Cultura

Alla conquista di Roma. A qualsiasi prezzo…

Il giornalista Lorenzo del Boca racconta i tradimenti, le speculazioni e gli intrighi internazionali annidati dietro la nascita della Capitale d’Italia


14/09/2020

di Tancredi Re


Intrighi internazionali, accordi violati, tradimenti, corruzione e violenze. La storia dell’unificazione politica del Paese, della proclamazione del Regno d’Italia (1861) con Roma come sua capitale (1871), è costellata da tali e tante turpitudini e nefandezze da macchiare di infamia e ignominia la storia, per altri versi anche intessuta di sani ideali e nobili propositi, gesta eroiche e spirito di sacrificio, del Risorgimento italiano. 
Se qualcuno, dopo gli innumerevoli contributi offerti da una storiografia illuminata e seria, che ha raccontato come sono andate effettivamente le cose, squarciando il velo della retorica patriottarda, e della storia partigiana scritta dai vincitori, non avesse ancora soddisfatto la propria sete di conoscenza di quegli avvenimenti, può leggere il libro La guerra per Roma (Piemme, pagg. 272, euro 17,00) di Lorenzo Del Boca, giunto in questi giorni nelle librerie fresco di stampa. 
Il 3 febbraio 1871, con la legge rubricata al numero 33, il Parlamento decretò il trasferimento della capitale d’Italia da Firenze a Roma. Fu una data storica, su questo non c’è dubbio, ma cosa rappresentò per davvero nella storia d’Italia la “conquista” della città da parte dei “rivoluzionari” e dei “patrioti” del Risorgimento? 
Questo avrebbe dovuto essere l’epilogo dell’epopea risorgimentale, ma i suoi esiti (l’unificazione politica dell’Italia sotto la corona della casa reale dei Savoia) sono tuttora oggetto di dispute, talora accese, tra gli storici, al punto che si è parlato e ancora se ne parla, di “Risorgimento tradito”. Da chi? E perché? Non solo tra coloro - e non sono stati pochi - che si sono occupati di storia risorgimentale. Ognuno dei quali ha dato la sua versione degli accadimenti, del ruolo avuto dai protagonisti del tempo, dell’interazione tra di essi, delle trame e dei rapporti che si sono via via stabiliti nel corso degli anni, manifestando apertamente giudizi e valutazioni critiche,  fermo restando che perfino alcuni tra i suoi più illustri protagonisti hanno evidenziato la loro insoddisfazione se non la loro delusione per una “presa del potere” di una minoranza (reali, aristocratici, faccendieri) più che una “rivoluzione” fatta dai popoli italiani. 
Come Giuseppe Garibaldi, l’eroe senza macchia né paura dei due mondi che, dall’esilio di Caprera, dove finì i suoi giorni, commentò amaramente: “Tutt’altra Italia sognavo… non questa, in preda alla parte peggiore della nazione, miserabile all’interno e umiliata all’estero”. Oppure Giuseppe Mazzini, il fondatore della Giovine Italia, l’associazione politica insurrezionalista. Che avrebbe confessato di avere “l’anima a bruno” e scrivendo a Niccolò Le Piane, un patriota, avrebbe aggiunto “Il governo è andato codardamente a Roma”. Ma anche Primi ministri del Regno d’Italia come Bettino Ricasoli e Urbano Rattazzi, il filosofo Francesco De Sanctis, il poeta Giosuè Carducci espressero forti dubbi e manifestarono disillusioni sul fatto di aver voluto conquistare “a ogni costo” Roma per trasferirvi da Firenze la capitale. 
I fatti narrati da Del Boca in questo libro (come nei precedenti dedicati alla Casa Savoia verso i quali è stato ferocemente critico) confermano la delusione e l’avvilimento nel constatare a posteriori i retroscena della storia della conquista dell’Italia da parte della famiglia reale dei Savoia. 
Un obiettivo perseguito con cinica spregiudicatezza e inaudita violenza che diede vita a un’entità statale – il Regno d’Italia - accentratore, centralista e autoritario, sulla falsariga del Regno di Sardegna piuttosto che a uno Stato veramente unito e liberale, solidale e partecipativo. Uno Stato che, proprio a ragione delle differenze e delle diversità che caratterizzavano (e ancora caratterizzano) le realtà territoriali che lo componevano, avrebbe dovuto riconoscere alle regioni un certo grado di autonomia di governo e nello stesso tempo avviare politiche coraggiose e lungimiranti di coesione e riequilibrio del divario socio-economico esistente, cosa che non fece determinando la Questione meridionale che si trascina - irrisolta - ancora oggi, ovvero l’insieme dei problemi posti dall’esistenza nel Mezzogiorno d’Italia dal 1861 sino a oggi di un più basso livello di sviluppo economico, di un diverso e più arretrato sistema di relazioni sociali, di un più debole svolgimento di molti e importanti aspetti della vita civile rispetto alle regioni centro-settentrionali. 
Divario che si sarebbe via via approfondito, ma non vogliamo aggiungere altro perché non è questa la sede per un approfondimento del problema dell’arretratezza del Mezzogiorno. 
Qual è dunque la verità dietro i proclami e la retorica nazionale del sacrificio e della vittoria di eroici patrioti e di intrepidi condottieri? 
Indagando sulle contraddizioni e gli interessi contrastanti, Del Boca in questo volume ripercorre gli anni in cui la Questione romana (la controversia relativa al ruolo di Roma, sede del potere temporale del Papa ma, al tempo stesso, capitale del Regno d’Italia, che chiamava in causa il complesso tema delle relazioni tra Chiesa cattolica e Stato monarchico e che sarebbe stata chiusa definitivamente solo con la stipula l’11 febbraio 1929 dei Patti Lateranensi durante il regime fascista) è al centro della lotta politica e militare fra i Savoia, il Papa, il Regno delle Due Sicilie, la Francia e l’Austria. 
L’autore ricostruisce con la vivacità e la chiarezza del cronista (è giornalista professionista da oltre 40 anni, una laurea in filosofia e scienze politiche, oltre a essere stato presidente dal 2001 al 2010 del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Giornalisti), le vicende che continuano a dividere gli storici: dalla breve e tumultuosa vicenda della Repubblica Romana all’impresa dei Mille guidata da Giuseppe Garibaldi, dall’invasione del Sud fino alle opache alleanze di Vittorio Emanuele II. 
Un libro utile in definitiva per conoscere vicende che appartengono al passato remoto ma che, secondo noi, riverberano ancora a distanza di oltre 170 anni, i loro effetti su ciò che siamo divenuti come Paese e come Italiani.

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