Cultura

"Un bambino sulla spiaggia": Tima Kurdi racconta la saga della sua famiglia

Dai giardini profumati di gelsomino di Damasco alle strade di Aleppo devastate dalla guerra, dai campi profughi in Turchia al Canada: una storia per capire perché i migranti affrontano l’impossibile per raggiungere libertà e sicurezza


04/03/2019

di Giambattista Pepi


Un corpo piccolo, con indosso una maglietta rossa e le scarpette ancora ai piedi, sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia. Un corpicino disteso sulla battigia, con il viso riverso nella sabbia, raccolto quando ormai era troppo tardi. Era il 3 settembre 2015. Il bambino si chiamava Alan Kurdi e aveva tre anni. Era morto, assieme al fratellino di cinque anni Ghalip e alla loro mamma Rehan, di 35, nel tentativo, rivelatosi vano, di scappare dalla guerra in corso nel suo Paese di origine: la Siria. Le immagini e le foto strazianti furono viste in tutto il mondo diventando un simbolo, non l’unico, ma tremendamente rivelatore dell’immane dolore provocato dagli esodi e dalle migrazioni di massa da nazioni lacerate dalle guerre, dai pogrom razziali, sfiniti dalla povertà e dalla fame. 
La famiglia dello sfortunato bambino viveva a Kobane, in arabo Ayn al-Arab: città del Nord della Siria nel Kurdistan, che oggi fa parte della confederazione democratica del Rojawa. 
Come conseguenza della guerra civile siriana, la cittadina era passata sotto il controllo delle unità di difesa del movimento confederalista curdo (Pyd) il 19 luglio 2012, visto che per questa organizzazione la regione ha un forte valore simbolico, oltre a un’accentuata rilevanza strategica e culturale. Il 2 luglio del 2014, l’Isis, conosciuto in Occidente anche come Stato Islamico, ha tentato di assumerne il controllo con le armi e, dopo un secondo tentativo nel settembre dello stesso anno, la città è stata soprannominata la “Stalingrado del Vicino Oriente” per sottolineare la strenua resistenza dei militanti delle formazioni curde (Ypg e Ypj). 
Ai primi di ottobre del 2014, Kobane era stretta d’assedio dalle forze dell’Isis che si muovevano da sud e da ovest finché, penetrate nei sobborghi della città, furono costrette a combattere casa per casa dai resistenti curdi. Il 12 ottobre l’Isis aveva conquistato l’80% circa dell’intera area urbana prima di essere costretto a un parziale arretramento grazie al contrattacco delle unità miste e femminili curde che, giorno e notte, difendevano la città. Il 26 gennaio 2015, dopo oltre quattro mesi di combattimenti e circa duemila morti, le forze curde riconquistarono la città, grazie anche al concentrarsi dei raid aerei della “coalizione internazionale” sull’area contesa. 
L’asprezza della guerra civile ha ingrossato le file dei profughi che hanno cercato rifugio nei Paesi vicini (Turchia, Libano, Iran e Iraq) ma spesso tollerati e malvisti. Una di queste famiglie in fuga della guerra era proprio quella del piccolo Alan. 
Apparentemente tanto lontana eppure mai così vicina a noi, questa vicenda - che interroga le nostre coscienze di uomini civili e ci scuote come fuscelli nella nostra gracilità umana - ritorna con il suo carico di sofferenza, turbamento, inquietudine per le sorte feroce che si accanisce nel mondo contro tutti gli Alan nel libro di Tima Kurdi Il bambino sulla spiaggia (Piemme, pagg. 280, euro 18,50) traduzione di Annalisa Carena (titolo originale dell’opera The boy on the beach). 
Tima Kurdi non è un’autrice qualsiasi, ma la sorella di Abdullah, il padre del bimbo morto, nonché la zia di Alan e Ghalib: vive nella Columbia britannica con il marito e il figlio e avrebbe tentato di aiutare la famiglia del fratello a espatriare chiedendo alle autorità del Canada l’asilo. Ma la richiesta sarebbe stata rifiutata dalle autorità canadesi. Per questo Abdullah aveva tentato la strada più pericolosa, quella del mare, nella speranza di poter assicurare una vita “normale” ai suoi cari. 
In questo libro si racconta la saga di questa famiglia costretta a scappare da un Paese - la Siria appunto - devastato da una guerra terribile e a cercare un’improbabile salvezza in nazioni che li rifiutano; un’Odissea per sottrarsi da una morte certa, e tentare, attraverso inenarrabili sofferenze e umiliazioni, di approdare in un porto sicuro.  
“Quando avete visto la fotografia di quel bambino, il mio caro nipote Alan, morto su una costa lontana, siete diventati parte della nostra famiglia” scrive la Kurdi nella prefazione del toccante volume. “Avete condiviso il nostro orrore, il nostro strazio, il nostro shock e la nostra indignazione. Avreste voluto salvarlo, ma sapevate che era troppo tardi. Nel vostro dolore avete teso le braccia e così facendo mi avete preso la mano attirandomi a voi. Vi siete uniti alle voci dolenti della mia famiglia. Mi avete aiutato a non affogare”. 
Il germoglio di una vita che si spegne senza un perché all’alba della sua esistenza suona come una condanna del nostro egoismo, della nostra viltà, a volte del nostro silenzio che ci fa diventare complici dei signori della guerra, degli schiavisti, dei mercanti di carne umana. 
Eppure, nonostante questo immane orrore, si accende, flebile ma viva, la luce della speranza. La speranza di un modo diverso, che sappia prendere coscienza di sé, della responsabilità che condividiamo con gli altri verso il nostro prossimo meno fortunato. Come la stessa autrice auspica nel prendere congedo dai suoi lettori: “Spero che la mia storia - scrive -  pur così tragica, possa anche piantare il seme della speranza nei vostri cuori e nelle vostre menti. Spero che vi spinga a unirvi a me nell’alzare la voce per tutti quelli che voce non hanno. E per tutti i bambini che ci sono stati strappati prima che imparassero a parlare. 
In Siria e in altri Paesi arabi chiamiamo “zia” e “zio” gli anziani, stranieri, amici o familiari che siano. Se siete più vecchi di me, siete le mie zie e i miei zii, e se siete più giovani, io sono la vostra zia. Ora le nostre storie e i nostri destini sono intrecciati. Ora siamo tutti una sola famiglia”. La famiglia umana.

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