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A spasso fra le giravolte politiche di chi governa senza avere il consenso popolare

Un Esecutivo formato da un partito in crisi e da un altro in coma che cosa potrebbe partorire?


10/02/2020

di Sandro Vacchi


Un governo come quello nostrano, formato da un partito in crisi e da uno in coma, che cosa si può immaginare che partorisca? Un governo che campa alla giornata, tenendo in piedi provvedimenti ultrademagogici come il reddito di cittadinanza, mentre l’economia arranca sempre più, a che cosa può portare? Un governo che porta avanti la tradizione ormai decennale di guidare il Paese pur senza i voti, di quale credibilità può godere? 
Dal 2011 non abbiamo un premier eletto dal disprezzatissimo popolo, e da allora il Partito Democratico è rimasto al potere otto anni su nove con Monti (grazie al golpe di Palazzo contro Berlusconi), Letta, Renzi, Gentiloni. 
Dal giugno 2018 all’inizio di settembre 2019 ha governato Conte con Cinque Stelle e Lega, i due partiti più votati: è stata l’unica parentesi senza il PD in sella. A questo, che per l’Italia politicamente corretta è un insulto più atroce di un’offesa alla mamma, è succeduto il governo attuale, guidato sempre dal sedicente avvocato del popolo, ma con una maggioranza molto diversa: leghisti carogne ributtati nelle fogne e immacolati, colti, disinteressati (ex?) comunisti di nuovo in auge, anche se avevano preso, alle politiche, gli stessi voti della Lega. 
Sennonché dal 26 maggio, cioè tre mesi prima dell’insediamento giallorosso, il PD aveva tre punti più di un anno prima, i grillini si erano dimezzati al 17 per cento, la Lega aveva fatto un salto sulla Luna, raddoppiando i voti fino a superare il 34 per cento, e diventando largamente il primo partito italiano. Le successive elezioni in diverse regioni hanno confermato lo sgretolamento dei Cinque Stelle e consolidato la supremazia leghista dappertutto, anche in inespugnabili roccaforti rosse, Emilia-Romagna esclusa, ma per la prima volta messa molto a rischio. 
Ebbene, a Palazzo Chigi c’è forse la Lega, votata oggi da un elettore su tre, oppure ci sono i Cinque Stelle, precipitati nel frattempo sotto il 10 per cento di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni? In compenso c’è il PD, schifato dalla grande maggioranza degli italiani ma cooptato al governo da tale Giuseppe Conte, sconosciuto a sessanta milioni di connazionali fino alla formazione del suo primo dicastero, che fu già un mistero. I piddini erano all’opposizione e non gli risparmiavano neppure una virgola o un sospiro, finché si trattò di prendere il posto dei leghisti, però. 
Con una giravolta carpiato-rovesciata che nessun politologo al mondo è stato ancora in grado di comprendere, il signor Pochette è diventato da un giorno all’altro un compagno, un paladino degli umili. E il PD si è ritrovato al governo, nonostante gli italiani da anni tentino di farlo sloggiare. Invano: è stato più facile spostare la nave di Schettino che i sinceri democratici, eredi delle più antidemocratiche e sanguinarie dittature del mondo. 
L’importante è stato però mettere all’angolo l’orco Salvini, accusato delle peggiori nefandezze, impedendogli di mettere i bastoni fra le ruote a chi il Potere deve, assolutamente deve, averlo sempre e comunque: per ridare foraggio alle cooperative di assistenza-profughi, per compiacere i padroni franco-tedeschi e chi se ne frega degli italiani, per tagliare posti di lavoro e pensioni senza subire scioperi… Soprattutto, per non far cadere la legislatura prima del 2023, come vuole invece l’Orco, e arrivare in santa pace all’elezione del nuovo presidente della Repubblica. Il quale, ovvio, deve, ma proprio deve, essere dei Loro, della consorteria, della politica aum-aum. Poi ci sono la bellezza di quattrocento – dicesi quattrocento! - nomine da fare, bisogna sistemare amici, clienti e lacchè vari. 
A parte i mugugni degli italiani, diventati ormai boati e presto, forse, grida di ribellione, Lor Signori devono fare i conti con un tipo rispetto al quale l’orco Salvini è la Fata Turchina, uno del quale si fidano sì e no i suoi figli e Maria Elena Boschi. Proprio lui, signore e signori, l’Ercolino sempre in Piedi degli anni Venti, il nuovo Romano Prodi che non molla mai, il detentore mondiale del record di pelo sullo stomaco, l’autore dell’indimenticabile ode “Enrico, sta’ sereno”, il campione assoluto del trasformismo. 
Matteo Renzi è più astuto di Machiavelli, suo unico dio e fiorentino come lui. E quando dice una cosa potete stare sicuri che non andrà così. Si dà il caso che questa mina umana faccia parte del governo Conte attualmente in carica, pur con pochi voti propri, ma con il controllo di non pochi parlamentari del partito che fu suo, il PD. Oggi ne è uscito, mica poteva dipendere da quella mozzarella di Nicola Zingaretti, e si è fondato il suo circolo personale, piccolino ma con molto peso. 
C’è in ballo la storia della prescrizione dei processi, che i grillini manettari e giustizialisti vorrebbero lunghi all’infinito soprattutto in caso di assoluzione. La loro fede è: se uno è mandato a processo non può che essere colpevole. Vadano in galera (non si fa per dire) a vedere quanti innocenti ci sono. Renzi ha detto che lui una boiata del genere non l’accetterebbe mai. Infatti... 
Italia Viva è contro il provvedimento, almeno a parole, ma il sor Matteo metterà in scena la regina delle paraculate, come è definita nei testi di diritto pubblico. In aula approverà il decreto Milleproroghe, che conterrà un emendamento che sospende la prescrizione del ministro di Giustizia, Alfonso Bonafede, e la sostituisce con il lodo Conte. Il Milleproroghe sarà votato alla Camera il 18 febbraio per poi passare al Senato. Renzi e i suoi voteranno a favore dell’“odiato” provvedimento, ma intanto si metteranno lesti al lavoro per ripristinare la legge Orlando, ministro del fu governo Renzi. Se questo non è il Paese del compromesso, allora è quello della commedia all’italiana: per forza gli stranieri non capiscono niente di noi, e lo stesso parecchi connazionali. 
L’inaffondabile toscano, che non vive senza una bella poltrona istituzionale sotto le natiche, ha un partito ancora troppo piccolo per andare a elezioni anticipate e consegnare così l’Italia a Salvini. Al 2023 mancano però ancora tre anni, anche se Mattarella sembra far parte da sempre sella tappezzeria del Quirinale. Fino ad allora ci saranno, per cominciare, alcune elezioni regionali che probabilmente confermeranno la crescita della Lega. Dopo si continuerà a vivacchiare senza cavare un ragno dal buco, con l’Unione Europea che ci stringe il cappio al collo, il PIL che cala, i disoccupati che aumentano, i treni che deragliano, le idiozie di Sanremo, il Milan che perde partite già vinte. Se nel frattempo Renzi sarà riuscito a tirare altri sgambetti al PD che detesta e dal quale è ricambiato, se avrà escogitato labirintici percorsi per scalzare Conte, se avrà strappato consensi – nei sondaggi – ai due partiti morenti, vale a dire Cinque Stelle e Forza Italia, allora ne vedremo delle belle. 
Ma ne vedremo delle bellissime se non ci riuscirà. Dovrà allora aggrapparsi a qualcuno più forte. Il PD? Non lo vogliono vedere nemmeno in fotografia. I grillini stanno estinguendosi, i berlusconiani pure. Chi rimane? La Lega di Salvini, alla ricerca di sponde vicine alle istituzioni. «Mai insieme a Renzi!», ha sempre detto Salvini, ma i pentastellati non dicevano forse «Mai con il PD!», e ora ci (s)governano insieme? 
Renzi fece anni addietro il patto del Nazareno con Silvio Berlusconi, fregandosene delle rimostranze ideologiche dei compagni duri e puri. E’ uno specialista senza pari nel capovolgere le frittate, altroché Conte. E per il potere è disposto a tutto. Al contrario di Salvini, il quale in agosto ha piantato baracca e burattini perché con i grullini era impossibile governare. Renzi, per dire, aveva promesso di lasciare la politica in caso di sconfitta al referendum istituzionale. Infatti è ancora lì. 
Questo giornale è stato forse il primo a ipotizzare, se non un’alleanza, un patto di non belligeranza fra i due Mattei. Ne parliamo dall’ottobre scorso, dopo il faccia a faccia dei due da Bruno Vespa, dove sembravano vecchi compagni di scuola che si ritrovano a vent’anni dalla maturità. Salvini e Renzi farebbero volentieri a meno l’uno dell’altro, continuando a spararsi accuse e insulti. Salvini farebbe però a meno anche di Berlusconi e della Meloni che gli toglie spazio, e Renzi ha l’orticaria con il PD non più suo e, soprattutto, con i grullini palesemente incapaci di fare qualcosa di non demenziale. 
Da un eventuale apparentamento fra i due guadagnerebbe di più Renzi, che ha cinismo e fantasia ma non voti. Salvini ha invece nemici giurati nelle istituzioni e nella magistratura sinistra. Sta per andare a processo per sequestro di persona, e guadagnerebbe ancora consensi fra gli elettori, stufi di un potere giudiziario arma impropria dell’esecutivo; sarebbero però consensi sulla carta, non voti nelle urne. I tre anni che mancano al 2023 sono pochi per Renzi, che con tutte le forze cercherà di tirarla per le lunghe. Sono però molto pochi, tre anni, per un Salvini fortissimo adesso, ma dopo? 
Il New York Times parla apertamente di masochismo della sinistra di casa nostra, che ci rimetterebbe consensi, anziché guadagnarli, mandando in tribunale l’ex ministro dell’Interno, “oggetto di una persecuzione dei giudici che ha pochi pari, fatta eccezione per Berlusconi.” Lo scrive il NYT, bibbia della intellighentzia statunitense, e non qualche foglio sovranista. 
La sostanza è che Salvini non sa, né può sapere, che cosa farà da grande, ed è costretto a vivere alla giornata, cosa che detesta. Al contrario di Renzi, il quale sa benissimo a cosa puntare da grande e ha la pelle tanto dura che il “carpe diem” a oltranza è il suo godimento. Il primo Matteo, inoltre, è umorale e lo dimostra la sua uscita a sorpresa dal precedente governo; il secondo Matteo ha invece il sangue di un cobra e la furbizia di una faina. Attento, Salvini. 
Per concludere, una cosa che non c’entra niente ma è più importante di tutte le piroette italiche. In pochi mesi se ne sono andati due formidabili critici letterari, flebilmente ricordati dalla stampa italiana. In ottobre è toccato morire ad Harold Bloom, autore di opere immortali. Fra tutte il “Canone Occidentale”, in cui esamina al microscopio i più grandi scrittori di ogni tempo, assegnando il primato a Shakespeare, con Dante secondo. Il 3 febbraio è invece morto George Steiner, a novant’anni passati. Il Sole 24 Ore lo ha definito critico letterario per antonomasia, ma anche talentuoso prosatore. Ho letto tutti i suoi libri e posso affermare senza dubbi che era uno degli uomini più intelligenti dell’età contemporanea. Collaborava a “Vogue”, fino a quando la direttrice Anna Wintour se ne liberò. La vezzeggiata e temutissima signora delle sfilate di moda, vissuta sempre fra trine e merletti, si permetteva di licenziare un genio. L’apparenza prevaleva sulla sostanza, la stessa apparenza che domina oggi l’Italia.

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