Di Giallo in Giallo

Allacciate le cinture: torna a indagare la "Squadra speciale minestrina in brodo"

Un nuovo caso firmato, all’insegna del sorriso, da Roberto Centazzo. Gli altri consigli? Per Enrico Pandiani e il canadese Christian Guay-Poliquin


11/03/2019

di Mauro Castelli


Se amate il sorriso, le storie di piacevole leggibilità imbastite comunque su contenuti di un certo peso; se volete che sia il passato ad abbracciare il presente attraverso tre poliziotti di una certa età, finiti in braghe di tela per via di un inghippo pensionistico; se volete guardare il mondo del crimine da un’altra angolazione, contrassegnata da una garbata ironia, ecco, non potete perdervi la quarta indagine - quella messa in campo da Roberto Centazzo - legata alla Squadra speciale minestrina in brodo, una squadra con un bel po’ di conti ancora in sospeso con delinquenti e farabutti sfuggiti alle maglie della Giustizia. 
Si tratta di Ferruccio Pammattone (ex sostituto commissario e vice dirigente della Squadra mobile), Eugenio Mignogna (ex sovrintendente della Scientifica) e Luc Santoro (già assistente capo all’Immigrazione). I loro nomi in codice sono però, rispettivamente, Semolino (per il fatto che se mangia pesante si riempie di macchie rosse), Kukident (a causa della mal sopportata dentiera) nonché Maalox (per via dei continui bruciori di stomaco). 
Una squadra, come l’interessato ha avuto modo di raccontarci, nata per caso. “Dovevo scrivere un racconto per una antologia, ma non ne venivo a capo. Sin quando mi frullò per la testa l’idea di mettere in pista tre pensionati, seri e onesti, entrati in Polizia a 18 anni per poi essere costretti a lasciare il servizio a 60. A quel punto, anziché un racconto ne venne fuori un romanzo di 250 pagine, che proposi all’editore e venne accettato”. E siccome squadra vincente non si cambia… 
Di fatto un terzetto che aveva mal digerito di essere stato messo da parte e che, ciononostante, aveva portato a termine con successo, a livello personale, tre non facili indagini raccontate in altrettanti libri intitolati Squadra speciale minestrina in brodo, Operazione Portofino e Operazione sale e pepe. Ma siccome al peggio non c’è mai fine, eccoli trovarsi alla canna del gas in Mazzo e rubamazzo (Tea, pagg. 302, euro 14,00). Nel senso che per un tragico errore della Prefettura i bonifici della loro meritata pensione sono infatti saltati, scaraventandoli in un mondo a loro sconosciuto: quello di chi si deve arrabattare per mettere insieme il pranzo con la cena. Detto questo, spazio agli ulteriori contenuti. 
La temporanea indigenza permette al nostro scombinato terzetto di guardare con occhio più comprensivo “certi stratagemmi per tirare a campare, che nella pancia più povera di Genova pare siano all’ordine del giorno. Non bastasse, negli ultimi mesi, in quei quartieri dai fragili equilibri sociali sono stati notati strani movimenti di speculatori, costruttori, uomini d’affari ed esponenti politici. E succede che i nostri eroi vengano a conoscenza, per caso, di uno squallido piano dei famigerati poteri forti per l’appropriazione di un pezzo significativo del centro storico. Tra l’altro, chi ha provato a denunciarli ci ha rimesso la vita…”. 
Sembra uno scontro impari, una partita persa in partenza: “tre poliziotti in pensione alle prese contro una banda di giganti ricchi e potenti”, avendo a che fare con la Chiesa, la ‘ndrangheta, la politica e il sistema bancario. Possibilità di farcela? A loro dire nessuna. Ma Semolino, Kukident e Maalox “non si arrenderanno e sapranno mettere in campo vecchie esperienze e nuove competenze per riscattare quella fetta di popolazione senza voce”. Una popolazione che rappresenta lo strato sociale della vecchia immigrazione dal Sud (composta da coloro che inizialmente si dedicavano al contrabbando di sigarette o a vendere Rolex falsi, ora rimpiazzati dai nuovi immigrati con lo scopo di far deprezzare le case); persone che strada facendo si sono integrate e che non gradiscono quello sta succedendo. Da qui il titolo Mazzo e rubamazzo, in altre parole “pacco e contropacco” a mo’ di sceneggiata napoletana. 
Che dire, una storia fresca e ben raccontata, a fronte di una serie che poco ha a che vedere con il filone d’indagine che l’autore aveva portato avanti in passato: quello legato a un suo altro riuscito personaggio, il magistrato-filosofo Toccalossi, lanciato per i tipi della Fratelli Frilli di Genova a fronte di cinque storie, “andate in onda” fra il 2010 e il 2015. E precisamente: Giudice Toccalossi, indagine all’ombra della Torretta, Toccalossi e il fascicolo del ‘44, Toccalossi e il Boss Cardellino, Toccalossi cerca casa, Toccalossi e l’impicciona. Inoltre, sempre con lo stesso protagonista, Centazzo avrebbe scritto, a quattro mani con il giornalista Fabio Pozzo, il romanzo Signor Giudice, basta un pareggio pubblicato da Tea. 
Lavori e personaggio che gli avevano fatto dichiarare: “Risulta divertente mescolare la tecnica investigativa vera e propria con l’inventiva del ficcanaso di turno. Di certo mi intriga fondere i due generi classici della narrativa di settore: quelli del giallo (dove il protagonista vero soffre spesso dell’eccessivo tecnicismo legato al diritto) e del noir, dove magari troviamo un tipo anomalo ad affiancare il professionista di turno, giudice, detective o commissario che dir si voglia. E mi stuzzica raccontare il modo in cui entrambe queste figure possono convivere e arrivare a una plausibile soluzione del caso, che non sempre corrisponde alla verità dei fatti”. 
Ma queste affermazioni fanno parte del passato del nostro autore, in quanto da alcuni anni a questa parte ha deciso di imboccare un nuovo filone narrativo. Che comunque attinge, ancora una volta, alle sue esperienze di lavoro. Ma andiamo con ordine. 
Roberto Centazzo è nato a Savona il 23 maggio 1961 e, dopo essersi laureato a pieni voti in Giurisprudenza (“Peraltro in soli quattro anni nonostante lavorassi per mantenermi”), avrebbe mosso i primi passi nel mondo del lavoro facendo un po’ di pratica presso lo studio di un avvocato. Ma la professione forense non faceva per lui. Da qui la decisione di portarsi a casa l’abilitazione all’insegnamento (“Sono stato in cattedra per un paio d’anni alle superiori di Finale Ligure”), sin quando nel 1987 decise di entrare in polizia per il servizio di leva. 
E da lì, tiene a precisare, “non mi sarei più mosso, restando a lungo in forza alla Procura della Repubblica, la qual cosa mi ha consentito di fare miei i meccanismi delle procedure e delle tecniche investigative”. Complice, come tiene a precisare, un colloquio avuto a Torino con un responsabile della Fiat. “Il quale mi chiese quanto guadagnavo in polizia. E io: un milione e 600 mila lire al mese. E lui: stia lì. Noi gliene daremmo duecentomila di meno e in più si dovrebbe pagare anche il vitto e l’alloggio”. 
Lui che attualmente risulta in servizio, con il ruolo di ispettore superiore, presso la polizia ferroviaria di Savona. Lui che - repetita iuvant - abita in località Santuario, sulle colline savonesi, con la moglie Eliana Carrara (“Ventisei anni di matrimonio e altri dodici di fidanzamento”) e in compagnia di sei gatti (“Tutti trovatelli. I primi ad arrivare sono stati Cardina e Jimmy, che oggi hanno undici anni, seguiti da Tommaso (che è sordo), Riccardo detto Ricky, Nerina (chiamata così perché è tutta nera) e, ultimo arrivato poco prima di Natale, Romeo, che ancora non si è adattato al nome e quindi non risponde…”).  
Lui che, novello Cincinnato dal carattere sereno (“Faccio quello che mi piace, il poliziotto e lo scrittore”), ama zappare di persona il suo orto; lui che ha ideato con l’amico Marco Pivari il programma radiofonico Noir is Rock che, partendo da Radio Savona Sound, va in onda su diverse emittenti italiane e si propone come un contenitore, a suon di musica, di interviste a noti giallisti; lui con un debole dichiarato per Maurizio de Giovanni (“La genialità fatta persona”) e per Margherita Oggero (“Una scrittrice che, come me, le tematiche gialle ama lasciarle sullo sfondo per privilegiare i personaggi”); lui uomo metodico sia nel suo lavoro di poliziotto che in quello di scrittore: “Mi alzo prestissimo, scrivo un’ora e mezza e poi via al lavoro. Al pomeriggio, quando rientro a casa, altre due o tre ore di scrittura, sempre che a complicarmi la vita non siano i miei impegni… agricoli”. 
E la passione per la penna? Di vecchia data. “Già a sette anni avevo deciso che da grande avrei voluto fare lo scrittore e a 14 mi inventavo raccontini senza arte né parte. Poi a 22 diedi voce al mio primo romanzo. Risultato? Un lavoro illeggibile, visto con il senno di poi. Tuttavia avrei proseguito a scrivere e ancora a scrivere, cercando invano un editore disposto a pubblicarmi qualcosa, anche perché i miei non erano romanzi da premio Nobel. Fortunatamente, alla bella età di 46 anni e grazie a un concorso, riuscii ad arrivare sugli scaffali delle librerie con il mio primo libro, seguito da un altro a distanza di due anni. Entrambi pubblicati sotto pseudonimo ed entrambi premiati. La qual cosa mi regalò gli stimoli giusti per proseguire e soprattutto migliorare. Fu a quel punto che decisi di passare al noir, imboccando in questo modo la strada giusta…”. 
E in effetti così sarebbe stato. Anche se, ogni tanto, si concede delle “scappatelle narrative”, come un libro per bambini (Togliete i lupi dalle favole, “un lavoro che sta avendo un grande successo nelle scuole”) e i recenti testi delle canzoni uscite nell’album Mendicante di Enrico Santacatterina (“Un musicista che ha suonato e suona tuttora con artisti di fama internazionale, che ringrazio di cuore per tutto ciò che è e per tutto ciò che sarà”). 
E questo è quanto. Anzi no, visto che le sue novità narrative si rincorrono. A giugno uscirà infatti, per i tipi della Tre60 (marchio di Tea), un romanzo sul quale l’editore punta molto e che farà da apripista “a una nuova serie gialla - titolo provvisorio I delitti di Calamarina - ambientata nei primi anni Sessanta in una cittadina rivierasca che non si sa dove sia”. Non bastasse “risulta invece sulla pista di lancio (il debutto è previsto al prossimo Salone del libro di Torino, in programma dal 9 al 13 maggio) anche una antologia di racconti sui gatti”. E non c’è da stupirsi, visto che - come detto - la materia prima se la trova intorno a casa…  


Proseguiamo. Di umorismo e ironia sono infarciti anche i romanzi di Enrico Pandiani, pronto a sostenere che queste due connotazioni, in abbinata al sarcasmo, rappresentano l’unica maniera per sopravvivere “in un mondo dove ignoranza e mancanza di spirito la fanno da padroni”. Ferma restando l’importanza dell’approfondimento. Tanto più che la narrativa di settore “permette di scavare nella parte più nascosta della società, quella di cui si parla di meno”. Così facendo si portano a galla verità che altrimenti farebbero fatica a emergere. Come la paura e l’ansia, connotazioni che, giorno dopo giorno, ci stringono in una specie di stato d’assedio. In abbinata - ci mancherebbe - alla violenza, che spesso si identifica “nella sensazione di non poter controllare il futuro, di dover vivere a contatto con persone delle quali ignoriamo tutto…”. 
Pandiani, si diceva, che torna sugli scaffali con la settima avventura - Ragioni da vendere (Rizzoli, pagg. 380, euro 18,00) - imbastita su les italiens, un organismo complesso, dal rapporto quasi simbiotico. Una specie di famiglia - è questa l’angolatura più nostrana della squadra e, se vogliamo, anche un po’ mafiosa - che fa quadrato attorno ai suoi componenti. Nel senso che se un estraneo se la prende con un membro se la dovrà vedere con tutti gli altri. “In quanto la ferita non può rimanere impunita”. Fermo restando che ogni tanto finisca per scapparci il morto. 
E che dire dell’ambientazione? Una Parigi irrequieta, globalizzata e alle prese con le problematiche in essere in tutte le grandi città europee. Dove certe atmosfere, non a caso, richiamano quelle di George Simenon. Pandiani ha infatti alloggiato i flic, agli ordini del quarantenne commissario Pierre Mordenti, nel fascinoso e storico 36 Quai des Orfevres, l’edificio che rappresentava la sede operativa di Maigret, immortalata appunto da Simenon. Un luogo peraltro - narrativamente parlando - in via di smobilitazione, in quanto ormai fatiscente, con il trasferimento in corso al Bastione, in un moderno palazzo della periferia. Non a caso il lettore incontra i protagonisti al lavoro in stanze spoglie (dove sono rimaste soltanto poche sedie) mentre si sta effettuando lo sgombero dei mobili e degli archivi. Ma bando alla nostalgia, in quanto dalla prossima storia… 
A guardar bene c’è anche un’altra connotazione a tenere banco in Ragione da vendere. L’allargamento, a sorpresa, alle atmosfere hard boiled, la corrente a stelle e strisce che aveva attecchito grazie ai romanzi di Dashiell Hammett verso la fine degli anni Venti e che sarebbe stata perfezionata da Raymond Chandler nel decennio successivo. Come peraltro sembra lasciare intendere la citazione riportata dall’autore e tratta da Il I1mistero del falco, il film diretto da John Huston che a sua volta si rifà a Il falcone maltese firmato appunto da Hammet. Rimpiazzando ovviamente città (Parigi al posto di San Francisco) e personaggi (coriacei e violenti quelli a stelle e strisce, un po’ meno cinici quelli parigini). 
A questo punto spazio alla sinossi. Come accennato, siamo a Parigi, un luogo tutt’altro che tranquillo. E Mordenti (un poliziotto che sta, sia pure lentamente, invecchiando) lo sa bene. Così come si rende conto di dover essere prudente in quanto ora c’è qualcuno che lo aspetta a casa. Una umanità di fondo, questa, testimoniata dal profondo affetto che lo lega alla sua bella compagna Tristane e al bambino di lei, che ormai considera come un figlio. Peccato che questa Tristane abbia un difettuccio: quello di essere la figlia del suo capo, “il severo e implacabile direttore Le Normand, con il quale ha un genuino rapporto di amore-odio”. 
Ma ad alzare la temperatura, oltre alla canicola estiva, provvede anche il piombo dei fucili mitragliatori. E così anche una placida notte di fine agosto può trasformarsi in bagarre. In effetti è quello che capita al commissario (un uomo intuitivo, spregiudicato, se necessario pure violento) e al suo collega Alain Servandoni, coinvolti per caso nell’assalto a mano armata a un furgone. 
Sta di fatto che i maledetti italiani (la squadra della omicidi composta quasi interamente da agenti di origine tricolore, a suo tempo creata per sfruttare lo spirito di corpo esistente fra gli emigrati da uno stesso Paese nonché la loro vicinanza con parte della malavita locale) “si troveranno risucchiati in una caccia senza quartiere a una preziosa opera d’arte scomparsa nel nulla. Nella partita figurano anche un equivoco poliziotto inglese, uno spregiudicato ricettatore vietnamita e una femme fatale perfida e manipolatrice. In un inestricabile gioco di menzogne, tutti sono disposti a tutto pur di far valere le proprie ragioni e arraffare il tesoro. Sin quando la ricerca dell’antico manufatto prenderà una piega inattesa, “costringendo i cacciatori a rischiare quello cui tengono di più”. 
In buona sostanza “Enrico Pandiani mette i suoi personaggi davanti al bivio della scelta, oltre che della tentazione. Perché se è vero che ogni uomo ha il suo prezzo, allora quello che conta è rimanere fedeli a se stessi”. 
Per la cronaca Enrico Pandiani è nato a Torino il 16 luglio 1956, città dove lavora come responsabile della parte infografica del quotidiano La Stampa. Lui che aveva iniziato il suo apprendistato di narratore sceneggiando e scrivendo fumetti per le riviste Il Mago e Orient Express, per poi esordire nella narrativa di settore nel 2009 con il romanzo Les italiens, “interpretato” dal citato commissario Mordenti, lavoro tornato proprio in questi giorni in libreria per i tipi della Bur al prezzo di 13 euro e 30 centesimi (“Siamo una bella squadra. Ci piacciono Brassens e gli spaghetti, ma nemmeno la choucroute ci fa schifo”). Saga composta anche da Troppo piombo, Lezioni di tenebra, Pessime scuse per un massacro, Una pistola come la tua, Un giorno di festa e, ora, da Ragione da vendere
Che altro? Nel 2012 avrebbe iniziato a dare voce anche a un’altra serie, incentrata sull’ex agente della scientifica Zara Bosdaves, pubblicando La testa e la coda, quindi La donna di troppo e, infine, Più sporco della neve.


L’ultimo consiglio per gli acquisti, e ovviamente per la lettura, risulta legato alla genialità narrativa dell’ancor giovane canadese Christian Guay-Poliquin (è infatti nato il 7 dicembre 1982 a Saint-Armand, in Québec), considerato uno degli autori rivelazione del suo Paese. Non a caso, Il peso della neve (Marsilio, pagg. 246, euro 17,00, traduzione di Francesco Bruno), si è portato a casa i maggiori riconoscimenti locali, come il Governor General’s Literary Award, il Prix Lettéraire France-Québec, il Prix Littéraire des Collegiens e il Prix Ringuet. Un lavoro peraltro tradotto in diverse lingue. 
Ma di cosa si nutre questo romanzo claustrofobico? Di un serrato faccia a faccia fra due personaggi che “si rivelano con il contagocce” catturando la curiosità del lettore. A fronte di un mistero in stile camera chiusa - come ha avuto modo di annotare il critico di Lire - dallo schema implacabile e che cattura il lettore sino alla sorprendente fase finale. Di fatto un canovaccio imbastito su una guerra psicologica in cui “l’unica speranza è quella di fidarsi”, anche perché non c’è altra via d’uscita. A fronte di una “inquietante storia d’attesa e di sopravvivenza”, portata avanti sullo sfondo di “un paesaggio malefico e sontuoso al tempo stesso, che diventa una specie di personaggio vero e proprio”. 
Ma veniamo alla trama. In seguito a un brutto incidente d’auto, che gli ha procurato numerose fratture che potevano portarlo alla morte,un ragazzo - di cui l’autore non rivela il nome - si ritrova nella stanza di una casa in mezzo alla neve. Ha le gambe paralizzate ed è in balia di un vecchio, che si chiama Matteo e che non conosce. L’uomo gli cura le ferite, gli prepara da mangiare e fa quel che può per riscaldare e illuminare l’ambiente, perché l’energia elettrica è saltata a causa di un improvviso e generalizzato black-out. Tuttavia, nonostante l’apparente dedizione, il vecchio (il quale aveva promesso alla moglie malata che sarebbe tornato per stare con lei nei suoi ultimi giorni) è un mistero per il ragazzo: potrebbe nascondere qualunque segreto, potrebbe nutrire sentimenti violenti, potrebbe essere capace anche di un gesto inconsulto”. 
Sta di fatto che, con il livello della neve (e “alla neve non si può nascondere niente”), sale anche quello della tensione, in quanto “il vecchio e il ragazzo si trovano prigionieri di una trappola senza uscita, proprio come Dedalo e Icaro lo erano nel labirinto. L’unico modo per sopravvivere - all’inverno spietato, alle minacce esterne e alla cattività stessa, che vede due generazioni studiarsi, convivere e fronteggiarsi - è fabbricare delle ali metaforiche e provare a volare. A patto che l’ambizione non si riveli una condanna”. 
In sintesi: un romanzo di formazione intenso, profondo e al tempo stesso inquietante, dalle atmosfere cupe e minacciose, sorretto da un ritmo che, una volta ingranata la quarta, viaggia a cento all’ora sino alle ultime battute. A fronte di una storia per certi versi non nuovissima, che sa comunque catturare e intrigare per le capacità di dialogo dell’autore, ma anche per la sua bravura nel far lievitare l’attesa. Capacità peraltro messe nero su bianco nelle poche righe uscite dalla bocca del giovane protagonista: “Pur riuscendo ad accettare la mia sorte, posso ritenermi fortunato di essere capitato qui. Forse non tornerò più a camminare, ho perso il gusto di parlare, ma non sono morto. Non ancora, quantomeno…”. 
A titolo di cronaca ricordiamo che Guay-Poliquin ha studiato Letteratura presso l’Université di Quebec a Montréal, laureandosi con menzione d’onore e arricchendo in seguito il suo curriculum con un dottorato. Il suo esordio sugli scaffali risulta datato 2013, quando diede alle stampe Le Fil des kilométres, un lavoro di un certo interesse che richiamò l’attenzione dei critici. Ma sarebbe stato, tre anni dopo, il romanzo Le Poids de la neige, del quale abbiamo parlato, a far gridare - sia pure con una punta di esagerazione - al capolavoro.

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