Cultura

Aba Abate รจ una donna (quasi) normale, capace di ingannare chiunque. Tranne se stessa

Lasciato a riposo il suo storico commissario Michele Balistreri, Roberto Costantini cambia sia editore che protagonista. Dando voce a una intrigante storia che - come ci racconta - si dipana fra i misteri del terrorismo e dei Servizi segreti


10/02/2020

di Mauro Castelli


Cambio di casacca, dopo sei “puntate”, per Roberto Costantini, che dalla Marsilio è passato alla Longanesi, mettendo in panchina (“Ma solo per il momento”) il suo azzeccato protagonista Michele (detto Mike e anche Africa) Balistreri, il personaggio irrequieto e ribelle che aveva contribuito al successo della “Trilogia del Male” (ovvero Tu sei il male, Alle radici del male e Il male non dimentica), sbarcata vincente negli Stati Uniti e negli undici maggiori Paesi europei. A seguire, narrativamente parlando, questa carismatica figura avrebbe tenuto banco anche fra le pagine de La moglie perfetta, Ballando nel buio e Da molto lontano
Romanzo, quest’ultimo, che ci aveva proposto un Balistreri in pensione dopo quarant’anni di onorata carriera, segnato peraltro dalle cicatrici di una vita intensa e dolorosa. Ma nonostante i difficili trascorsi l’ex commissario si era trovato costretto a tornare in pista per aiutare il suo storico vice a condurre quella che forse, per lui, potrebbe essere la sua ultima indagine. Un presentimento per caso legato al pensiero di un imminente cambio di editore da parte del suo papà narrativo? 
“Esattamente il contrario - tiene invece a precisare l’autore, pronto a far suo questo complimento di una lettrice: La sua scrittura tocca più il cuore che il cervello - in quanto, fermo restando il mio ottimo rapporto con la Marsilio, ritenevo ragionevole dare voce al cambiamento di genere. In altre parole imbastendo una prima spy story legata a una quadrilogia, il cui secondo romanzo è già in via di scrittura, nel quale la mia protagonista (che non è né una poliziotta né un agente segreto in senso stretto) viene trascinata nell’inferno di certi luoghi geografici”. 
In ogni caso Balistreri, sia pure di sfuggita, non manca di lasciare qualche traccia anche in Una donna normale (Longanesi, pagg. 480, euro 19,90), tracce che starà ai lettori individuare. “E per i venti più attenti e perspicaci mi sono reso disponibile a discuterne con loro. Lo so, non è un granché come compenso, ma lo considero un segno di attenzione nei confronti dei miei supporter”. 
Una donna normale, si diceva, un lavoro appena sbarcato sugli scaffali e frutto di “un progetto seriale legato a un nuovo personaggio e a un’ambientazione complessa imparentata, appunto, con i Servizi segreti”. Un libro che, ancora una volta, si nutre della genialità narrativa di una penna che strada facendo si è aggiudicata un Giorgio Scerbanenco per la miglior opera prima, un Azzeccagarbugli al romanzo poliziesco e il premio speciale Giorgio Scerbanenco quale migliore opera noir degli anni 2000. 
Complice, ci mancherebbe, la bravura dell’autore nel dare voce alle intriganti quanto misteriose atmosfere romane: quelle imparentate con la delinquenza strisciante in arrivo dal Sud e quelle legate al filone d’inchiesta di Mafia Capitale. Il tutto visto attraverso gli occhi di un poliziotto cinico e maschilista, Balistreri appunto, incapace di superare la difficile giovinezza vissuta in Libia e di desiderare un futuro migliore. 
Di tutt’altra farina risulta invece impastata questa nuova storia. Dove a tenere la scena è una donna che normale in realtà non lo è per niente. Si tratta infatti di una figura forte e fragile al tempo stesso, capace di affrontare il suo lavoro con i dovuti dubbi, supportata peraltro da una robusta determinazione; un personaggio capace di farsi carico delle priorità, seppure con l’intima sofferenza di dover mettere i suoi valori e i suoi affetti al secondo posto. Mentendo quando necessario. “Insomma, volevo fare giustizia di certi stereotipi al femminile, regalando il dovuto a donne che lavorano e al tempo stesso portano avanti affetti e famiglia”. 
Come appunto la nostra nuova “straordinaria” protagonista, che si propone al lettore in questo modo: “Mi chiamo Aba Abate. Mio padre voleva sempre che fossi la prima, a cominciare dall’appello all’asilo. Quelli che mi amano sanno chi sono, ma non sanno cosa sono davvero. Quelli che lavorano con me sanno cosa sono, non chi sono. Sono infatti capace di ingannare chiunque. Tranne me stessa”. Poche parole per renderci conto di avere a che fare con una figura fuori dalle righe (alle prese “con una figlia che va male in matematica, un figlio che si è infortunato, un cocker con qualche problemino di salute, un marito geniale quanto inconcludente”); una signora al tempo stesso sfuggente, complicata, dalla doppia faccia. A partire dai suoi valori. 
Aba Abate è sposata con Paolo, un pubblicitario colto e intelligente che aspira a diventare scrittore, ma con scarso senso pratico. I suoi figli, Francesco e Cristina, sono adolescenti e, come tutti i ragazzi di quell’età, risultano problematici e conflittuali. E poi c’è la sua unica vera amica sin dai tempi della scuola, Tiziana, che gestisce una libreria e che continua a cercare il grande amore. E visto che ha le mani in pasta nei libri Aba si rivolgerà a lei per cercare di aiutare le aspirazioni narrative del marito. 
Insomma, Aba fa di tutto per tenere unita la famiglia, ma non è sempre facile per via del suo vero lavoro. Perché Aba Abate in realtà è anche “Ice”. Non una semplice impiegata ministeriale come tutti credono, ma una funzionaria dei Servizi segreti con un compito delicatissimo: reclutare e gestire infiltrati nelle moschee. Ed è proprio da un suo informatore che Aba, o meglio Ice, apprende una notizia potenzialmente pericolosa: in Italia sta arrivando via mare, dalle coste libiche, un Little Boy, ovvero un terrorista pronto a farsi esplodere. La scadenza? Tempo una settimana. 
A questo punto la nostra agente sotto mentite spoglie si troverà costretta a intervenire in prima persona sul campo, vale a dire in Libia e in Niger. E per avere una sia pur minima speranza di successo dovrà avvalersi della collaborazione di un agente del posto, il professor Johnny Jazir, un uomo mezzo arabo e mezzo occidentale, una via di mezzo fra il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, che la trascinerà gradualmente in una spirale in cui tutti i suoi valori saranno messi a rischio. 
A seguire le missioni si moltiplicheranno, le emergenze familiari e lavorative si sovrapporranno nel giro di pochi, frenetici giorni, e quando niente andrà come dovrebbe il mondo di Aba - quello professionale, ma anche quello degli affetti e dell’amore per i quali ha sempre così tenacemente lottato - comincerà inesorabilmente a traballare. Per farla breve, questo l’interrogativo di fondo, potranno davvero continuare a coesistere Aba e Ice? E come riuscirà a confrontasi con quel genio del male che…? 
Detto del libro, un concentrato di tensione e di intrigante piacevolezza narrativa (“Sono in molti a definire la mia scrittura aggacciante, nel senso che quando si inizia a leggere un mio libro si va sino in fondo”), spazio al privato di Roberto Costantini, nato a Tripoli, in Libia, il 12 settembre 1952 (“In questa città i miei genitori lavoravano per il ministero degli Esteri e lì sarei vissuto sino a 18 anni, senza più tornarci. In quanto ritengo sia meglio - ironizza - non sporcare gli ottimi ricordi”). 
Arrivato in Italia, e più precisamente a Roma, si sarebbe laureato in Ingegneria, dandosi da fare per società italiane e internazionali attive nel campo dell’impiantistica. Conseguendo peraltro un master in Management Science a Stanford (in California). Strada facendo si sarebbe poi accasato come dirigente presso la Luiss Guido Carli di Roma, università dove oggi insegna Negoziazione e Leadership. Un ruolo che gli sta particolarmente a cuore, in quanto a suo dire “confrontarsi con i ragazzi è bellissimo e mantiene giovani”. Tanto è vero che non manca di andare a parlare anche nei licei per il solo piacere di farlo. 
Evidentemente giovane si sente ancora dentro, e non solo. Ipotesi peraltro confermata dal fatto che ogni giorno va a correre, che si dedica a piccole dosi al calcetto (“Ma sarebbe meglio praticassi il campo grande, che comporta meno asperità di gioco”) e con il momentaneo rimpianto di aver dovuto, complice un’operazione a una spalla, lasciare il tennis. Ma “mai dire mai”. Così come da qualche tempo ha voltato alle spalle al bridge. Il motivo? “Visto che mia moglie si è a sua volta messa a giocare - la mette sul ridere -  volevo evitare discussioni in famiglia…”. 
Ferma restando - lui portatore di un carattere razionale, certamente “meno passionale” di quello del suo Balistreri” - la passione per la lettura di autori del calibro di Milan Kundera e dintorni, un po’ meno per i giallisti, eccezion fatta per passati interressi legati ai nomi di Raymond Chandler e Giorgio Scerbanenco. 
Ma anche una penna fortemente gratificata dal giudizio del “grande” Antonio D’Orrico, il quale ebbe a scrivere che Balistreri si propone come “il commissario più originale, inafferrabile, detestabile e amabile nel panorama della letteratura italiana contemporanea”, giudizio peraltro supportato da una bordata da novanta rivolta al suo autore: “Se Friedrich Nietzsche tornasse sulla terra per scrivere un noir, scriverebbe senza dubbio Tu sei il male”. E da quel momento i suoi compagni di calcetto lo avrebbero, romanamente, chiamato Nice
Il tutto confortato, e non succede spesso, dall’essere da una vita “felicemente sposato con la stessa moglie”, dalla quale ha avuto due figli (“Un maschio e una femmina”). Un contesto familiare curiosamente simile a quello - ma certamente meno complicato - messo in scena nel romanzo che stiamo suggerendo ai lettori.

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