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Beani: “Ue guardi agli Usa. L’economia va in riserva, ma da Bruxelles soltanto parole…”

Intanto in Italia riaprono per scaglioni gli stabilimenti e altre attività, mentre il Parlamento ha approvato lo scostamento di bilancio chiesto dal Governo. In cantiere una nuova manovra da 55 miliardi, con il Pil in calo quest’anno dell’8%, ma in recupero del 4,7% nel prossimo


27/04/2020

di Tancredi Re


Giordano Beani

Grazie alle misure adottate, il Paese sta riaccendendo i motori. Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha infatti firmato il Dpcm che avvia la cosiddetta fase due, quella che ci dovrebbe portare gradualmente al ritorno alla normalità. Per il bene dell’Italia sarà comunque fondamentale il “comportamento responsabile di ciascuno di noi: non bisogna mai avvicinarci - ha ricordato il premier - perché se non rispettiamo le precauzioni la curva dei contagi tornerà ad aumentare e potrebbe andare fuori controllo”. E ancora: “Ci avviamo ad allentare il lockdown per il 4 maggio, ma le Regioni, con quali la collaborazione dovrà essere ancora più integrata, dovranno informarci sull’andamento della curva epidemiologica e sull’adeguatezza delle strutture”. 
Ma la moderazione del premier - ribadita durante la visita effettuata in Lombardia questa settimana e alla luce della ripresa dei contagi in Paesi europei come la Germania - viene contestata dalle organizzazioni datoriali come Confcommercio, Confindustria e da diverse associazioni del settore turistico, che temono danni irreparabili per l’economia dalla stretta imposta dall’emergenza sanitaria, e dalle regioni. Inoltre il Centrodestra ed esponenti di Pd e Italia Viva contestano al presidente Conte che siano state sospese garanzie costituzionali a tutela delle libertà fondamentali con un semplice Decreto ministeriale e non con un Decreto legge attraverso il coinvolgimento del Parlamento che rappresenta la sovranità popolare. 
I governatori di centrodestra di Lombardia, Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Calabria, Basilicata, Abruzzo, Molise, Abruzzo e il presidente della provincia autonoma di Trento, scrivono al presidente della Repubblica Mattarella e al premier Conte: “La fase 2 è una fase nuova, che si giustifica per una progressiva diminuzione dell'emergenza. È essenziale che si ritorni progressivamente ad un più pieno rispetto dell'assetto costituzionale e del riparto di competenze tra lo Stato e le Regioni, sempre in applicazione dei principi di sussidiarietà e leale collaborazione. È necessario giungere a una normalizzazione dell'emergenza, che consenta un ritorno agli equilibri democratici previsti dalla Costituzione”. 
 “Pare assolutamente necessario che l'attuale struttura del Dpcm 26 aprile 2020, imperniato su regole previste rigidamente in funzione della sola tipologia di attività economica svolta e con la possibilità di adottare, nelle singole regioni, solamente misure più restrittive, venga riformata in quanto non dotata della necessaria flessibilità capace di riconoscere alle Regioni, laddove la situazione epidemiologica risulti migliorata e i modelli previsionali di contagio in sostenuta decrescita, la possibilità di applicare nei loro territori regole meno stringenti di quelle previste a livello nazionale, con una compressione delle libertà costituzionali strettamente proporzionata all'esigenza di tutela della salute collettiva”. 
Così la Calabria ha deciso di consentire la ripresa delle attività di bar, pasticcerie, ristoranti, pizzerie, agriturismo con somministrazione esclusiva attraverso il servizio con tavoli all’aperto. A patto, secondo l’ordinanza firmata dalla governatrice Jole Santelli, che queste attività “possono essere riattivate presso gli esercizi che rispettano le misure minime anti-contagio e ferma restando la normativa di settore”. 
Il ministro degli affari Regionali, Boccia, in videoconferenza con le Regioni ha però dato un altolà. “Propongo un metodo: ordinanze regionali coerenti con il Dpcm. Se ci sono ordinanze non coerenti invio una diffida, una lettera con la scheda indicando le parti incoerenti e la richiesta di rimuoverle. Se non avviene sarò costretto a ricorrere all’impugnativa al Tar o alla Consulta”. 
E ancora: “In base al monitoraggio delle prossime settimane ci potranno essere dal 18 maggio scelte differenziate tra le Regioni sulle riaperture di determinate attività”. Il principio è: “contagi giù uguale più aperture e viceversa. Discuterete del monitoraggio con il ministro della Salute Speranza. Definito il monitoraggio si potrà procedere a differenziazioni”. Perché “è molto importante dare un segnale di unità. Se non siamo uniti noi non possiamo chiederlo ai cittadini”. 
Intanto, da subito, riaprono gli stabilimenti automobilistici, le maison di moda, le aziende di componentistica e le attività di silvicoltura. Il 4 maggio toccherà alle industrie tessili, manifatturiere, di cantieristica e costruzioni, commercio all’ingrosso, gioco del lotto e ristorazione da asporto. Sempre dal 4 sarà nuovamente possibile celebrare i funerali, ma con un massimo di 15 persone, indossando le mascherine e rispettando le distanze, mentre per la celebrazione delle messe (dopo la dura presa di posizione della Conferenza episcopale italiana) Conte ha precisato che il Governo “elaborerà nei prossimi giorni protocolli” specifici. 
A seguire, il 18 maggio, saranno riaperti i negozi di abbigliamento e di calzature  (commercio al dettaglio), oltre a mostre, musei e allenamenti delle squadre. A loro volta parrucchieri, centri di estetica, bar e ristoranti riapriranno solo dal 1° giugno. Per quanto riguarda invece le mascherine, Conte ha annunciato che con il prossimo decreto sarà soppressa l’Iva e verrà fissato il prezzo a 50 centesimi. 
Nel Dpcm della fase 2 è stato dato inoltre il via libera a chi vuole rientrare nel proprio domicilio, fermo restando che rimarranno in vigore le autocertificazioni. 
Intanto il Consiglio dei ministri ha approvato il Documento di economia e finanza (Def) e la relazione alle Camere per chiedere l’autorizzazione allo scostamento del bilancio. 
Più in particolare il Parlamento è favorevole all’aumento dell’indebitamento netto richiesto dal Governo Conte, che potrà così dare corpo a una manovra da55 miliardi di euro di extra deficit nel 2020 (pari al 3,3% del Pil) per finanziare con un decreto legge - da approvare entro fine mese - le misure per fronteggiare l’emergenza sanitaria ed economica da Covid-19, gran parte delle quali già contemplate nei Decreti legge Cura Italia e Liquidità.  
A seguire si procederà a un ulteriore indebitamento, che sarà di 24,85 miliardi di euro nel 2021 (l’1,4% del Pil), 32,75 miliardi nel 2022, 33,05 miliardi nel 2023, 33,15 miliardi nel 2024, 33,25 miliardi dal 2025 al 2031 e 29,2 miliardi dal 2032. Così complessivamente il Governo vorrebbe mobilitare 150 miliardi in piani di aiuti a medio termine per risollevare le sorti della nostra economia. 
Economia che a seguito del lockdown disposto dal Governo ai primi di marzo è brutalmente peggiorata. Nel Def infatti il Pil 2020 è previsto in calo dell’8% (ma nel 2021 tornerà a crescere del 4,7%), mentre il deficit arriverà al 10,4% e il debito pubblico al 155,7% a fine anno e attestarsi al 152,7% nel 2021. 
A loro volta i consumi dovrebbero registrare quest’anno un calo del 7,2% e gli investimenti fissi lordi del 12,3%. Le esportazioni sono previste in caldo del 14,4% e le importazioni del 13,5%. Si tratta in questo caso di andamenti analoghi a quelli riscontrati in occasione della precedente crisi globale del 2008-09. 
Nel Def il Governo ha inoltre previsto una strategia di rientro nella norma dei rapporti “anomali” deficit-Pil e debito-Pil attraverso “il rilancio degli investimenti, pubblici e privati, grazie anche alla semplificazione delle procedure amministrative; il contrasto all’evasione fiscale; la riforma del sistema fiscale, improntata alla semplificazione, all’equità e alla tutela ambientale; la revisione e la riqualificazione della spesa pubblica”. Previsto anche il conseguimento di un adeguato surplus di bilancio primario. 
Tra le priorità stabilite nella prossima manovra finanziaria 22 miliardi andranno alle imprese (le piccole società a responsabilità limitata sotto i dieci dipendenti), di cui 12 per anticipare alle aziende i crediti che vantano con la Pubblica amministrazione, mentre 13 miliardi serviranno per finanziare gli ammortizzatori sociali (cassa integrazione) e 2 per pagare affitti e bollette. Prevista anche la soppressione degli aumenti dell’Iva e delle accise previsti dalla legislazione vigente per il 2021 e gli anni seguenti. 
A sanità e protezione civile dovrebbero essere poi destinati altri 4-5 miliardi, mentre 7 rifinanzieranno la misura dell’indennità per i lavoratori autonomi che salirà da 600 a 800 euro e sarà erogata per altri due mesi (aprile e maggio). Mezzo miliardo servirà poi per la proroga dei congedi speciali e del bonus baby sitter per le famiglie con i figli ancora a casa da scuola, mentre 1,3 miliardi andranno al rafforzamento della Naspi (l’indennità mensile di disoccupazione) e al sussidio per colf e badanti. Infine un miliardo servirà per il reddito di emergenza.  

Detto questo spazio alle parole dell’esperto. “Il cicognin che leva l’ala per voglia di volare, e non s’attenta d’abbandonar lo nido, e giù la cala”. Dante Alighieri nel Canto XXV del Purgatorio di fronte alla propria esitazione a formulare una domanda sui golosi al Duca Virgilio si paragona a un piccolo di cicogna che solleva l’ala per la voglia di volare, ma poi non si arrischia di lasciare il nido e la mette giù. Ricorre a questa metafora letteraria Giordano Beani, responsabile delle soluzioni multi asset in Italia di Amundi (asset manager con attivi per 1.653 miliardi di euro) nell’intervista a Economia Italiana.it per definire la diversità tra i mercati azionari europei e quelli americani e tra i sistemi- Paese di Stati Uniti ed Europa. 
“Così ci sono sembrati i mercati azionari europei - tiene a precisare Beani - durante la settimana appena trascorsa, esitanti come il “cicognino” a seguire mamma cicogna (nella nostra metafora il mercato statunitense), che invece vola impavida e mette a segno un deciso recupero, pur rimanendo in un accettabile passivo da inizio anno”.

Quali sono le ragioni del divario di performance tra Stati Uniti ed Europa, tenendo conto che le notizie relative alla diffusione della pandemia appaiono migliori in Europa rispetto agli Usa? 
A nostro avviso le ragioni sono di due categorie: una di carattere politico-economico e l’altra più di mercato, legata alla composizione dei listini borsistici. Gli Stati Uniti hanno affrontato con risolutezza sia gli aspetti legati alla politica fiscale, approvando un piano di interventi da 2.300 miliardi di dollari, pari a circa il 10% del Prodotto interno lordo, e un altro pacchetto di aiuti da 500 miliardi di dollari come proposta di legge approvata dalla Camera dei rappresentanti e firmata dal presidente Trump la scorsa settimana. Senza trascurare quelli legati alla politica monetaria con diverse decisioni di portata storica adottate dalla Federal Reserve. 
Il presidente della Fed Jerome Powell ha dichiarato, infatti, che il ruolo delle Banca Centrale si è allargato al di là del suo obiettivo abituale di mantenere la liquidità del sistema garantendone il funzionamento al fine di aiutare il Paese a ricevere gli aiuti economici e finanziari di cui ha bisogno per contrastare la grave emergenza sanitaria. In Europa, invece, ci si muove in ordine sparso a livello di singolo Paese che, in base alla propria solidità di bilancio pubblico, mette in campo azioni robuste come quelle adottate dalla Germania, o più timide come quelle adottate sinora da alcuni Paesi dell’Europa periferica, incluso il nostro.

Che cosa manca o sta mancando all’Europa che non difetta invece agli Stati Uniti? 
Manca ancora un coordinamento efficace a livello di Unione europea e di Unione monetaria europea, con approcci agli interventi molto distanti tra Europa del Nord ed Europa del Sud.

Si intravede una luce in fondo al tunnel? 
Sembra di sì. Per la ripresa della crisi economica provocata dal Coronavirus, i capi di Stato e di Governo durante il Consiglio europeo della scorsa settimana hanno concordato sul fatto che serva un nuovo strumento, il Recovery Fund, da finanziare attraverso il prossimo bilancio 2021-27 dell’UE, “necessario e urgente” come richiesto dal presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte per sostenere la ripresa economica dei 27 Paesi colpiti dalla crisi economica causata dalla pandemia Covid-19.

Le sembra adeguato l’impegno finanziario che assumerebbe l’Ue? 
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen parla di un impegno finanziario di almeno 1.500 miliardi attraverso un’implementazione del budget comunitario dall’1,2 al 2% del Pil Ue (attualmente è appena sotto l’1,2%) per un periodo di due o tre anni. Ma ancora manca l’accordo sulle modalità con cui il Recovery Fund effettuerà i suoi interventi, se con prestiti o con finanziamenti a fondo perduto. 
Su quest’ultimo aspetto infatti sembra profilarsi un disaccordo tra i Paesi del Nord Europa più frugali che preferirebbero che il fondo prevedesse prestiti sia pure a basso tasso di interesse e quelli del Sud, del cui fronte fanno parte nove Paesi, tra cui Italia, Spagna e Francia, che puntano a contributi a fondo perduto. 
La von der Leyen avrebbe voluto presentare subito una nuova proposta di bilancio europeo, per includere il fondo per la ripresa. Ma dopo il vertice Ue della scorsa settimana è evidente che servirà più tempo, quindi i “servizi” lavorano con un orizzonte temporale che guarda alla prima metà di maggio, forse subito dopo le nuove previsioni economiche che verranno pubblicate il 7 maggio.

La mole finanziaria dovrebbe attestarsi a 2mila miliardi considerati gli altri strumenti che dovrebbero essere operativi da giugno. Non è così? 
Così pare. C’è l’assenso sulle proposte formulate dall’Eurogruppo lo scorso 10 aprile, che ha raggiunto un primo accordo informale fra i ministri delle Finanze dei Paesi dell’Eurozona sull’utilizzo della Banca europea degli investimenti per prestiti alle piccole e medie imprese, sul fondo Sure per finanziare la cassa integrazione a favore dei lavoratori e sul ricorso al Meccanismo europeo di stabilità (Mes) senza condizioni per usufruire di fondi dedicati e mirati esclusivamente ai sistema sanitari per complessivi 500 miliardi. Di cui 37 all’Italia se accetterà di fare ricorso al Mes. Questi strumenti saranno operativi da giugno prossimo.

Ma non è che dopo avere alimentato molte aspettative si finisca come altre volte con un nulla di fatto? Il che confermerebbe la sua tesi sulla differenza tra i sistemi di governance e la capacità di intervento risoluto ed efficace degli Stati Uniti e flebile e incerto dell’Europa… 
Ci auguriamo di no. A differenza dell’Eurogruppo, che è una riunione informale ed esterna alle istituzioni Ue vere e proprie, è il Consiglio europeo a riunire tutti i capi di Stato e di Governo degli Stati membri e a dare il vero impulso politico alle istituzioni comunitarie. Spetta a esso pertanto la risposta definitiva su questo pacchetto di aiuti che nel suo insieme vale 2mila miliardi di euro.

All’inizio è stata titubante la Bce e fuori tema la presidente Lagarde. 
È vero che la Banca centrale europea, dopo alcuni tentennamenti iniziali, ha virato sensibilmente di rotta mettendo in campo un arsenale di oltre 1.000 miliardi di euro per acquistare titoli del debito pubblico e titoli corporate, ma non ha adottato, per ora, le misure più aggressive della Fed, come ad esempio l’acquisto dei titoli che hanno perso il merito di credito più elevato, cosiddetto “investment grade”, a causa della crisi o il finanziamento diretto alle imprese attraverso la partecipazione al mercato primario per la grandi aziende e i prestiti concessi tramite il sistema bancario alle piccole e medie imprese. 
Meno male che, da ultimo, ha deciso di accettare come collaterale i titoli di Stati a basso rating come quelli dell’Italia (il rating Bbb con outlook negativo è stato appena confermato dall’agenzia Standard &Poor’s) nell’ambito delle misure di rifinanziamento, allo scopo di “raffreddare” la febbre da spread ed evitare difficoltà nel collocamento su mercato dei titoli da parte del Tesoro italiano.

Torniamo ai mercati finanziari. Lei accennava a un’altra ragione che giustificherebbe l’andamento differente dei listini europei rispetto a quelli americani. 
Sì. Per quanto riguarda le ragioni più micro della differente performance sulle due sponde dell’Atlantico va evidenziato che i listini europei soffrono strutturalmente di una mancanza di società con modelli di business innovativi e sono ancora per la maggior parte composti da finanziari, industriali, petroliferi, settori questi tra i più colpiti dall’attuale crisi. Gli Stati Uniti invece hanno tutti i “campioni” dell’economia “virtuale” i cui modelli di business sono ben adatti alla situazione che stiamo vivendo, da Amazon a Netflix, ed anche nel campo biotecnologico, farmaceutico e della cura della salute in genere, tanto preziosa oggi. 

Lo spread tra il nostro Btp e l’omologo titolo tedesco (il Bund) invece si è allargato. Perché? 
Si è allargato fino a schizzare a 280 punti base in seguito al dibattito politico interno sull’utilizzo del Meccanismo europeo di stabilità, che vede la maggioranza di Governo divisa con il Partito Democratico favorevole ed il Movimento 5 Stelle contrario. Curioso il fatto che anche l’opposizione sia divisa sul tema con la Lega e Fratelli d’Italia fortemente contrari al Mes e Forza Italia favorevole a patto che siano ben chiarite in Consiglio europeo le condizionalità dell’accesso al finanziamento.

Il prezzo del petrolio è crollato su minimi storici. È uno shock. Ci dobbiamo preoccupare o ce ne possiamo compiacere come economia che dipende dal petrolio? 
Probabilmente l’accordo raggiunto dall’Opec sui tagli alla produzione non è bastato. È apparso in ogni caso tardivo. Non poteva sostenere i prezzi, stante il fatto che è crollata la domanda, cioè a dire il consumo a causa del lockdown deciso da molti Stati ed i produttori (eccetto per il Brent, cioè quello del Mare del Nord che può restare nelle petroliere) non sanno dove stoccare la loro produzione di greggio. Certamente diversi settori economici potranno avvantaggiarsene quando torneranno in attività, perché potranno acquistarlo a prezzi mai visti prima d’ora ampliando i margini di guadagno sui loro prodotti. Le recenti tensioni tra Iran e Stati Uniti e le dichiarazioni del presidente americano Trump che vuole aiutare l’industria petrolifera americana hanno consentito alla fine della scorsa settimana un piccolo rimbalzo nelle quotazioni dei future sul petrolio.

Il risparmiatore che non ha venduto i propri asset, ha messo la testa sotto la sabbia per non assistere al violento sell-off, ma come lei ricordava adesso i listini hanno almeno in parte recuperato dai minimi di metà marzo. È arrivato il momento di poter tornare a puntare sui mercati? 
Guardi: i mercati azionari, con in testa gli Stati Uniti, sembrano avere una gran voglia di volare, nonostante i dati macro continuino a registrare la più grande recessione economica dagli anni ’30 del secolo scorso. Il rimbalzo è favorito dalle prospettive di un allentamento del blocco delle attività produttive e della libera di circolazione delle persone nei Paesi in cui il nuovo coronavirus appare sotto controllo, a partire dall’Italia, dalla Germania, dalla Svizzera e da alcuni Stati degli Usa.

Ci vorrà tempo per ripristinare la fiducia? 
Sì. In questo contesto pertanto la prudenza rimane d’obbligo e non ci sentiamo di biasimare quei risparmiatori che preferiscono al momento starsene da parte e non pensano minimamente che sia l’ora di potersi riaffacciare sui mercati. Tengono quello che hanno e sperano che passata l’emergenza sanitaria e quando l’economia si riprenderà, magari anche le loro fortune… finanziarie si riprenderanno. E allora, solo allora, decideranno il da farsi.

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