Cultura

"Riso nero". Il razzismo sotto la pelle

Torna in libreria il capolavoro dello scrittore americano Sherwood Anderson tradotto dal compianto Cesare Pavese


21/06/2021

di Tancredi Re


Lo scrittore statunitense Sherwood Anderson è noto al pubblico soprattutto per la raccolta di racconti Winesburg Ohio che ebbe un’influenza profonda sulla letteratura e sulla narrativa americana. E l’eco del suo stile e delle sue opere può essere facilmente rintracciata negli scritti di Ernest Hemingway, William Faulkner, Thomas Wolfe, John Steinbeck e altri. Ma il suo capolavoro, pubblicato nel 1925, Dark Laughter, tradotto in italiano da Cesare Pavese con il titolo di Riso nero (pagg. 240, euro 14,50), trae la propria origine dalla sua esperienza di vita a New Orleans. Una chicca che, a distanza di alcuni decenni dalla sua prima apparizione in Italia (edito da Einaudi), viene ora riproposta da Scalpendi. 
Nei paesi di lingua inglese è stato fuori commercio dagli inizi degli anni Sessanta, e alcuni critici contemporanei considerano questo romanzo un fallimento dovuto, in larga parte, ai temi e a un linguaggio attualmente considerato razzista o sessista. 
Non sono mancate accuse di razzismo e di sessismo a quest’opera fondamentale di Anderson e non si può dire che non ci fosse un fondo di verità. In effetti nel Novecento i pregiudizi segnavano l’America e, ancora oggi, non si può dire che siano stati superati. Tutt’altro. In ogni caso, non è alla luce dei pregiudizi che va giudicata una storia che è soprattutto una storia di ricerca, di ricerca della verità del proprio essere oltre le abitudini e le convenzioni, e proprio oltre i pregiudizi. 
Bruce, il protagonista, è un uomo bianco che conduce una vita che sente sempre più vuota, falsa anzitutto nel rapporto che lo lega alla moglie; e che lascia tutto per ritrovare un senso appunto più vero al proprio fare. Una scelta e una fuga forse troppo facili, ma che proprio delle complicazioni intellettuali di un certo ambiente hanno bisogno di liberarsi e che proprio della schiettezza di gente più semplice - i neri, l’operaio Sponge - faranno tesoro. 
Forse questo libro si sarebbe potuto tradurre “riso amaro”, perché è proprio su un fondo di inesplicabile amarezza che vediamo sciogliersi il riso: e nel libro la risata gioiosa è quella della gente di colore che si muove sullo sfondo della scena. Risuona infatti a un certo punto una liberatoria “sonora risata negra”: ed è senz’altro “negra” perché nell’Italia del 1932, quando fu tradotto il libro, Pavese poteva non avere gli scrupoli linguistici con cui è stato addolcito l’aggettivo nella lingua odierna e con cui fingiamo di aver superato i pregiudizi della razza.

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