Cultura

Benito Mussolini e Adolf Hitler: anatomia di una relazione inquietante

Lo storico Christian Goeschel esplora il rapporto che per oltre dieci anni legò i due dittatori e che ebbe enormi conseguenze sui rispettivi Paesi e nella storia dell’Europa


04/05/2020

di Giambattista Pepi


Che cosa legò fra loro Adolf Hitler e Benito Mussolini? Furono semplicemente le esigenze di una complicata alleanza militare? Fu la singolare affinità ideologica fra due dittatori e i movimenti da loro guidati, emersi dopo la Prima guerra mondiale? Fu il comune intento di ottenere una revisione del Trattato di Versailles e di accaparrarsi nuovi territori?  O fu l’amicizia, un profondo rapporto personale basato su biografie parallele? 
A queste domande prova a rispondere Christian Goeschel nel libro Mussolini e Hitler. Storia di una relazione pericolosa (Laterza, pagg. 496, euro 28,00). 
Le interpretazioni di questo loro rapporto sono a tutt’oggi influenzate dalla visione dominante nella cultura popolare americana, com’è stata descritta con grande chiarezza ed efficacia nel film Il Grande dittatore (1940) di Charles Chaplin che metteva in ridicolo Mussolini e Hitler come rivali vanitosi, tronfi e gelosi e derideva l’enfatica propaganda fascista e nazista. 
Una visione che ritroviamo anche in altre produzioni di larga diffusione dell’epoca, come, ad esempio, i successi country di Carson Robison Mussolini’s Letter to Hitler e Hitler’s Reply to Mussolini, lanciati sul mercato statunitense nel 1942, quando sembrava che l’Asse tra Germania e Italia fosse sul punto di vincere la Seconda guerra mondiale. 
Le canzoni stigmatizzavano Mussolini come uno sciocco opportunista che si prestava a fare il gioco di Hitler, un’immagine che resiste a tutt’oggi nella cultura e nella narrazione popolare. 
“In questo libro - scrive nell’introduzione l’autore docente di storia moderna e contemporanea europea all’Università di Manchester e fellow della Royal Historical Society - mi propongo di analizzare questo rapporto, che a giudizio dei contemporanei ma anche per la storiografia successiva ebbe un ruolo decisivo nel demolire l’ordine europeo stabilito da Versailles e nel provocare la Seconda guerra mondiale. Affronterò alcuni dei problemi interpretativi centrali posti dallo studio delle relazioni personali dei leader politici e dall’esame del ruolo di un dittatore nella diplomazia. La vicenda del rapporto fra Mussolini e Hitler è in parte la storia di un’amicizia benché artificialmente costruita, con tutte le sue difficoltà e disparità, e caratterizzata da un mix di ammirazione e gelosia da entrambe le parti. È altresì una vicenda che rivela la tensione fra il mito e la realtà, e che ebbe profonde conseguenze per la storia europea degli anni Trenta e Quaranta”. 
Questo libro (Mussolini and Hitler. The forging of fascist Alliance è il titolo originale dell’opera tradotta da Michele Sampaolo) non è una biografia o uno studio delle “vite parallele” dei due dittatori, bensì un’esplorazione del loro rapporto, della sua rappresentazione pubblica e della sua complessiva importanza politica. 
La focalizzazione sulle modalità in cui il loro rapporto fu messo in scena consente allo storico di analizzare in maniera nuova il potere di Mussolini e Hitler – immaginato, costruito e rea­le – di modellare e guidare la politica estera. 
La posizione dittatoriale di Mussolini era molto più debole di quella di Hitler, perché egli doveva fare i conti con la monarchia, saldamente in mano a Vittorio Emanuele III da lungo tempo, nonché col Vaticano e il papa “infallibile”, anche se entrambe le istituzioni sostennero largamente il regime fascista per gran parte della sua esistenza. 
“A prima vista, i due leader avevano molti tratti in comune” ricorda lo storico. “Entrambi provenivano da famiglie relativamente umili e provinciali. Entrambi erano dotati di carisma. 
Entrambi arrivarono al potere usando una combinazione di violenza politica e di metodi apparentemente legali per giungere a dominare le loro nazioni in un’atmosfera che assomigliava molto a una guerra civile. Entrambi amavano sottolineare continuamente la propria virilità e il proprio militarismo. Entrambi promettevano di unire le masse e di trasformare le loro nazioni in potenze mondiali. Entrambi cercarono parimenti, anche se in misura diversa, di mantenere un equilibrio fra la repressione e la costruzione di un consenso delle masse. 
Entrambi furono spietati nella loro determinazione di stabilire, con la guerra e la conquista, quello che vedevano come un Nuovo Ordine. Entrambi perseguirono politiche interne ed estere orientate alla guerra, con risultati radicalmente diversi, date le performances economiche fortemente divergenti delle rispettive nazioni e le differenti culture politiche. E tuttavia il loro rapporto non soltanto fu gravato da tensioni, contraddizioni ideologiche e rivalità personali, ma fu anche plasmato dai contesti nazionali molto diversi in cui i due uomini ebbero a operare”. 
Secondo lo storico “Hitler aveva un’ideologia con punti molto più esplicitamente definiti - ruotanti intorno all’antisemitismo e alla conquista di uno spazio vitale nell’Europa orientale - che non Mussolini. È evidente che per Hitler e i nazisti l’antisemitismo fu centrale e portò all’Olocausto, laddove in Italia il razzismo domestico, fiorito sull’esclusione razziale praticata nelle colonie italiane, divenne più pronunciato solo quando le relazioni tra fascisti e nazisti si consolidarono nella seconda parte degli anni Trenta”. 
Allo stesso tempo, il loro era anche un rapporto improbabile, che mascherava il fatto che i due uomini non avevano amici ed erano diffidenti. Mussolini posava a uomo di famiglia, mentre Hitler si proponeva come persona completamente dedita alla nazione tedesca. Tutti e due i leader avevano combattuto, su fronti opposti, nella Grande Guerra, che la Germania aveva perso. L’Italia, invece, almeno ufficialmente aveva vinto la guerra, ma nutriva una profonda insoddisfazione per la presunta “vittoria mutilata”: gli Alleati della Prima guerra mondiale (Francia e Inghilterra in primis e poi anche gli Stati Uniti) avevano acconsentito a consegnare all’Italia alcuni territori - non tutti - ad essa promessi nel momento in cui era passata a combattere al fianco degli Alleati dopo essere uscita dalla Triplice Alleanza con la Germania e l’Austria-Ungheria. 
Sia in Italia sia in Germania, presero forma e si diffusero potenti stereotipi nazionali contro l’altra nazione, alimentati dall’antagonismo che aveva contrapposto italiani e tedeschi nella Grande Guerra e che aveva indotto molti tedeschi a vedere negli italiani dei traditori. 
Si capisce meglio la storia del rapporto fra Mussolini e Hitler se lo si vede come un’unione strumentale ed una relazione costruita in chiave politica piuttosto che come un patto segnato ideologicamente, e quindi inevitabile, o come una vera amicizia; anche se esisteva indubbiamente una qualche affinità ideologica, sostanziata intorno a temi quali la ricerca di un Nuovo Ordine, la fede nella violenza politica e nella qualità trasformativa della guerra ed il disprezzo per la democrazia liberale. Per entrambi i leader ed i loro regimi, il rapporto era funzionale all’aumento del loro potere, il che non esclude affatto che ci fossero anche dei parallelismi ideologici. 
In un tempo in cui l’interpretazione della Seconda guerra mondiale viene talora distorta concentrando l’attenzione sulle “terre di sangue” dell’Europa orientale - un’interpretazione che rischia di cancellare le cruciali differenze fra i regimi di Stalin e di Hitler -, questo libro servirà a ricordare che, come risultato fatale dell’intreccio italo-tedesco, l’Italia divenne nel 1943 teatro di guerra e si trovò impelagata in quella che alcuni hanno chiamato una guerra civile.

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