Cultura

“Otto indagini ritrovate per Sarti Antonio. Ed è stato come se avessi ritrovato otto amici che avevo dimenticato”

A farsi carico di questo intrigante questurino è, ancora una volta, il suo autore. Da noi costretto in questa non facile impresa, in quanto si sa che gli scrittori non sempre amano raccontarsi. Risultato? Una piacevolezza narrativa, ironica quanto ricca di contenuti, che si legge che è un piacere


10/05/2021

di Loriano Macchiavelli


Raramente i titoli dei romanzi e dei racconti accontentano l’autore. Io sono fra gli scontenti. La cosa peggiore è che non ne trovo di più invitanti e finisco per accettare quelli suggeriti dall’editore o da amici compiacenti. Franca (sua moglie - ndr) è quella che mi ha suggerito i titoli più belli. Per esempio Ombre sotto i portici oppure Fiori alla memoria o ancora Noi che gridammo al vento
Il titolo dell’antologia di racconti, 8 indagini ritrovate per Sarti Antonio (Sem, pagg. 448, euro 19,00) è fra i più indovinati. Me ne sono accorto appena i due curatori di questa raccolta, Massimo Carloni e Roberto Pirani, mi hanno presentato l’elenco. È stato come se avessi ritrovato 8 amici che avevo dimenticato Eppure quei racconti mi avevano accompagnato per un periodo della mia vita e sono stati importanti. Anche se il più importante di tutti è stato il primo pubblicato. Come, fra i romanzi il primo pubblicato è stato, e resta, il più importante: Le piste dell’attentato del 1974. Se mi capita fra le mani ho ancora una stretta allo stomaco e sono passati 47 anni, quasi mezzo secolo. 
In questo momento e solo adesso che ho scritto del primo romanzo e del primo racconto, mi accorgo che entrambi hanno un comune denominatore, parola orribile per designare una persona reale che per il giallo italiano ha fatto molto e tutti gli autori che oggi viaggiano a vele spiegate dovrebbero riservargli un pensiero grato. Ma forse non sanno neppure chi sia Raffaele Crovi. Mi ha pubblicato il primo romanzo in una collana (Calibro 90, Campironi editore, 1974) da lui voluta e curata. Mi ha chiesto di scrivergli il primo racconto poi pubblicato in un’antologia gialla tutta di autori italiani dal titolo Buon sangue italiano (Rusconi editore, 1977). Il mio racconto si intitolava Fra gente perbene ed era in compagnia di scrittori che hanno fatto la loro parte per la storia del giallo italiano: Anselmi, Bellotti, Bonura, Chiaretti e Lucignani, Cremaschi, Felisatti e Pittorru, Fruttero e Lucentini, Levi, Milani, Pederiali, Perria, Russo, Sclavi, Steffenoni, Vaime, Veraldi, Zoff. 
A qualcuno dicono qualcosa. Alla maggioranza sono sconosciuti. Sic transit gloria mundi. 
Non ho fatto che divagare e probabilmente a pochi o a nessuno interessano le mie nostalgie. 
8 indagini ritrovate, quindi. Di questa antologia avrei dovuto scrivere. Ecco: mi sono rigirato fra le mani il volume (per me molto bello come il precedente 33 inchieste per Sarti Antonio) e ho pensato: “Con questi 8, Sarti Antonio, sergente, è sistemato: 33 racconti nell’antologia precedente, 8 in questa fanno 41”. 
Quasi come Hemingway. I suoi sono 49 ma, come tutti sanno, il signor Hemingway riempiva pagine e pagine di a capo e dialoghi brevissimi. Lo pagavano a pagina. Un piccolo sforzo e lo supero. La modestia non è il mio forte. Poi i curatori mi hanno mostrato l’elenco dei racconti senza Sarti Antonio protagonista. Sono 62 “e non abbiamo completato la ricerca” hanno concluso. 
Be’, addio alle armi, signor Hemingway. E addio anche a lei. Io ho ancora qualche anno e potrei arrivare a 110 racconti. Forse a 120. Lei, anche se mi dispiace, ha concluso e i suoi resteranno 49 racconti in eterno. Indietro non si torna, purtroppo. E, chissà, forse vale anche per me.


Nel rileggere gli 8 recuperati, prima della stampa, mi sono accorto di aver raccontato, con la precedente raccolta e con questa, 47 anni di storia della mia città, che è poi la storia dei tempi che abbiamo vissuto. Una storia non ufficiale, naturalmente, che non sarà mai scritta negli annali di Bologna, eppure vera perché di tutti e di nessuno. 
Infatti troverete in questa raccolta episodi che vi ricorderanno avvenimenti accaduti, come in Sarti Antonio e la ballata per chitarra e coltello dove incominciano le infiltrazioni mafiose al nord. E Bologna non è immune. O come in Sarti Antonio: tesi pericolosa che vi riporterà alla memoria i delitti del Dams. Ve li ricordate? C’era ancora Umberto Eco. Con Il cerchio di gesso rivedrete i carabinieri sotto le due torri e i cannoncini dei loro carri armati puntati sul quartiere universitario. Tempi duri, di Piombo. 
Nel racconto Il confine del crimine Sarti Antonio e il suo autore si spostano (forse per la prima volta) in un terreno che non è consono a nessuno dei due: L’Aquila, un altro brandello di Italia che ha fatto storia e continuerà a farla. Una storia triste di trascuratezza e impreparazione, per non dir peggio. Un’analogia con Bologna che, alla fine, metterà a proprio agio il questurino e il suo autore perché, in fondo, ogni angolo di mondo è paese, come sostenevano i nostri vecchi. Gente che non viaggiava e si consolava così. 
Il racconto Io sono un illegale è una testimonianza, anche se non so quanto aderente agli avvenimenti perché filtrata dallo sguardo del narratore. 
Narrare è il mio mestiere e quindi se non arrivo a essere credibile, spero almeno che la mia storia, Io sono un illegale, sembri possibile. 
Altre persone, fra i miei lettori, avranno avuto notizia o saranno stati testimoni degli stessi episodi dai quali hanno preso spunto gli 8 recuperati. Naturalmente i loro punti di vista e quindi il ricordo che ne hanno, sarà diverso dal mio e, devo ammettere, sarà diverso anche da quello di Sarti Antonio, sergente. Perché di una cosa sono sicuro: la mia ottica è filtrata dall’obiettivo del questurino al quale sto dietro ormai da quasi cinquant’anni. Volete che non ci siamo condizionati a vicenda? 
A chi mi chiede (accade di tanto in tanto che io presenti all’inclito pubblico dei miei 27 lettori un mio romanzo) “Ma Bologna era proprio così come la racconta lei?”. Rispondo: “Non so se fosse come la racconto, io la vedevo così”. 
Così ho visto la morte di uno studente universitario iscritto al Dams; così ho assistito all’uccisione di un giovane durante una manifestazione studentesca; così ho raccontato lo sgombero di un campo di sfigati che non avevano trovato di meglio che il greto del Reno per tirare su una baracca di lamiera e cartone. Sgombero con le ruspe che, per qualcuno, sono diventate di moda anni dopo. 
Insomma, sono stato testimone volontario e, spero, consapevole, dei miei tempi e dei cambiamenti della mia città, che vuol dire anche di un po’ dell’Italia.

(riproduzione riservata)