Cultura

1989, la storia della primavera europea tra speranze e illusioni

Timothy Garton Ash, in una straordinaria combinazione di giornalismo e analisi politica, racconta la transizione degli Stati dell’Europa centro-orientale dal comunismo alla democrazia liberale  


23/12/2019

di Tancredi Re


Il 1989 è un anno speciale. È l’anno delle rivoluzioni popolari, della caduta dei regimi comunisti negli Stati dell’Europa Centrale e Orientale, della fine di un’era e dell’inizio di una nuova fase storica. L’onda lunga che avrebbe restituito alla libertà e alle democrazie una buona parte del Vecchio Continente cominciò in Polonia, e, poi senza spargimento di sangue - quasi fosse un processo scontato e inevitabile, ma così non era - si espanse in Germania Est, Cecoslovacchia, Ungheria, Bulgaria, Estonia, Lituania, Lettonia, mentre la Romania fu l’unico Paese della Cortina di Ferro che rovesciò il regime in maniera violenta giustiziando il capo dello Stato: Nicoleau Ceausescu e sua moglie Elena. 
La successione tumultuosa e rapida di questi avvenimenti alterarono drasticamente la bilancia dei poteri mondiali, segnando, insieme con il collasso dell’Unione Sovietica (che Michail Gorbaciev, segretario generale del Pcus e Capo dello Stato, aveva tentato inutilmente di evitare lanciando una serie di riforme), e di evitare la fine della Guerra fredda (la contrapposizione politica, ideologica e militare che si creò intorno al 1947 tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica)e l’inizio di una nuova epoca, in cui il bipolarismo tra queste due super potenze, avrebbe lasciato il campo al multipolarismo con l’avvento sulla scena del mondo di nuove potenze economiche e militari: la Cina e l’India. 
L’ultimo atto, il più carico di suggestioni ed emblematico di questo processo rivoluzionario, fu la caduta del Muro di Berlino che per 28 anni aveva artificialmente diviso in due parti Berlino, che aprì la strada per la riunificazione tedesca, che fu formalmente conclusa il 3 ottobre 1990. 
Testimone d’eccezione di questi avvenimenti epocali che avrebbero cambiato per sempre il volto dell’Europa centro-orientale sfigurata dalle aberrazioni del totalitarismo comunista, è stato Timothyn Garton Ash, il cui libro intitolato We, the People, apparso per la prima volta nel 1990 e tradotto finora in venti lingue, è stato considerato una straordinaria combinazione di giornalismo di qualità, riflessione e brillante analisi politica. Volume che è stato ora pubblicato in Italia con il titolo 1989. Storia della primavera europea (Garzanti, pagg. 226, euro 15.00, tradotto dall’inglese da Marco Papi e limitatamente al capitolo 1989-2019 da Emilia Benghi). 
L’autore (professore di Studi Europei all’Università di Oxford, Isaiah Professorial Fellow al College di S. Antonio e Senior Fellow all’Hoover Institution dell’Università di Stanford), in questo libro (arricchito da un capitolo scritto nell’occasione del trentesimo anniversario di questi avvenimenti), descrive quei giorni concitati di euforia ed emancipazione e racconta in presa diretta un mondo che collassa e un nuovo ordine che da quelle macerie nasce ricco di speranza. 
A distanza di trent’anni dagli eventi, può essere interessante leggere, attraverso la testimonianza autentica e drammatica che ne fa Ash, quali fossero i sentimenti ed i pensieri che mossero uomini come Lech Walesa, leader del movimento sindacale Solidarnosc (poi presidente della Repubblica polacca dal 1990 al 1995),  che per la prima volta dal dopoguerra riuscì a far eleggere liberamente  propri rappresentanti in Parlamento, di Vàclav Havel, l’artefice della rivoluzione di velluto (che sarebbe poi diventato il primo presidente della Cecoslovacchia post comunista),  del muro di Berlino che si disfa più che per la pressione dei tedeschi dell’Est che potevano finalmente e liberamente ricongiungersi con i parenti e gli amici che abitavano nella parte occidentale dell’antica capitale tedesca, dalla sua inutilità, perché nessuno e da nessuna parte, può privare gli uomini della loro libertà. 
Sono passati 30 anni da allora, un tempo lungo. Molte cose sono cambiate nei Paesi dell’Europa orientale: nel bene, come nel male. Guardare alle democrazie occidentali europee come ad un modello da imitare è stato un bene finché queste hanno saputo mantenersi nell’alveo degli Stati liberaldemocratici. Entrare a far parte dell’Unione Europea è stato positivo perché ha consentito agli ex Stati comunisti di accrescere e sviluppare le loro economie e consolidare la democrazia. Ma poi, quando l’Occidente ha realizzato spettacolari autogol, all’interno, con la crisi finanziaria, e all’esterno, con la missione in Iraq, si è messo in moto una sorta di controrivoluzione antiliberale. 
Oggi l’Ovest non è più un modello per i Paesi dell’Europa orientale, così come l’Unione Europea non è più così popolare tra le popolazioni dell’Est Europa. Occorre ricominciare daccapo. Una nuova rivoluzione come quella del 1989 è irripetibile. E allora? La risposta ce la dà Ash: “Serve una grande riforma. Vale per l’Europa e l’Occidente nel complesso, che hanno urgenza di un profondo rinnovamento delle istituzioni e delle prassi liberali. Vale soprattutto per l’Europa centrale post- comunista, afflitta da un particolare insieme di problemi strutturali derivanti dalla natura straordinaria della sua transizione”.

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