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A Parigi presi i brigatisti latitanti responsabili degli “Anni di piombo”, ma…

La Francia finalmente deroga alla Dottrina Mitterrand, anche se l’iter per l’estradizione si presenta lungo e complesso (e dall’esito incerto). Un punto in favore dello Stato di diritto, oltre che un’occasione per meditare sul delicato rapporto fra il rigore e il perdono; e persino fra la libertà del singolo e la tutela della collettività


03/05/2021

di Paolo Mastromo


Nove brigatisti responsabili degli “anni di piombo” che hanno insanguinato l’Italia fra gli anni Settanta e Ottanta sono stati arrestati a Parigi (un decimo, Maurizio Di Marzio, è ricercato). Si è trattato di un’azione di polizia coordinata a livello internazionale e, soprattutto, resa possibile da una intesa politica transnazionale fra Italia e Francia, di fatto risolta dal presidente Emmanuel Macron il quale, come ufficializza una nota dell’Eliseo, “ha voluto risolvere la questione come l’Italia chiede da anni”. 
È stata cancellata quindi, alle prime luci dell’alba del 27 aprile 2021, quella “dottrina Mitterrand” che dal 1985 concedeva il diritto di asilo ai ricercati “per atti di natura violenta ma d’ispirazione politica” cui si erano richiamati, negli anni, nel respingere le richieste di estradizione italiane per i tanti terroristi rifugiati nel paese transalpino, anche i successori di Mitterrand: Jacques Chirac, Nicolas Sarkozy e François Hollande. L’iter per l’estradizione, a ogni modo, si presenta complesso e lungo (si parla di due o tre anni), dal momento che gli arrestati si oppongono al trasferimento in Italia; nel frattempo, sono tutti in libertà condizionata sotto controllo giudiziario. 
Come ormai noto, i reati per i quali queste persone sono state condannate in via definitiva in Italia sono gravissimi; quattro su nove devono scontare l’ergastolo, gli altri cinque pene che vanno dagli undici ai venti anni. Quasi tutti hanno ucciso; chi non lo ha fatto materialmente o è perché ci ha provato senza riuscirci (come Giovanni Alimonti ed Enzo Calvitti) oppure - è il caso del più famoso fra gli arrestati, Giorgio Pietrostefani - ne è stato “il mandante” (delitto Calabresi). 
A livello politico in Italia tutti hanno plaudito all’operazione, nessuno ha “obiettato”; né naturalmente Salvini (che vanta il proprio impegno personale nella estradizione dal Brasile di Cesare Battisti, anch’egli affiliato ai Pac, Proletari armati per il Comunismo, la stessa organizzazione di cui Luigi Bergamin, fra gli arrestati di Parigi, era l’”ideologo”) né Di Maio (“Non si può fuggire alle proprie responsabilità”) né Enrico Letta (“La giustizia faccia il suo corso, nel rispetto della memoria delle vittime innocenti di stagioni buie del nostro Paese”). Di conseguenza questa notizia – dopo l’encomio di rito alla brillante azione di polizia - potrebbe non avere bisogno di ulteriori commenti. 
Invece, sui media - in Italia ma soprattutto in Francia - si è aperto un certo dibattito; che, scava scava, ci conduce a temi abbastanza attuali. Il primo quesito è questo: è “giusto” che la giustizia persegua a lungo, magari per decenni come in questo caso, qualcuno che abbia commesso un crimine? Esiste un oblio sociale capace di stemperare i fatti, la memoria, il rancore; di annullare, o magari di “sospendere”, il diritto stesso
Potremmo partire dalla considerazione, già avanzata da Ortega y Gasset, che non esiste un supposto “diritto naturale”. Anzi, a ben guardare, natura e diritto sono termini che confliggono. In natura accade ciò che accade, bello o brutto che sia, che ci piaccia o meno; la natura è il regno, anche, dell’imprevedibile. In natura non esistono tutele, aspettative, garanzie. Il diritto, in qualche maniera, migliora la natura perché la piega al volere dell’essere umano, le sottrae il suo contenuto eversivo, libertario, bizzarro e mutevole. Tuttavia, l’espressione di volontà che si può reperire nel diritto è di tipo sociale, quindi arbitraria, anch’essa mutevole nel tempo, dipendente dalle condizioni storiche, culturali, economiche. E questo spiega bene come mai, in molti casi, non vi sia accordo su ciò che debba e possa essere un diritto. Quali ne possano essere i confini e, persino, i limiti. 
Questo perché il diritto è intrinsecamente collegato al concetto di libertà. E libertà è termine equivoco; bipolare. C’è la “libertà di” e la “libertà da”. Quando ero ragazzo, di “libertà di” ce n’erano poche: non esistevano né il divorzio né l’aborto, né potevi dichiararti omosessuale e dovevi stare attento a come parlavi o scrivevi perché esistevano i reati di opinione. Per il popolo la vera essenza della “libertà”, allora, era la “libertà da”: libertà dal bisogno, dalla fame, dall’ignoranza, dalla guerra, dalla paura, dallo sfruttamento. La “libertà di” è venuta dopo. Anche perché la “libertà di” presuppone il potere. E anche del potere, come della libertà, ne esistono due: potere nel senso di “essere capace di” e di “essere autorizzato a”. E all’epoca pochi “potevano” nel senso di essere autorizzati. Tutti gli altri “potevano” (potevano limitarsi a) vivere: andare al lavoro, a scuola, mettere su famiglia e allevare i figli. Compatibilmente con la loro condizione economica. 
La vicenda di Parigi ci sollecita quindi due ragionamenti. Il primo è quello appena accennato: fino a quando deve prevalere il rigore di quello che sta scritto rispetto alla inevitabile pietà che il tempo provvede a calare sugli avvenimenti, anche i più turpi? La stessa dottrina del diritto è consapevole che questo sia un passaggio delicato; esiste infatti la prescrizione che, per quanto sia strumento ambiguo e controverso, stabilisce – in estrema sintesi – che non puoi mettere in galera un ladro di polli che venga riconosciuto (o acciuffato) dopo decine di anni. 
Anche perché l’atto del delinquere e il delinquente non sempre coincidono. Una persona che in un accesso d’ira ne colpisca un’altra merita certamente di essere processata e condannata; ma questa persona non è un “delinquente” nel senso di qualcuno che abbia l’abitudine a commettere atti delittuosi. Diverso è il caso di un gruppo di persone che coscientemente, abitualmente, si organizza per esempio per rapinare banche o per svaligiare appartamenti. 
E comunque anche alla pietà c’è un limite: non si prescrivono i reati punibili con l’ergastolo, in primis l’omicidio. E questo è il caso nel quale le richieste della società si mescolano con quelle delle parti lese. La domanda è la seguente: il diritto è giustizia o vendetta? Sia chiaro, anche la vendetta ha una sua ratio, spesso commisurata al torto subito. Per Dante Alighieri, nell’Inferno, si traduce nella legge del contrappasso, ma già assai prima, nel codice Hammurabi, intorno alla metà del 18° secolo avanti Cristo, aveva vigenza la legge del taglione, meglio nota con la sua popolarizzazione “occhio per occhio, dente per dente”. Identico contenuto troviamo nella Diya (diritto) araba, con l’istituto della compensazione; e persino la Bibbia contempla una vendetta proporzionale: “Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all’altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatta all’altro” (Levitico, 24 – 19-20). 
Quel “si farà” presuppone l’organizzazione sociale: non è il singolo che deve provvedere in proprio ad esigere la compensazione bensì, al suo posto e in suo nome, la società organizzata. Ed è in questo modo che la vendetta individuale si fa diritto, sottraendo al singolo l’appagamento della vendetta ma al tempo stesso garantendogli che “il colpevole sarà punito”. Un meccanismo filogenetico, questo “braccio armato” dello Stato, che in questo modo cerca di assicurarsi che la società non venga divorata dalle vendette private. L’assicurazione data dallo Stato alla vittima che “giustizia sarà fatta” è il motore e il presupposto del diritto stesso, sia esso diritto civile oppure penale. 
Il secondo ragionamento è legato a un tema più sottile ma non per questo meno interessante. Che dal primo discende. Una volta accolto il principio che lo Stato non è il “braccio armato” del singolo che lamenta un torto, ma che il diritto diventa patrimonio sociale, così che tutti possano contribuire a costruirlo e indirizzarlo, ecco che l’intera comunità ha identica facoltà di partecipare alla “costruzione del diritto”. In concreto: a decidere se e in qual modo debba essere giudicato un rapinatore non sono le vittime o i parenti del rapinato ma anche le persone – e sono ovviamente la maggioranza – che non hanno mai subito una rapina. Perché il diritto non opera solo “ex post”, cioè nel valutare fatti che sono già accaduti, ma anche e soprattutto in astratto, per stabilire le regole e i confini della vita civile cosicché chiunque, in ogni momento, sappia quali sono “i limiti”, anche al proprio operare, che la società gli rammenta attraverso le leggi. 
Questo aspetto - che di fatto è aspetto politico, come chiunque ben intende - si riferisce soprattutto ai comportamenti che potremmo definire etici. Per alcuni di essi abbiamo il ricordo di battaglie memorabili, dal divorzio all’aborto, alla legge Basaglia sulla chiusura dei manicomi; leggi alle quali hanno dato il proprio appassionato contributo (in qualche caso continuano a darlo) anche persone che non sono direttamente coinvolte (non tutte le coppie divorziano, non tutte le donne incinte abortiscono…) e che però intendono le leggi di un Paese non solo come risoluzione di un problema pratico e individuale ma anche come un modo per tutelare una comune sensibilità verso alcuni temi-chiave dell’esistenza, dal lavoro alla famiglia, dall’istruzione alla salute… 
Ed ecco che il diritto, nato per proteggere la vittima di un’aggressione ingiusta, senza soluzione di continuità si trova a occuparsi di faccende ben più controverse e divisive; come - per parlare di cose attuali - se durante una epidemia i medici debbano obbligatoriamente vaccinarsi (altrimenti possono perdere il lavoro, anche se sono bravi medici e in tutta coscienza ritengono che vaccinarsi non sia una operazione così importante per la salute loro e dei loro pazienti), oppure se ai cittadini possa essere limitata la libera circolazione sul territorio per lunghi mesi durante una epidemia. 
Qui, lo diciamo con tutto il rispetto ma senza riserve, il patto fra il cittadino e le istituzioni vacilla. E vacilla non perché sia in discussione il diritto in astratto dello Stato di obbligare i cittadini a certi comportamenti in vista di un vantaggio di ordine superiore ma perché la discussione prende altre strade, apparentemente (solo apparentemente) scientifiche e neutrali. Ammesso che sia vero - per fare un esempio - che con il coprifuoco si limiti la diffusione del contagio del 10% (come sembra emergere da qualche studio), mantenere il coprifuoco non dovrebbe essere un obbligo visto che anche la libertà di movimento ha un valore. Se avessimo la certezza che, adottando certi comportamenti, l’epidemia possa cessare, percorrere questa strada avrebbe un senso. 
Ma se, al contrario, ci troviamo a dover limitare gravemente e a lungo la libertà dei singoli (di movimento, di impresa, di relazione) “per non fare aumentare i contagi”, questa non è una valutazione scientifica ma politica. È una valutazione di opportunità, solo per convenienza mascherata come “scientifica”. E il diritto, partito dal nobile intento della tutela del cittadino che abbia subito un torto, si trova a dover decidere chi e cosa privilegiare fra chi ha paura e chi no. 
Così come, per tornare ai nostri terroristi arrestati a Parigi, gli Stati (quello italiano ma anche quello francese) si trovano nella scomoda condizione di dover decidere se applicare la legge (che a molti pare esagerata) oppure il perdono (che a molti sembra ingiusto). Applicare la legge è un obbligo cui non ci si può sottrarre, ma anche un giudice onesto e imparziale avrà il suo bel da fare.

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