900 miliardi per il verde e il fantasma del “lockdown energetico”
Tra numeri gonfiati e paure reali, cosa sta davvero accadendo nella transizione energetica europea
20/04/2026
di Marco Ricci

Negli ultimi mesi si è fatta strada una narrazione sempre più diffusa e polarizzante: l’Unione Europea avrebbe speso circa 900 miliardi di euro per le energie rinnovabili, ottenendo in cambio un risultato paradossale — il rischio di un nuovo “lockdown”, questa volta energetico. Un’immagine potente, capace di evocare insieme sprechi colossali e paure recenti, ma che merita di essere analizzata con attenzione per distinguere i fatti dalle semplificazioni.
Il primo nodo riguarda proprio la cifra. Non esiste un singolo piano europeo da 900 miliardi destinato esclusivamente alle rinnovabili. Il numero nasce piuttosto dalla somma di diversi strumenti, tra cui Unione Europea Next Generation EU — da circa 750 miliardi — e REPowerEU, oltre a fondi nazionali, incentivi e programmi energetici distribuiti nel tempo. Si tratta quindi di un aggregato comunicativo, non di un unico investimento diretto né di una strategia lineare focalizzata esclusivamente sulle rinnovabili.
A questo si aggiunge il tema del cosiddetto “lockdown energetico”, espressione che ha rapidamente conquistato titoli e dibattiti pubblici. In realtà, non indica un ritorno alle chiusure pandemiche, ma uno scenario estremo: la possibilità di razionamenti energetici in caso di crisi gravi, spesso legate a tensioni geopolitiche o interruzioni delle forniture. Non è una misura adottata, ma un’ipotesi di emergenza — il punto più critico di una catena di eventi che parte, ancora una volta, dalla dipendenza energetica.
Ed è proprio qui che il racconto cambia direzione. Il rischio di crisi non nasce dalle rinnovabili, ma dalla persistente esposizione europea ai combustibili fossili importati. Petrolio e gas continuano a rappresentare una componente significativa del mix energetico, rendendo il sistema vulnerabile a shock esterni, come conflitti internazionali o instabilità nei Paesi produttori. In questo contesto, le rinnovabili non sono la causa del problema, bensì il tentativo — ancora incompleto — di risolverlo.
Questo non significa che la transizione energetica europea sia stata priva di errori o criticità. Al contrario, le difficoltà sono evidenti: ritardi burocratici, infrastrutture insufficienti, sistemi di accumulo ancora limitati e una forte disomogeneità tra i diversi Stati membri. In molti casi, il passaggio dal vecchio al nuovo modello energetico è stato più lento del previsto, lasciando spazio a una fase intermedia fragile, in cui il sistema dipende ancora da fonti tradizionali senza aver completato la trasformazione.
È proprio questa fragilità a generare il cortocircuito narrativo. Da un lato, cifre enormi che suggeriscono spreco; dall’altro, una crisi energetica reale che alimenta l’ansia collettiva; in mezzo, il termine “lockdown”, che richiama un’esperienza recente e traumatica. Il risultato è una sintesi comunicativa efficace ma fuorviante, che attribuisce alle rinnovabili responsabilità che appartengono in gran parte a fattori esterni e strutturali.
La realtà, più complessa e meno immediata, è che l’Europa si trova nel mezzo di una transizione energetica ancora incompiuta. Non si tratta di un fallimento netto, ma di un passaggio delicato in cui convivono due modelli — quello fossile e quello rinnovabile — generando inevitabili tensioni. La sfida non è quindi correggere una scelta sbagliata, ma accelerare e rendere più coerente un cambiamento già in atto, evitando che le debolezze del presente vengano scambiate per errori di fondo.
In definitiva, il vero rischio non è aver investito troppo nella transizione verde, ma non averla ancora completata.
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