Di Giallo in Giallo

"Secretum Saga": il graffiante ritorno dell'abate nero nella Firenze del 1460

Nuovo appuntamento con la storia per il geniale Marcello Simoni. A seguire l’ironia di Giovanni di Giamberardino & Costanza Durante e i segreti coreani di D.B. John


09/07/2018

di Mauro Castelli


Del pluripremiato Marcello Simoni (Bancarella, Lizza d’Oro e quest’anno anche Ilcorsaronero), tradotto o in corso di traduzione in 18 Paesi, abbiamo già detto un gran bene. E continuiamo a farlo, dal momento che la vivacità della sua penna si addentra nei meandri della storia come pochi altri sanno fare. Regalando spaccati di vita che catturano e intrigano, frutto come sono di un lavoro di ricerca attento e approfondito. Un autore da un milione e mezzo di copie vendute soltanto in Italia (una enormità con i chiari di luna che stiamo attraversando in campo editoriale) il quale torna sugli scaffali con Il patto dell’abate nero (Newton Compton, pagg. 324, euro 9,90), secondo episodio della Secretum Saga, una trilogia che “potrebbe ulteriormente dilatarsi” a seguito del successo ottenuto a partire da L’eredità dell’abate nero.
Un romanzo del quale abbiamo già parlato su queste colonne e che si sviluppa cronologicamente a cavallo fra la biennale cacciata in esilio di Cosimo de’ Medici, il Concilio ecumenico di Firenze, la presa da parte dei turchi ottomani di Costantinopoli e la convocazione, voluta da Papa Pio II, del concilio di Mantova per organizzare una spedizione contro i turchi. Fermo restando il ritorno dall’Oriente di Lionardo da Pistoia con il Corpus hermeticum. Ovvero alcuni manoscritti sacri (ancora oggi considerati la pietra miliare dell’alchimia e dell’esoterismo) che in seguito avrebbe consegnato ai due uomini più controversi del tardo Medioevo: il cardinal Bessario e appunto Cosimo de’ Medici.
Di fatto, anche in questo secondo appuntamento con la sua saga, Simoni si è dato un gran da fare nel ricostruire la città di Alghero (parlando nuovamente anche Firenze) con un occhio di riguardo “alla forma mentis e al modo di vivere degli uomini del tardo Medioevo”. Ad esempio dedicando particolare attenzione alla struttura urbana di Alghero e del suo formidabile perimetro difensivo eretto nel 1364 durante il dominio genovese dei Doria nonché del quartiere ebraico (“Che soltanto qui veniva chiamato Kahal”), visto che proprio gli ebrei “ebbero un ruolo determinante nell’organizzazione e nel finanziamento delle locali opere pubbliche”.
Ed è appunto nel porto di Alghero che prende avvio la nuova storia di Simoni. Quando, il 13 marzo 1460, un mercante ebreo incontra in gran segreto l’agente di un uomo d’affari fiorentino, messer Teofilo Capponi. Al quale vuole vendere un’informazione preziosissima: l’esatta ubicazione del leggendario tesoro di Gilarus d’Orcana, un saraceno agli ordini di re Marsilio, scomparso ai tempi di Carlo Magno. Venuta per caso a conoscenza della trattativa, la fiorentina Bianca de’ Brancacci, moglie di Capponi (una donna che appare “alla guisa di un monello, con un libro in grembo”), intuisce che suo padre era coinvolto nella ricerca di quel tesoro prima di morire. Elabora così un piano - lei orfana senza dote, abusata da un marito che l’aveva sposata con l’inganno e che lei aveva pensato bene di far fuori - per riprendersi il maltolto. E per realizzarlo chiede aiuto a Tigrinus, il noto ladro con il quale ha già avuto a che fare.
Già, Tigrinus, che abbiamo imparato a conoscere nel precedente episodio della saga quando viene assassinato, nella cripta di Santa Trìnita, il banchiere toscano Giannotto de’ Grifi. L’unico testimone della lite fra la vittima e un misterioso riccone che finisce per pugnalarlo a morte è appunto Tigrinus, il giovane ladro dai capelli neri striati di bianco e di origini sconosciute (in realtà è imparentato con una potente famiglia patrizia fiorentina), che si era intrufolato nel sacro edificio per fare razzia di gioielli. Ma l’aver assistito al delitto gli sarebbe costato caro. Con tanto di arresto e accusa di omicidio scansata a fatica…
Come da disposizioni di Bianca de’ Brancacci - e qui torniamo al dunque - “Tigrinus partirà alla volta di Alghero dove, fingendosi appunto il defunto Teofilo Capponi, si metterà sulle tracce dell’oro di Gilarus cercando di scoprire anche la verità sulla morte del padre di Bianca. Nel frattempo, a Firenze, la nostra madonna dovrà mantenere a tutti i costi il segreto sulla missione affidata al ladro, nonostante i sospetti del capo dei birri e di Cosimo de’ Medici. Ma in pericolo, in città, c’è anche il tesoro più grande che Tigrinus nasconde: la Tavola di Smeraldo...”.
Risultato? Un’altra avventura storica che si beve come un bicchier d’acqua nella calura estiva; un lavoro particolarmente accurato nell’attualizzazione delle tematiche trattate; una vicenda che gioca a rimpiattino fra i mali oscuri del Medioevo: un difficile periodo segnato da “pestilenze e carestie, fede e superstizione, magia e follia, duelli e misteri”. Il tutto a fronte - repetita iuvant - di una ben orchestrata ricostruzione storica, personaggi credibili e una stimolante chiarezza espositiva.
Per la cronaca Marcello Simoni è nato a Comacchio (in provincia di Ferrara) il 27 giugno 1975, una cittadina che lo vede tuttora vivere con la moglie Giorgia in una frazione a due passi dal mare, dove si diverte a coltivare un orticello e un giardino e dove, a suo dire, trova la giusta tranquillità per scrivere e rigenerarsi dopo le tante trasferte legate alle presentazioni dei suoi libri.
Che altro? Un artigiano della penna, come ama definirsi, a fronte di un’attitudine ereditata dal nonno paterno, falegname, e da quello materno, elettricista; “un testone che va per la sua strada, molto chiuso nel personale, estroverso sul lavoro, poco amico dei salotti che contano”; un lettore onnivoro, con un debole dichiarato per Valerio Evangelisti, Jean-Christophe Grangé e Fred Vargas, per non parlare di Giulio Verne, Arthur Conan Doyle, Emilio Salgari e Edgar Allan Poe.
Di fatto un autore dalle connotazioni particolari (“Detesto i personaggi positivi, quelli che fanno sempre la cosa giusta”); un numero uno, ciarliero quanto basta, pronto a ricordare con nostalgia i suoi trascorsi da malpagato archeologo (“Ai tempi dell’università - è laureato in Lettere - avevo frequentato un corso di etruscologia con scavi in quel di Ravenna”) nonché come bibliotecario presso il Seminario arcivescovile di Ferrara (“Sin quando, dopo otto anni, mi stancai di mettere timbri…”).
Ma anche una penna pronta a remare controcorrente affermando: “Si parla spesso del piacere di leggere; quasi mai del piacere di scrivere. Che per me è il mestiere più bello del mondo. In effetti chi lo pratica lavora sempre senza mai lavorare davvero, perché la creatività non ha orari, perché le storie possono prendere forma in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento…”. 

 Proseguiamo. La mano calda di due sceneggiatori, nel lavoro a quattro mani Il sangue macchia, sir (Neri Pozza, pagg. 302, euro 18,00), si sente, eccome. Perché Giovanni Di Giamberardino e Costanza Durante (“Sono loro i nipotini di Fruttero e Lucentini?”, si è chiesto quell’irriverente visionario di Antonio D’Orrico) hanno dimostrato la capacità di dare voce a un romanzo fuori target, legato alla seconda indagine dell’esilarante quanto originale Principe investigatore Vittorio Maria Canton di Sant’Andrea. Un protagonista che i due autori avevano fatto debuttare alla fine del 2015 in Giallo banana, sempre edito da Neri Pozza, a fronte di una storia ambientata in una Roma - dove si passa da una festa all’altra e di reality in reality - costretta a confrontarsi con il suicidio di una nobildonna. Un lavoro peraltro benedetto da Maurizio de Giovanni, che lo ha definito frizzante come lo champagne e urticante come il vetriolo. Ferma restando una città in bilico sul precipizio del nulla e della solitudine.
Una città che i due giovani autori peraltro conoscono bene, visto che ci abitano e lavorano nel mondo del piccolo e grande schermo. Più in particolare Di Giamberardino nella Capitale ci è nato e da lì non si è mai mosso (oltre che sceneggiatore e anche autore di testi televisivi, come Il Boss delle Cerimonie e Il Castello delle Cerimonie, critico per la rivista Rolling Stone nonché autore del romanzo La marcatura della regina). Mentre la Durante, nata a Milano e cresciuta a Napoli, sarebbe approdata in seguito a Roma dove, cinque anni fa, si è diplomata in Sceneggiatura presso il Centro Sperimentale di Cinematografia. Lei che lavora per diverse produzioni, oltre a proporsi vincitrice della Borsa Sbarigia al premio Solinas 2016.
Ma veniamo alla trama di questo divertente lavoro, appunto Il sangue macchia, sir, che non mancherà di lasciare un buon ricordo in chi lo vorrà acquistare e poi leggerlo. “Sono trascorsi pochi mesi dalla soluzione del suo primo caso (l’assassinio di Polly Castaldi Cestelli), eppure la vita del conte Vittorio Maria Canton di Sant’Andrea non sembra essere cambiata più di tanto, e quel poco in peggio. Abbandonato dal suo partner Gino, in pessimi rapporti con il maggiordomo Gelasio (dai natali siberiani e dall’oscuro passato nei servizi segreti sovietici) nonché afflitto dai problemi di convivenza con la caustica zia Magda, il Principe investigatore affoga nel gelato al triplo cioccolato le proprie frustrazioni, con la Settimana Enigmistica alla mano e la speranza che il telefono squilli per richiamarlo all’avventura. Cosa che, miracolosamente, accade”.
E qui entriamo nel vivo della storia. Diana Palladio ha soltanto diciassette anni, ma un obiettivo ben preciso: “riscattare il nome di suo padre Pietro Saba, scomparso quasi vent’anni prima e accusato del terribile, efferato delitto passato alla storia come l’Omicidio dell’Aventino, protagonista assoluto dei salotti televisivi nel 1997”. Qualche anno dopo, in assenza di un cadavere e di un colpevole in carne e ossa, Pietro Saba fu condannato all’ergastolo in contumacia (era infatti sparito nel nulla insieme alla sua ex fidanzata Sofia Palladio). Ma se la verità fosse un’altra e il vero killer si trovasse ancora in circolazione, impunito e contento? Con le sue discutibili doti deduttive e animato da un’incredibile determinazione, il conte dovrà immergersi in un mondo a lui sconosciuto, quello dell’arte contemporanea, nel cui firmamento la giovane Diana (pittrice emergente grazie anche al supporto del gallerista che è diventato il nuovo compagno della madre) è sulla rampa di lancio.
Sta di fatto che fra “un vernissage e una tartina, Vittorio si perderà nel labirinto della borghesia intellettuale, che la polvere preferisce nasconderla sotto il tappeto, possibilmente birmano. E in questo mondo, dove impera il conformismo dell’anticonformismo, il nostro uomo si ritroverà immerso come una bustina di Twining’s nell’acqua bollente”.
Sostituendo botox e chihuahua con pennelli e opere d’arte, la seconda avventura del Principe investigatore “si sposta dunque dai palazzi nobiliari del centro di Roma agli open space di Trastevere ricavati dalle ex fabbriche che continuano a chiamarsi opifici sebbene vendano birra”. Con gli autori a giocare sull’enigmistica attraverso i titoli di ogni capitolo, a fronte di un ipotetico cruciverba (le cui soluzioni - lo annotiamo a beneficio dei lettori meno attenti - sono peraltro elencate nell’indice). “Cambia insomma lo scenario, non il punto di vista di Vittorio, ancora una volta impegnato nel lungo e pericoloso cammino per diventare un vero detective”.
Che dire: se volete trascorrere ore piacevoli in una lettura mai scontata questo è il libro che fa per voi: garbato, ironico, ricco di spunti rubati a un certo mondo con la puzza sotto al naso, peraltro sapientemente costruito. Anche perché il protagonista della storia, in seguito al successo della prima indagine, ha deciso di cancellare dalla sua vita l’immagine di perdente, ridefinendo il suo stato sociale e proponendosi come esperto professionista in Rete. Che, nel bene e nel male, fa miracoli. E se avrete apprezzato questa storia, tenetevi pronti per un’altra, complice una telefonata che, nelle pagine finali del romanzo, apre alla prospettiva di un nuovo caso da risolvere…

 A questo punto spazio al lavoro del gallese D.B. John, il quale porta sugli scaffali tematiche che, in questi ultimi tempi, hanno tenuto banco sulla scena dell’attualità politica mondiale. Come appunto l’inaspettato riavvicinamento di due leader, il presidente americano Donald Trump e quello della Corea del Nord, Kim Jong-un, sino all’altro giorno nemici giurati e ora sorprendentemente (ma sarà vero?) pappa e ciccia. Intendiamoci, non è questo il tema centrale trattato ne Stella del Nord (DeA Planeta, pagg. 524, euro 18,00, traduzione di Luca Fusari e Sara Prencipe), ma ciò non toglie l’interesse del lettore per le tematiche calde messe in campo a cavallo del trentottesimo parallelo da un autore (che attualmente vive a Londra, quindi fuori da giochi che potrebbero, al limite, rivelarsi per lui pericolosi) il quale, avendo vissuto a lungo in Corea del Sud, ha studiato a fondo la Corea del Nord, uno Stato totalitario che ha peraltro visitato in prima persona.
La qual cosa gli ha consentito di alzare “il velo sui segreti del regime più inaccessibile al mondo”. E lo deve aver fatto davvero bene, se è vero come è vero, che a benedirlo è stato quel geniaccio di Lee Child (“Se leggerete un solo thriller quest’anno fate in modo che sia Stella del Nord”), in altre parole un numero uno che di storie avvincenti se ne intende.
Corea del Nord, si diceva. “Un Paese - come ha tenuto a precisare lo stesso D.B. John - dove, non di rado, la realtà supera la più cupa fantasia distopica. Una monarchia ereditaria di ispirazione marxista che mantiene la sua gente rigidamente isolata dal resto del mondo. Che racconta lampanti bugie circa la libertà e il benessere di cui la popolazione godrebbe, e intanto imprigiona i figli per i reati d’opinione dei padri. Che usa la fame come strumento di controllo politico. “Per questo sospetto che non pochi lettori resteranno sorpresi nell’apprendere che gran parte della mia storia in realtà si basa su fatti reali”.
L’ispirazione di questa storia risale al 2012, “quando andai in Corea del Nord con un piccolo gruppo di turisti, e ogni giorno ci toccava sorbirci i rituali del culto dei Kim: ad esempio doverci inchinare uno alla volta davanti alle innumerevoli statue di Kim Il.sung, fondatore e autonominato Grande Leader della Nazione. E guai se ci fossimo rifiutati, perché così facendo avremmo messo nei guai le nostre due guide, con le quali avevamo stretto amicizia”.
A tenere la scena di questo romanzo è Jenna Williams, padre americano e madre coreana, ovvero una delle massime esperte della Corea del Nord a livello mondiale. Quello che in pochissimi sanno è che dietro il suo interesse accademico per la dittatura di Pyongyang si nasconde un dramma personale. Ovvero il rapimento, nel 1998, della sorella gemella Soo-min, catturata e rapita sulla spiaggia di Baengnyeong dagli uomini di un sottomarino del regime senza un motivo apparente. Sono trascorsi 12 anni da quella assurda e tragica notte quando Jenna viene approcciata da un agente della Cia, già amico del padre scomparso. Accettando di entrare nei servizi segreti, Jenna potrà mettere le sue conoscenze al servizio del suo Paese e contribuire a sventare i piani di guerra del capriccioso Kim Jong-un. In cambio, l’intelligence si offre di aiutarla ad acquisire notizie sulla sorte della sorella, ritenuta ancora in vita.
Come da sinossi, “nella foto satellitare che Jenna mostra agli studenti dell’università di Georgetown, la Corea del Sud è un reticolo scintillante di città e villaggi. Ma sopra Seoul, oltre il 38° parallelo, le luci cedono il posto a una terra d’ombra in cui solo la capitale, Pyongyang, emette una cupa incandescenza. Tutti conoscono il prestigioso curriculum di Jenna, all’anagrafe Jeemin, una delle massime esperte della Corea del Nord, ma sono in pochissimi a essere a conoscenza del suo dramma personale…”
Altro scatto e altra contaminazione narrativa. “Nella piazza antistante la Grande Casa del Popolo, il tenente colonnello Cho contempla i cinquantamila cittadini che attendono in trepidante silenzio l’apparizione di Kim Jong-il. Ma una scoperta sconcertante sta per abbattersi sulla sua carriera e sul suo futuro, e presto Cho si troverà ad affrontare la più inconcepibile delle scelte: tradire tutto ciò in cui ha sempre creduto o perdere ogni cosa”.
Quello che la signora Moon, cittadina modello sotto il regime del Caro Leader Kim Jong-il, vede infatti piovere dal cielo in un bosco della contea di Baekam non è uno spirito. “È qualcosa di ancora più strano: un piccolo pallone aerostatico che proviene dal Paese giù in basso e che deposita tra le sue braccia due paia di calze di lana, una torcia e una scatola di deliziosi biscotti al cioccolato. E un biglietto: Ai fratelli e alle sorelle del Nord. Sollevatevi contro colui che vi inganna!”.
Per farla breve: tre vite e tre destini apparentemente distanti si intrecciano e conflagrano in un thriller in gran parte basato su fatti reali (a questo ha contribuito “il sostegno e l’incoraggiamento di un agente di prim’ordine”. Fermo restando che, per esigenze narrative, “mi sono preso alcune libertà con le date dei test missilistici di Kim Jong-Li”). Insomma, un’immersione adrenalinica e quanto mai attuale nei misteri di un Paese destinato a condizionare ancora a lungo i fragili equilibri internazionali. La qual cosa non mancherà di fare presa sui lettori, proprio perché non è una realtà manipolata quella messa in scena da D.B. John, ma frutto di ricerche, contatti con attivisti per i diritti umani e lunghi viaggi in cerca di risposte. Una fase di approfondimento che, a suo dire, l’ha gratificato “tanto quanto la vera e propria stesura del romanzo”.

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