Cultura

A vele spiegate in un domani aspro e feroce, cupo e truce, seppure a fronte di un piccolo spiraglio di speranza

Di fatto una favola amara quella che tiene banco ne L’Ultimo Guerriero, figlia di quell’esperienza unica e traumatizzante che ci ha tenuto chiusi in casa per mesi e mesi cambiando le nostre vite. “Una storia cui pensavo da tempo - annota l’autore - frutto peraltro della mia solita incoscienza. Anche se in realtà…"


12/07/2021

di Massimo Lugli


Dalla terrazza di casa vedo strade deserte, percorse da pochissime persone dall’aria furtiva e impaurita, pattugliate da auto di polizia e carabinieri. Su Internet, una panoramica mondiale di animali che si riappropriano delle strade, cinghiali che scorrazzano in libertà, lupi e caprioli che tornano a mostrarsi senza paura. Il telegiornale è un bollettino di guerra, con le cifre dei morti e dei ricoverati che sembrano destinate a una crescita esponenziale. I trasporti aerei sono bloccati, le navi restano in porto, l’industria è ferma, l’economia mondiale scricchiola, i nuovi poveri aumentano di giorno in giorno. Paura, incertezza del futuro, fobie vecchie e nuove dilagano. 
È il lockdown, quello vero, quello che ci ha chiusi per mesi e mesi tra quattro mura e ha cambiato, forse per sempre, la nostra vita, il nostro lavoro, le amicizie, gli amori, i rapporti sociali. Esperienza unica e traumatizzante per una generazione che non ha vissuto direttamente la guerra o i grandi sconvolgimenti sociali. Per me è stata l’occasione per guardarmi dentro e affrontare un progetto cui pensavo da tempo e che il Covid, con tutte le sue conseguenze reali e psicologiche, mi ha dato modo di concretizzare. 
Ci pensavo da anni: un mondo in cui le contraddizioni strutturali sono deflagrate fino alle estreme conseguenze: il divario tra ricchi e poveri è diventato un oceano, la crisi economica ha ridotto alla fame milioni di persone, la natura ha mostrato il suo aspetto più selvaggio. Un noir ambientato in un contesto simile mi frullava in testa da chissà quanto: poche auto (blindate e coi vetri protetti da griglie metalliche) che sobbalzano su strade dissestate, ville come fortini inespugnabili protette da guardie armate e un’umanità incrudelita, ridotta allo stato primitivo, divisa in gruppi che brandiscono archi, lance e mazze in continuo conflitto per un pezzo di terra, una sorgente non inquinata, un gruppo più debole da ridurre in schiavitù. La pandemia mi ha fatto capire che questo scenario apocalittico non era poi così improponibile. 
L’ Ultimo Guerriero (Newton Compton, pagg. 448, euro 9,90) è nato nelle lunghe giornate di isolamento che ho passato da solo tra scrittura, arti marziali, volontariato e una lettura compulsiva di romanzi ordinati on line. È un romanzo distopico, ambientato in un futuro da brividi, in un’umanità in cui non vorremmo mai vivere. Cambiare genere, per un autore, è sempre un salto nel vuoto che ho affrontato con la mia solita incoscienza anche se, a pensarci bene, in questo romanzo non sono andato molto lontano dai miei due libri d’esordio. I clochard di La legge di lupo solitario e de L’istinto del lupo non sono così diversi dai sopravvissuti che si cibano di topi, marmotte o serpenti e gli ufficiali dell’Esercito dalla pistola facile, che amministrano una giustizia sommaria e sanguinosa, non si discostano troppo da certi poliziotti sbrigativi e violenti dei miei romanzi successivi. Cambia il contesto ma l’essere umano, con le sue pulsioni primordiali, è sempre lo stesso. 
Doppia narrazione, due protagonisti, un lui e una lei. L’ex manager che si ritrova a capo di un accampamento minacciato dalle mire di un gruppo più numeroso e agguerrito e la volontaria della Croce Rossa dal passato oscuro, compagna, più per gratitudine che per amore, di un uomo che l’ha salvata da un destino atroce, anoressica, nevrotica, generosa, contraddittoria. Due vite agli opposti che, in qualche modo, finiranno per incrociarsi. 



Il viaggio di Uno è una favola feroce, un’odissea cupa e truce che lo porterà a imbattersi con realtà inconcepibili: le Guerriere, amazzoni che vivono isolate, protette da una fama sinistra, i Bambini Assassini, condannati a un’eterna infanzia satura di crudeltà, i Bikers che scorrazzano sparando e ammazzando a caso, in sella alle loro moto a quattro ruote. La separazione tra il mondo dei Regolari, in cui vive Clara e gli Esclusi, i reietti, la stragrande maggioranza dell’Umanità dove si dibatte Uno, può essere interpretata in modo fin troppo simbolico. Computer, telefoni cellulari, centri commerciali blindati con tanto di palestre, cinema e negozi di griffe da una parte e baraccopoli dove si muore di fame, freddo, malattie, infezioni e attacchi di animali selvaggi dall’altra. Una dicotomia fin troppo attuale ma… 
Io non scrivo saggi, ma romanzi. L ’Ultimo Guerriero non è una previsione su quello che potrebbe accadere tra venti, cinquanta o cento anni ma un racconto con una trama, uno sviluppo, un plot narrativo e un finale che, ovviamente senza spoilerare (ma chi cavolo ha inventato sto termine? Beh ormai è d’uso comune quindi me ne servo anch’io) lascia un piccolo spiraglio alla speranza. Perché se è vero che violenza, sopraffazione, crudeltà ed egoismo fanno parte dell’Essere umano, anche l’istinto di sopravvivenza, la solidarietà, l’anelito a migliorare, cambiare, risollevarsi ne sono componenti inscindibili. Yin e Yang. Da praticante taoista sono convinto che la realtà non è mai univoca ma sempre bipolare. Il personaggio di Vipera, transessuale brasiliana spietata, sanguinaria ma capace di slanci d’amore e allegria quasi infantili, ne è, se posso permettermi di dirlo, un esempio perfetto. 
L’ Ultimo Guerriero, tra i ventidue romanzi e i tanti racconti che ho scritto per la Newton Compton, è uno di quelli che mi ha impegnato maggiormente e cui tengo di più. Perché è una sfida e io non mi tiro mai indietro di fronte alle sfide. Perché mi avevano consigliato di lasciar perdere e di restare nei confini collaudati e rassicuranti del noir classico. Perché il romanzo distopico non è un genere che fa furore al momento. Perché nelle paure, nelle insicurezze, nella violenza e nell’incertezza di Uno, detto anche Giaguaro (di cui solo nelle ultime pagine conosceremo il vero nome), c’è moltissimo di Massimo Lugli, come ce n’era moltissimo in Lapo, il ragazzo che divenne Lupo o, ovviamente, nel cronista detective Marco Corvino. 
Un certo Gustave Flaubert ha scritto Madame Bovary c’est moi. Ebbene, si parva licet, io sono Uno. E mi auguro che anche questo nuovo viaggio di pagine stampate si concluda felicemente. Ma questo non lo decideranno i critici ma l’unico giudice a cui mi affido ogni volta, con la speranza di non deluderlo: i miei lettori.

(riproduzione riservata)