Cultura

Appuntamento con la morte al Festival del cinema di Venezia

Si snoda fra fantasia e sentimenti il nuovo thriller di Antonella Boralevi, destinato a ricalcare il successo de La bambina nel buio. Riproponendo i suoi protagonisti in un ambiente che lei ha frequentato a lungo e che quindi conosce bene. Giocando peraltro a rimpiattino con una realtà sfuggente…


29/07/2019

di Mauro Castelli


Di tutto e di più: conduttrice e autrice televisiva, intrattenitrice mai fuori dalle righe, opinionista e, soprattutto, raffinata scrittrice. “In effetti è nella mia natura raccontare storie, dare voce alle parole. Perché ogni parola è una finestra che si spalanca sul mondo, per guardare quel che ci succede intorno. Così ho scritto prima saggi, poi racconti e finalmente romanzi”. A fronte di una capacità per certi versi unica nell’intrattenere il lettore su tematiche anche importanti all’insegna della leggerezza. Riuscendo, in altre parole, a entrare nel merito senza mai esagerare, senza mai annoiare. 
Di fatto una penna vincente quella di Antonella Boralevi, nata a Firenze il 18 giugno 1953 da una antica famiglia di medici e ingegneri, dov’era presente pure un compositore. “Hanno latitato per contro gli scrittori, benché una mia antenata sia stata il grande amore di Lord Byron a Pisa”. Una penna, la sua, che ha un qualcosa di magico, capace di catturare, intrigare e imbavagliare il lettore. Giocando appunto sulle parole, puntando su frasi brevi e incisive che non mancano di far breccia su tematiche di un certo peso, non ultimo il lato oscuro del nostro tessuto sociale. 
Boralevi, si diceva, un cognome ereditato dal marito Daniele, noto antiquario di tappeti e arazzi dal quale tempo fa ha divorziato; “un uomo affascinante” che aveva sposato a soli vent’anni e dal quale ha avuto due figli che hanno fatto strada nella vita, Tommaso e Ginevra; lei che, nonostante fosse già diventata mamma, aveva continuato a studiare laureandosi in Filosofia, a soli 22 anni, con il massimo dei voti e la lode; lei portatrice di un debole dichiarato per gli animali (“Ho in casa due bassotti tedeschi a pelo ruvido che si chiamano Mozart e Byron. Il quale Byron nel marzo scorso, da cane educato qual è, mi ha accompagnato a Porta a Porta, il salotto di Bruno Vespa; lui che nel corso dei suoi 14 anni di vita mi ha insegnato cosa sia la serenità e al quale ho persino dedicato un libro”). 
E ancora: lei portatrice di una sbandierata passione per le ortensie e le azalee (“Per contro detesto le orchidee”); lei che ama “leggere in salotto, alternando romanzi e saggi, cullata da un sottofondo musicale che a suo dire l’aiuta, più che a conciliare il sonno, a svegliarsi; lei che nutre grande stima per la scrittrice svedese Camilla Läckberg; lei che adora la musica (“Da Mahler a Chopin, da Bach a Ennio Moricone, da Wagner ai Beatles, da Philiph Glass ai Black Eyesn Peas”), il ballo (“Rock, disco o tango poco importa”) e lo sport (“Sci e tennis in particolare”). In compenso, tiene a precisare, “guido malissimo e non so andare in motorino”. 
Lei che, giornalisticamente parlando, collabora con diverse testate importanti a fronte di un inizio particolare che merita di essere raccontato: “Il professor Giovanni Nencioni, un uomo colto quanto elegante - fondatore della filosofia del linguaggio - con il quale avevo discusso la tesi, mi aveva suggerito di dedicarmi alla carriera accademica e per questo mi aveva voluto con lui prima all’Accademia della Crusca come ricercatrice di grammatica teorica e poi alla Scuola Normale di Pisa dov’era diventato direttore. Ma mi mancava il contatto con la realtà. Quindi a un certo punto ringraziai e, sorprendendolo, approdai, non al Corriere della Sera come lui aveva ironicamente ipotizzato, ma alla rivista dei calzaturieri di Santa Croce sull’Arno, alla quale propinai un articolo giocato su un ammiccante titolo: Ritrovata a Certaldo la scarpa del Boccaccio?”. 
In parallelo “iniziai a dedicarmi a interviste a registi e attori che bazzicavano al Teatro della Pergola e che io moderavo nel corso di incontri con il pubblico”. Sta di fatto che proprio da lì sarebbe partita una carriera allargata ai più diversi campi. Con l’approdo nell’elenco dei giornalisti professionisti nei primissimi anni Novanta (“Alla guida della commissione d’esame c’era Lamberto Sposini”), periodo in cui lavorava a Sorrisi e Canzoni, il settimanale allora più venduto. 
E in quella redazione “mi aveva voluto il mitico direttore Gigi Vesigna, il quale mi aveva affidato una rubrica, con tanto di foto, intitolata State comodi. Peraltro beneficiando dell’assist di numeri uno come Enzo Biagi e Umberto Veronesi. Ferma restando la soddisfazione di essere stata citata su la Repubblica nella rubrica televisiva di Beniamino Placido, il quale mi volle anche, a fianco di Michele Santoro, al Salone del Libro di Torino”. 
A seguire la bella Antonella sarebbe diventata protagonista vincente del piccolo schermo e avrebbe dato voce a ventun libri editi da Baldini+Castoldi, Mondadori, Rizzoli, Il Mulino e Mondadori Electa. Inoltre, per non farsi mancare nulla, avrebbe ideato diversi progetti di comunicazione, condotto programmi radiofonici e si sarebbe attivata in Rete (“Ci sono dal 2001, quando il portale Virgilio mi affidò il sito Nel cuore delle donne, forte di un milione di unique visitor al mese. Fermo restando il blog Boralevi Time per Donna Moderna e quello che curo per La Stampa di Torino intitolato Secondo me. Regalando pillole che vanno subito al dunque, perché non lo faccio per me ma per gli altri”). 
Ma veniamo al dunque. Ovvero a Chiedi alla notte (Baldini+Castoldi, pagg. 550, euro 21,00), secondo lavoro di una trilogia iniziata con La bambina nel buio (per 22 settimane fra i dieci romanzi italiani più venduti), dove ha rimesso in scena la trentenne Emma, di professione avvocato, che l’anno prima era sbarcata a Venezia dall’Inghilterra per scrollarsi di dosso l’angoscia e la disperazione della quale sembrava essere diventata schiava a causa di un terribile segreto che la tormentava e la rendeva estremamente fragile. 
Nella precedente “puntata” la nostra inglesina era stata infatti invitata da un’amica di famiglia, la contessa Lucrezia Renier, moglie del conte Bonaccorso Briani, il quale se l’era ritrovata in casa (un Palazzo sul Canal Grande, che nascondeva più segreti di lei) inaspettata quanto poco gradita ospite. Per il semplice motivo che la contessa era morta qualche giorno prima, in un misterioso incidente stradale che l’aveva resa irriconoscibile. E a Venezia avrebbe incontrato Alfio, un seducente quanto virile commissario siciliano, incallito sciupafemmine. 
Di quelli di una volta, che “non dovevano chiedere mai e nel cui mito - annota con ironia l’autrice - siamo cresciuti. Purtroppo oggi gli uomini non hanno più voglia di fare l’amore, si nascondono dietro mille scuse pur di non prendere l’iniziativa”. In altre parole “lasciano volentieri alla donna il compito di fare il primo passo”. Con un risvolto della medaglia a tenere banco: quello dell’odio, “sdoganato come argomento di chat e di chiacchiere al bar o in palestra”, che rappresenta “il plancton che nutre la rabbia maschile”, dalla quale “non risultano immuni nemmeno le cosiddette classi elitarie”. 
E sono appunto ancora loro, Emma e Alfio, a tenere banco e a raccontarsi in prima persona, alternativamente, in questo nuovo romanzo che si propone alla stregua di “una ragnatela di sospetti e sorprese”. La storia prende avvio il 29 agosto 2018 in una Venezia al meglio della sua bellezza: non a caso è la Serata di gala della Mostra del Cinema. A tenere la scena il tappeto rosso, le star, le limousine, i fotografi, fiumi di champagne. E soprattutto Vivi Wilson, la incantevole protagonista del film di apertura della rassegna. “Ma nell’aria vibra una certa inquietudine”. Un’ansia che cresce pagina dopo pagina. Perché verità inaccessibili sembrano nascondersi nell’ombra. Non stupisce quindi che Vivi brilli di luce propria per una sera soltanto. “Il giorno dopo è infatti un mucchietto di stracci, sulla spiaggia elegante del Lido”. 
La sua morte è un mistero e sul caso viene chiamato a indagare il bel commissario Alfio. Il cui cuore non ha ovviamente dimenticato Emma: la giovane - dotata di un istinto straordinario - che gli era entrata, suo malgrado, dentro la pelle, e che peraltro si propone come il legale di Netflix, coproduttore del film. 
Di fatto Emma (“Una donna che un po’ mi somiglia, forte di quell’intuito che ritengo di avere nei confronti delle persone”) e Alfio sono “due anime che si cercano. Due vite sospese”. A fronte di un destino che gioca con loro e con la sporcizia nascosta nel privato dei ricchi e dei famosi. Sta di fatto che, insieme, entreranno nel… buio. Con tre indiziati e tre strane confessioni. Ma alla verità manca forse una riga. Quella “sepolta dentro un passato che urla”. 
In sintesi. Un romanzo suggerito da una visita che l’autrice aveva fatto al Festival del cinema di Venezia 2018. “In effetti di rassegne ne ho vissute parecchie, Cannes compreso. Per questo mi ero presa una pausa. Poi lo sorso anno decisi di tornare in Laguna dove - a fronte di numerosi inviti per il cerimoniale - dovetti andare personalmente, non avendo segretarie, ad acquistare i biglietti. E appena arrivata al Lido percorsi praticamente da sola l’enorme red carpet prima che le celebrity lo calpestassero, rimanendone folgorata. Mi fermai e lo immaginai subito, narrativamente parlando, come una lunga striscia di sangue, anche se…”. 
Così, a ridosso di Natale, “sulla base di quell’unica immagine mi sarei buttata nella scrittura accompagnata da buona musica (“Alla fine di ogni capitolo c’è il titolo del brano che ascoltavo mentre lo scrivevo”), dando voce a una storia dove nessuno in realtà è quello che sembra; lasciando intendere che ciascuno di noi può arrivare a fare cose inimmaginabili, magari addentrandosi fra vite all’apparenza, ma solo in apparenza, perfette. Giocando ad esempio a rimpiattino con una contessa sessantenne, desiderata come fosse una ragazzina, che vive in una meravigliosa villa alla Giudecca. Ma con una nota stonata: quella legata alla partitura della ragazza morta in abito da sera…”. 
In buona sostanza un romanzo che si gusta che è un piacere, supportato da una scrittura intrigante. A fronte di una vicenda che si addentra con garbo (a volte indifferente, altre volte in maniera maliziosa) fra le pieghe scomode di un mondo che è solo per pochi. Ma anche un lavoro che “parla all’anima, la fruga e la consola” e che si nutre, oltre che del citato delitto, di una storia d’amore destinata a lievitare, a fronte di un viaggio ben orchestrato nei sentimenti. Con gli interessati (“Lei indaga con il cuore, lui lo fa con il cervello”) pronti a lasciarsi e altrettanto pronti a rincorrersi. Un viaggio, anche se la parola è impropria, imbastito sul non poi tanto sottile crinale che separa il maschile dal femminile, a fronte di una specie di bomba a orologeria che alla fine potrebbe anche esplodere. 
Detto questo, un passo indietro per ricordare che Antonella Boralevi - una donna dal carattere tenace, a suo dire ammorbidito da dolcezza e generosità - aveva debuttato come scrittrice di saggi nel 1985 pubblicando con Mondadori Far salotto, per poi concedersi numerosi altri approfondimenti. Sino ad arrivare al romanzo nel 2005 con Prima che il vento, dal quale sarebbe stato tratto un film che l’ha vista collaborare alla stesura del soggetto. Romanzo seguito da Il lato luminoso, il premiato Una vita in più e poi, nel 2013, da I Baci della notte, forte di “cinque ristampe e quarantamila copie vendute”. 
Che altro? Nel 2009 - repetita iuvant - sarebbe stata nominata Consigliere Diplomatico per la Comunicazione della Cultura e della Immagine dell’Italia, con funzioni di coordinamento dell’attività di Ambasciata in quel di Parigi (“Oltre che in questa città ho vissuto anche a Londra e a New York”). E in questo ruolo avrebbe ideato, curato e organizzato la Prima mostra del Centocinquantenario dell’Unità d’Italia, La France et le Risorgimento, inaugurata dall’allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ottenendo in prestito, per la prima volta nella storia dell’Accademia e del Museo di Brera, Il bacio, capolavoro di Francesco Hayez. 
Lei che strada facendo ha conosciuto chissà quanti numeri uno del gotha internazionale, come Hillary Clinton quando suo marito era ancora presidente degli Stati Uniti. “Ricordo che mi invitò ad assistere a un suo intervento alle Nazioni Unite per poi portami alla Casa Bianca. Ma dovetti rifiutare in quanto proprio quel giorno ero impegnata nella presentazione di un mio libro. E io gli impegni li rispetto”. 
Fra le sue altre conoscenze numeri uno del calibro di Bill Gates, Steven Spielberg e via via sino ad arrivare ai nostri Roberto Bolle, Roberto Benigni e molti altri ancora. Peraltro regalando la sua bellezza a grandi maestri della fotografia: da Franco Fontana a Bob Krieger, da Elisabetta Catalano a Giorgio Barrera, da Marinetta Saglio a Massimo Sestini, “ognuno dei quali mi ha vista in un modo diverso. E ogni volta, affidandomi a loro, ho imparato molte cose su di me”. 
E per quanto riguarda la scrittura dei suoi libri? Inizialmente avveniva a livello impiegatizio, dalle 9 alle 14, poi tutto è cambiato negli ultimi due romanzi, entrambi ultimati nel giro di un mese e quindi lavorando dal mattino sino a tarda notte. Per poi dedicarmi a ripetute rifiniture e limature. A fronte di un tratto che “definirei inclusivo, nel senso che è volto a indirizzare il lettore in altre direzioni, pur rendendolo partecipe del contesto: ovvero facendogli sentire gli odori e i sapori del luogo, portandolo in giro negli angoli più belli e misteriosi di una città unica al mondo, facendogli incontrare camerieri in guanti bianchi, tavole imbandite con argenteria da sogno… In altre parole coinvolgendolo. Tanto è vero che il più bel complimento che mi viene rivolto è sempre lo stesso: finalmente mi sono trovato fra le mani un romanzo che non riesco a smettere di leggere”.

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