del passato, aveva il dono del carisma. Una qualità rara, ma che fa diversi dagli altri gli uomini che la posseggono. Come l’avevano avuto Caio Giulio Cesare, Alessandro Magno, Gengis Khan, Napoleone Bonaparte capaci di realizzare imprese straordinarie.  Mussolini aveva anche la visione: la capacità cioè di prefigurare in una prospettiva storica il divenire di un popolo ed una nazione, quella italiana con una guida forte ed autorevole. Mussolini era inoltre animato dall’ambizione di far risorgere il mito dell’Antica Roma. Aveva la capacità di saper parlare alle masse stimolando nel loro inconscio il desiderio di riconoscersi nei progetti di cambiamento e di trasformazione dell’Italia che propugnava. Una parte dei quali furono realizzati e i cui risultati sono ancora oggi sotto i nostri occhi. 
C’è un’altra ragione che può aiutarci a spiegare perché Mussolini è stata una figura così emblematica da aver lasciato un segno profondo nell’immaginario della nostra collettività fino ai giorni nostri: Mussolini era un grande trasformista, secondo la migliore tradizione italiana. 
Il trasformismo o gattopardismo (dal romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che narra le trasformazioni avvenute nella vita e nella società in Sicilia durante il Risorgimento, dal momento del trapasso del regime borbonico alla transizione unitaria del Regno d’Italia, seguita alla spedizione dei Mille di Garibaldi) inteso come pratica politica che consiste nella sostituzione del confronto aperto tra la maggioranza che governa e l’opposizione che controlla  con la cooptazione nella maggioranza di elementi dell’opposizione per esigenze tipicamente utilitaristiche. Ebbene, anche in questo, Mussolini fu un maestro, continuando la pratica dei suoi predecessori. 
Nella storia della politica italiana, infatti, il trasformismo emerse dopo il 1880 nel Regno d’Italia, come prassi comune ai gruppi parlamentari di Destra e di Sinistra di variare le maggioranze in base a convergenze d’intenti su problemi circoscritti anziché su programmi politici a lungo termine. 
Iniziato con Agostino Depretis, il trasformismo continuò con i governi di Francesco Crispi e di Giovanni Giolitti, assumendo sempre più una connotazione negativa, in quanto strettamente legato a fenomeni di corruzione, degrado morale e scarso coinvolgimento dell’opinione pubblica nella vita politica del Paese.  
Dopo Giolitti il trasformismo proseguì con Mussolini, che avrebbe incarnato ora il rivoluzionario ora il reazionario, assumendo, di volta in volta, il ruolo e la veste che meglio si addiceva al momento ed alla fase politica. 
Nel suo libro, Petacco descrive gli anni della giovinezza e del sogno rivoluzionario di Mussolini, fino alla fondazione di un partito nuovo, quello fascista, che con l’uso spregiudicato della persuasione e della violenza attira estremisti di destra e di sinistra. Proprio quando in Italia - dopo la Rivoluzione d’ottobre che nel 1917 aveva portato al potere i seguaci di Lenin, paladini del riscatto del proletariato dall’oppressione della borghesia e dell’aristocrazia - le Sinistre invocavano l’avvento del socialismo o la caduta nella barbarie, il movimento nazionalista e fascista di Mussolini riscuote un vasto consenso nella società del tempo, mettendo insieme moderati e conservatori, cattolici ed anticlericali, nonché il ceto imprenditoriale del Nord e i grandi latifondisti del Sud, che lo sostennero anche con lauti contributi in denaro, oltre avere ricevuto una sorta di “benedizione” dalla Chiesa cattolica in funzione di freno al dilagare dell’ateismo dei comunisti. 
Dal delitto di Giacomo Matteotti, che sancisce la sua svolta autoritaria, al Concordato con la Chiesa, dalle riforme economiche fino alle campagne militari, è un’ascesa inarrestabile quella di Mussolini, che da Capo del Governo e del fascismo diventa quasi un mito. 
Poi il Patto d’acciaio con la Germania, la vergogna delle leggi razziali e la condivisione del delirio di onnipotenza di Hitler con l’entrata in guerra, porteranno l’Italia all’inferno e condanneranno Mussolini, dopo la parodia della Repubblica di Salò, a una fine ignominiosa con la sua compagna Claretta Petacci, mentre quegli stessi italiani che lo avevano osannato, adesso gli voltavano le spalle e gli sputavano addosso, correndo verso i vincitori che avevano liberato l’Italia promettendo un futuro di libertà, di prosperità e di pace. 

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