Cultura

A spasso nel tempo: lo “scandalo” della democrazia totalitaria

Il politologo Alessandro Mulieri racconta la genesi della categoria teorizzata da Jacob Talmon e l’interpretazione dualistica della tradizione democratica nel pensiero degli studiosi anglosassoni del XX secolo


07/01/2020

di Giambattista Pepi


Quante forme di democrazie esistono? Esiste una democrazia totalitaria contrapposta a una democrazia liberale? E quando si parla di Governo popolare ci si riferisce sic et simpliciter a un regime democratico liberale e pluralista, oppure a una forma altra di democrazia, una democrazia di facciata, ma nella realtà un regime tirannico? 
Nell’antica Atene (V secolo a. C.), i concittadini di Socrate e Pericle non avevano dubbi nel definire cosa fosse la democrazia: era la forma di governo che includeva tutti i cittadini maschi maggiorenni, che prendevano parte all’assemblea, organo politico supremo preordinato al governo della Città-Stato. Al contrario, quando la partecipazione dei cittadini era limitata a pochi o a un solo cittadino ateniese ci si riferiva a forme di governo non democratiche che erano, rispettivamente, l’aristocrazia (o oligarchia) e la monarchia (o tirannide). 
Il criterio discriminante tra queste forme di governo era dunque rappresentato dal numero di coloro che erano inclusi a priori nel processo di decisione. La democrazia era concepita come governo diretto del popolo, mentre si ricorreva al sorteggio per selezionare gli organi (amministrativi o giudiziari) cui delegare l’amministrazione della giustizia o dello Stato e, più raramente, si ricorreva alle elezioni, per assumere determinate decisioni. 
A differenza della democrazia diretta di Atene, nelle odierne democrazie, come si sa, i cittadini non governano direttamente, ma delegano i loro rappresentanti - eletti al Parlamento - a svolgere la funzione legislativa e ad assumere le decisioni attraverso il Governo che viene formato e gode della loro fiducia. 
Le democrazie moderne hanno avuto bisogno di aggettivi per essere definite in maniera appropriata e poter distinguere quelle che lo sono per davvero perché le loro Costituzioni proclamano e garantiscono (attraverso il presidio dell’ordinamento giudiziario) l’esercizio delle libertà individuali, tutelano il dissenso e dunque le minoranze, da quelle che fingono di esserlo ma in realtà non lo sono poiché sono illiberali e tiranniche.  Ma l’aggettivazione è complessa e riflette la difficoltà di garantire l’unità del corpo collettivo (il popolo sovrano) e la pluralità che il processo elettorale determina. 
Alessandro Mulieri, nel libro Democrazia totalitaria (Donzelli, pagg. 215, euro 19,00), racconta come questa difficoltà venne schematizzata e interpretata dagli intellettuali e dagli studiosi europei che, in prima persona, subirono le conseguenze dell’instabilità del costituzionalismo democratico con l’avvento dei regimi totalitari del Novecento (la Rivoluzione bolscevica del 1917 e la nascita dell’Unione Sovietica) e della difficoltà a fare del pluralismo democratico una componente essenziale della sovranità democratica, invece che un ostacolo da superare. 
La prima aggettivazione importante fu quella di democrazia totalitaria, in contrapposizione a quella di democrazia liberale. 
Mulieri ricostruisce la storia della categoria “democrazia totalitaria” nell’opera di Jacob Talmon che, nel 1952, diede alle stampe un testo destinato a scatenare polemiche nel dibattito politico dell’epoca: The Origins of Totalitarian Democracy. In essa, lo studioso sosteneva che il pensiero illuministico e la Rivoluzione francese (1789-1799), specialmente nelle sue fasi più estreme e aberranti (il Terrore del 1793-94 perpetrato dai giacobini e dal loro leader Robespierre dopo l’espulsione dei girondini dalla Convenzione), avessero dato origine a un modello di democrazia alternativo rispetto a quello della democrazia liberale. 
La divisione tra le due forme di democrazia sarebbe all’origine, dopo la Seconda guerra mondiale, alla Guerra fredda (un conflitto non convenzionale che ha contrapposto il fronte degli Stati liberal democratici dell’Europa Occidentale e del Canada, capeggiato dagli Stati Uniti d’America e quello comunista guidato dall’Unione Sovietica e formato dagli Stati dell’Europa Centrale e Orientale riuniti nel Patto di Varsavia), periodo a lui contemporaneo. 
Ma come distinguere queste due diverse e contrapposte forme di democrazia? La democrazia totalitaria privilegerebbe una concezione diretta del governo popolare, si baserebbe su una visione monolitica del “popolo” e su una idealizzazione del concetto di sovranità popolare, mentre di contro quella liberale, è quella di una società “aperta”, pluralista, rispettosa dell’individuo e delle sue libertà. 
Nel volume, l’autore passa in rassegna il pensiero politico di eminenti figure di studiosi anglosassoni che si sono occupati proprio del tema della democrazia totalitaria tra gli anni Quaranta e Sessanta del XX secolo: Karl Popper, Friedrich von Hayek e, soprattutto, Isaiah Berlin e Hannah Arendt. 
La politologa Nadia Urbinati nell’introduzione al volume si domanda se la categoria di Talmon sia ancora di attualità. Lo è nella letteratura sul populismo che riproduce con una tinta più blanda il vecchio schema manicheo (democrazia liberale e democrazia totalitaria) sotto nuove vesti (democrazia liberale e democrazia populista). Uno schema che, però, secondo la studiosa, non avrebbe alcun senso, se mai l’avesse avuto prima. “A chi scrive … sembra che anche questa nuova contrapposizione sia viziata da un artificio di semplicismo che accontenta lo spirito polemico più che quello interpretativo”. 
Ma come si può uscire allora dal paradigma dualistico e polemico di Talmon? Solo da una visione della democrazia che incorpori dentro di sé la libertà è la risposta tutt’altro che scontata. Infatti, “definire la democrazia liberale è un “pleonasmo” “mentre definire illiberale la democrazia è una contraddizione in termine” ricorda giustamente la Urbinati. E, quindi, in definitiva, conclude Mulieri: “Forse è giusto riconoscere che sul piano normativo e ideale, la democrazia è o dovrebbe essere soltanto una, un regime politico che permette il dissenso e accomoda la differenza e il pluralismo. Rimane il sospetto che questo riconoscimento somigli al culto di un ideale, quello dello spirito critico, che non è poi così diverso da un atto di fede necessario per cui combattere. Il sospetto non scalfisce in alcun modo la dignità della lotta”.

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