Cultura

"Non sono pazza, sono vecchia. E sono in un campo di concentramento per vecchi"

Dall’indimenticata voce di May Sarton un atto d’accusa sulla terza età che lascia il segno. Più giocosa invece la “seconda vita” di Verena Lugert


23/09/2019

di Lucio Malresta


Il dramma della solitudine e della vecchiaia; la drammatica considerazione di sentirsi reclusa in “un campo di concentramento” per anziani; la straziante certezza di sprecare gli ultimi anni di vita in un luogo dove gli affetti e la considerazione non fanno parte del quotidiano. In altre parole una storia sferzante, che cattura e intriga, sull’impotenza della vecchiaia e la rabbia che può generare. 
A farsi carico di questa dirompente tematica è stata, nell’ormai lontano 1973, la prolifica, cosmopolita e politicamente consapevole scrittrice May Sarton, una penna capace di sviscerare, come pochi hanno saputo fare, il tema dell’invecchiamento in abbinata a quelli dell’amicizia, delle relazioni interpersonali, della solitudine e dell’omosessualità, ma anche dell’invidia e della gratitudine, del dubbio e dei semplici valori quotidiani. 
May Sartom si diceva, nata come Eleonore Marie Sarton a Wondelgem, in Belgio, il 3 maggio 1912, figlia di George, chimico e storico della scienza, e dell’artista inglese Mabel Eleanor Elwes. Un gruppo familiare che sarebbe emigrato, in seguito all’invasione del suo Paese nel 1914, a Ipswich (in Inghilterra) presso la nonna materna di May. Quindi, l’anno successivo, il trasferimento a Boston, nel Massachusetts, dove il padre iniziò a insegnare all’Università di Harvard. 
E in questa città la giovane Eleonore si sarebbe diplomata alla Shady Hill School, per poi laurearsi nel 1929 alla Cambridge High and Latin School, recitando dapprima in teatro e quindi abbracciando la strada della poesia. Percorso che l’avrebbe portata a pubblicare la sua prima raccolta nel 1937 (Encounter in April). Otto anni dopo avrebbe incontrato la donna con la quale avrebbe speso gran parte della sua vita, Judy Matlack, una professoressa di letteratura inglese. 
E a questo proposito, parlando del suo romanzo Mrs Stevens Hears The Memaids Singing, ebbe a dire che ci era voluto del coraggio per scrivere di una donna omosessuale “che non fosse una maniaca sessuale, un’alcolizzata, drogata e in nessun modo repellente”. In altre parole “ritrarre un’omosessuale che non fosse né disgustosa né spregevole, senza sentimentalismo”.  Sta di fatto che, sebbene avesse sempre rifiutato di essere considerata una scrittrice lesbica, a seguito di quel lavoro diventò oggetto di studio nei Gender Studies. 
Che altro? Il parto di diciassette antologie poetiche, tredici fra saggi e diari (resoconti introspettivi di evidente e toccante onestà intellettuale), nonché due romanzi per ragazzi e 22 per adulti. Colpita da un ictus nel 1990, sarebbe morta cinque anni più tardi, il 16 luglio 1995, a York, nel Maine. 
E di May Sarton la casa editrice Astoria ha dato alle stampe Vi prego, cercate di capire (pagg. 132, euro 16,00, traduzione di Marina Morpurgo), un manoscritto che era stato ritrovato dopo l’incendio che aveva distrutto la casa di riposo I Due Olmi, dove… 
Come da sinossi siamo negli anni Cinquanta, quando Caroline Spencer, 76 anni, ex insegnante di matematica, scrive un diario per tenere attiva la mente. Ha vissuto come ha voluto, grandi viaggi estivi in Europa, in Inghilterra in particolare, dove ha incontrato un uomo sposato con cui ha intrattenuto una relazione trentennale, condita di amicizie e discussioni. 
L’infarto le ha però rubato l’indipendenza: così, dopo l’ospedale, si era dovuta trasferire dal fratello John, sposato con una donna molto più giovane di lui e che Caroline mal sopportava. 
Non stupisce quindi se dopo poco il fratello le trovi una casa di riposo e ce la porti. Casa si riposo gestita dalla signora Hatfield e da sua figlia, che mescolano indifferenza e cattiveria nei confronti dei loro pazienti (tutto il mondo è paese, verrebbe da dire). A questo punto per Caroline inizia una vera e propria discesa all’inferno, da cui cerca di sottrarsi scrivendo, ricordando i fatti della sua vita, ma anche osservando ciò che le capita attorno, oltre a riflettere sulla natura del potere dell’uomo sull’uomo. 
Ed è così che riusciamo a capire la natura di Caro, una donna indomita, dotata di un meraviglioso senso dell’umorismo e di una spiccata intelligenza, che - pur di non sottostare alle continue umiliazioni e vessazioni da parte di Hatfield e figlia - decide di lottare fino alle estreme conseguenze. “Perché essere vecchi non equivale a essere incapaci”. 


Di ben altra farina risulta invece impastato il romanzo di Verena Lugert, anche in questo caso edito da Astoria, ovvero La mia seconda vita tra zucchero e cannella (pagg. 246, euro 18,00, traduzione di Sonia Folin). Un lavoro incentrato su una vicenda di vita legata al mondo della cucina, un mondo che, come quello della scrittura, si nutre di “un numero finito di ingredienti o di lettere con i quali è possibile creare un numero infinito di ricette e di storie, perché infinite sono le combinazioni”. E poi via dissertare sul ruolo dei cuochi, “persone estreme che amano gli eccessi”, dotate di un metabolismo diverso rispetto alle persone normali. Perché è “come se i loro ricettori avessero una necessità aumentata di tutto: di stress, di dolore, di euforia. Di tutto fuorché di sonno”. 
Ma chi è Verena Lugert? Una eclettica signora tedesca che, dopo aver studiato Letteratura alle Università di Monaco di Baviera, Valencia e Lisbona, ha insegnato per alcuni anni nelle università di Shanghai e Kuala Lumpur. Tornata in Germania ha cominciato a lavorare come redattrice della rivista Neon per poi collaborare da esterna scrivendo reportage, ma anche dirigendone le pagine letterarie in abbinata a quelle di Annabelle
Una professione che tuttavia a un certo punto le andava stretta. Così, di fronte alla possibilità di un corso intensivo alla scuola de Le Cordon Bleu di Londra, Verena decise di prendersi una pausa dal giornalismo, che si protrasse a lungo in quanto, dopo il diploma, trovò lavoro in uno dei ristoranti londinesi di Gordon Ramsay, celebrity chef noto anche per le sue intemperanze (e quella sua frase pronunciata in cucina e riportata all’inizio del libro - cazzo, cazzo, cazzo - la dice lunga sul personaggio). 
Ma la passione di Verena per la penna sarebbe tornata a far capolino nel 2017, quando ha dato alle stampe il memoir Follia e altri ingredienti, legato alle sue esperienze nelle cucine stellate (Droemer Knaur). Così oggi lavora freelance come food writer ed esperta di spezie. 
Esperienze che fanno da condimento e da collante a La mia seconda vita tra zucchero e cannella, dove l’autrice gioca a rimpiattino, in maniera piacevole per la verità, con una… porta: quella che divide il mondo in due. Di qua il ristorante, tempio del piacere supremo e dell’eleganza in cui risuonano risate cristalline, battute pungenti e conversazioni fluide e dense come miele, interrotte qua e là dal tintinnio dei calici. Di là la cucina, l’universo parallelo in cui nei medesimi istanti il sangue scorre a fiumi perché qualcuno si è ferito, mentre altri piangono sommessamente con i nervi a pezzi, e altri ancora urlano, litigano, pestano i piedi e - qualche volta - esultano. Un luogo dove “in tanti ci hanno lasciato le penne”. 
In realtà - annota l’autrice - “io sono una giornalista, ma amo la cucina da sempre, sin da quando, ai tempi dell’asilo, davo una mano a mia zia, che già negli anni Settanta si dilettava ispirandosi a un libro di Bocuse. E alle elementari fondai persino un club culinario con alcune amichette. In effetti volevo fare la cuoca, ma dopo la maturità scelsi Lettere, perché i libri mi piacevano tanto quanto la cucina…”. 
In ogni caso, strada facendo, avrebbe fatto marcia indietro. E su questa svolta ha dato voce - come da note editoriali - a “un memoir-reportage sulle trincee delle cucine stellate, a fronte di un libro che racconta quanto sia difficile e tuttavia entusiasmante cambiare vita, ricominciare dal livello più infimo della gerarchia lavorativa, dover obbedire a ragazzini che hanno la metà dei tuoi anni, abbandonare tutto ciò che ti aveva caratterizzato prima, l’indipendenza, in primo luogo, e la cultura letteraria, per poter diventare una cuoca di livello”. 
Insomma, un lavoro di piacevole quanto accattivante lettura. Da assaporare alla stregua di una ricetta scacciapensieri…

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