Di Giallo in Giallo

“Le sigarette del manager”: Bacci Pagano indaga in val Polcevera

Torna, più intrigante che mai, il detective dei carruggi di Bruno Morchio. A seguire la psicologia nera di Agustín Martínez e una riproposta di Leonardo Gori


03/02/2020

di Mauro Castelli


Luci della ribalta, questa settimana, su Bruno Morchio (nato a Genova il 6 agosto 1954, città dove ha svolto sino al maggio 2018 la professione di psicologo e di psicoterapeuta) e sul suo collaudato investigatore privato Bacci Pagano. Un detective ironico e disilluso, cinico e sensibile, inquieto e malinconico, che ama la musica di Mozart, il buon vino, la buona tavola e le belle donne (fra le quali Mara, la sua compagna psicologa, che lo definisce analfabeta dei sentimenti, ma d’ora in poi anche una nuova… arrivata); che viaggia su una Vespa color amaranto e su un vecchissimo Maggiolino che in corso d’opera verrà rimpiazzato da un’auto ibrida; che sta sempre dalla parte dei perdenti perché figlio di un operaio comunista. 
In altre parole quel personaggio fuori dalle righe che era stato portato in scena per la prima volta - all’inizio degli anni Duemila - dalla casa editrice genovese Fratelli Frilli, interessata a pubblicare romanzi gialli e noir inizialmente ambientati in Liguria. In effetti, tiene a ricordare Morchio, “presi la palla al balzo e presentai ai responsabili dell’iniziativa la stesura dei primi tre capitoli di Bacci Pagano. Una storia da carruggi, che ottenne subito il parere positivo del rimpianto Marco Frilli”. Sta di fatto che, una volta completato, questo romanzo venne pubblicato a fronte di un lusinghiero quanto imprevisto successo (“Mille copie iniziali e poi diverse ristampe). Lavoro seguito a ruota da Maccaia (“Che in realtà era il mio primo libro, purtroppo snobbato da diversi editori) nonché da La crêuza degli ulivi
E ora Bacci Pagano lo troviamo nuovamente in scena, dopo aver tenuto banco in altre nove storie, ne Le sigarette del manager (Garzanti, pagg. 200, euro 17,60), un romanzo che peraltro è stato ristampato a tambur battente. A fronte di una doppia conferma: l’intrigante empatia suscitata dal “detective dei carruggi” e la capacità di Bruno Morchio di dare voce “a uno dei luoghi più tormentati della sua terra, oltre a una generazione - ferita ma orgogliosa - che non si rassegna a guardare indietro ma che non si abbandona alla nostalgia (siamo otto mesi dopo la caduta del Ponte Morandi), convinta che della scomparsa del passato ci si può consolare, mentre dalla sparizione del futuro non ci si riprenderà mai”. 
Un lavoro supportato in ognuno dei suoi ventitré capitoli da una frase a effetto, frutto del pensiero di personaggi che hanno lasciato il segno nei più diversi campi: dalla musica classica e leggera alla letteratura antica e moderna, oltre ad attingere nel campo dei saggisti, degli attivisti e delle sacre scritture. “Devo ammettere - tiene a precisare al riguardo l’autore - che in questo mi sono ispirato al grande Paco Ignacio Taibo II, saggista ed attivista spagnolo naturalizzato messicano, nonché all’immenso Manuel Vázquez Montalbán. Uno dei motivi? Per sottolineare il ruolo molto letterario della mia struttura narrativa”. 
E per quanto riguarda la trama de Le sigarette del manager? A tenere la scena è “un ingegnere che non è un ingegnere, un manager che non è un manager. Ma allora chi è in realtà Oreste Mari, l’uomo sulle cui tracce si muove Bacci Pagano, inseguendo un vago odore di fumo e spinto da una ossessione che lo induce a indagare senza la garanzia di essere pagato, anche se alla fine lo sarà?”. In realtà - oltre alla richiesta della moglie Donatella Sampò, madre di un ragazzino di tredici anni - è la curiosità a intrigarlo: dove può essere infatti finito quell’uomo che, appena tornato dall’ufficio, era uscito (lasciando a casa il telefonino) per fare un salto in tabaccheria e non era più tornato? 
Un caso - da allora sono passati sei mesi - che prende vita e si sviluppa in una Genova ancora scioccata dalla caduta del Ponte Morandi; un caso che non sembra peraltro interessare più di tanto la polizia in quanto ritiene che l’uomo se la sia data a gambe per ragioni più che comprensibili: la sua azienda stava infatti andando a rotoli, lui non riusciva più a pagare gli stupendi, era stato accusato di bancarotta fraudolenta e gli era stata persino ipotecata la l’abitazione. 
Come da sottotitolo del libro (Bacci Pagano indaga in val Polcevera) incontriamo il nostro investigatore in sella al suo scooter percorrere la strada invasa dalle pozzanghere che porta appunto in val Polcevera (“Un’ordinaria trasferta di lavoro - annota Bacci - ma mi sono sentito come se stessi per intraprendere un pellegrinaggio”), strada affiancata dalle impetuose acque dell’omonimo torrente che passa sotto il moncone di quel ponte - il primo viadotto dell’autostrada Genova-Ventimiglia - caduto appunto otto mesi prima causando la morte di 43 persone. 
Via San Biagio è una strada che si arrampica sulla collina alle spalle dell’IperCoop e del centro commerciale. E percorrendola Bacci Pagano osserva incuriosito le ferite inferte negli ultimi trent’anni alla valle, i pochi stabilimenti ancora in funzione, gli “scheletri” industriali abbandonati di un ricco quanto operoso passato. Ed è in una delle villette della zona che abita l’ancor giovane moglie dell’imprenditore scomparso. Un tipo ambiguo, figlio della classe operaia, che si era diplomato - con pieno merito - perito industriale al Galileo Galilei di Piazza Sopranis. 
Un ragazzo sveglio che avrebbe messo a frutto la sua competenza informatica lavorando prima per una multinazionale americana e poi mettendosi in proprio. Ma anche finendo nelle mani larghe quanto accoglienti della speculazione e della criminalità. Per poi svanire nel nulla, a fronte di disattese speranze di gloria. Insomma, un bel dilemma per Bacci Pagano, che mentre cerca risposte per quel suo lavoro che ritiene a fondo perduto (anche se, come accennato, non sarà così) finirà per trovare nel luogo più disastrato della valle, la diga del quartiere Diamante, un nuovo amore: Giulia, una maestra elementare che “ha l’aspetto e i modi di una guerrigliera coraggiosa”. 
In sintesi: una storia serrata, ben raccontata, che tiene il lettore con il fiato sospeso e che rappresenta una specie di pagina aperta sul sociale. Pronta a dipanarsi in una intricata rete di misteriose vicende che partono sì dal passato, ma che non mancano di farsi carico del presente. 
Detto del libro diamo nuovamente spazio al privato dell’autore. Che vive a Genova con la moglie Arianna (“La mia prima benevola lettrice, che mi ha peraltro regalato Stefania e Federico, rispettivamente di 41 e 32 anni”). Con il ricordo ancora vivo di quando si era laureato in Lettere moderne con una tesi sulla cognizione del dolore di Gadda, per poi iscriversi a Psicologia in quel di Padova. E a seguire si sarebbe dedicato alla professione in un consultorio familiare pubblico (“Si trovava a Quarto e lì mi recavo in sella a uno scooter, mentre oggi mi sposto a piedi o in bicicletta”. Con un ritorno di fiamma per la corsa, praticata sino al 2002 e che in passato lo aveva visto completare una maratona in pista). 
Lui caratterialmente accomodante, portatore di buoni rapporti con le persone (“Risulto persino simpatico”, ironizza). Complice il suo vecchio mestiere, che ancora oggi lo vede in pista per qualche saltuaria, quanto gratuita, consulenza. Ma quando raramente si arrabbia, beh, allora sono dolori. Lui con la passione incorporata per il mare e per la pesca (“Proprio per questo avevo acquistato una barca, inizialmente molto utilizzata, per poi lasciarla in porto - per via dei troppi impegni - pagando un sacco di quattrini per l’ormeggio. Sin quando ho deciso a venderla”). 
E ancora: lui con un debole dichiarato per la lettura (“Fra i miei preferiti Raymond Chandler, Jean-Claude Izzo, Giorgio Scerbanenco, Marcello Fois, Massimo Carlotto, senza trascurare l’intrigante bravura di Cesare Pavese, Carlo Emilio Gadda e Tommaso Landolfi); lui tradotto in Germania e ora sulla pista di lancio negli Stati Uniti con Rossoamaro; lui orgoglioso dei giudizi dei genovesi emigrati, che spesso gli scrivono per dirgli che, leggendo i suoi libri, è “come se tornassero a casa”. 
Fermo restando quel tarlo narrativo di vecchia data, che strada facendo avrebbe conquistato le luci della ribalta. “Si trattava di una passione inizialmente non praticata, quella appunto della scrittura, se non attraverso qualche poesia e un racconto, lavoretti che sarebbero peraltro andati persi nel corso dei miei tanti traslochi. Poi, dopo la morte di mio padre, quasi a riempire un vuoto incolmabile…”. 
Già, la narrativa, che a conti fatti sarebbe sbocciata tardiva con la scrittura (“I miei non sono gialli nel vero senso della parola, ma tali vengono percepiti”) del citato Maccaia, per poi trovare sostegno nell’approdo alla Frilli seguito dallo sbarco ai piani alti dell’editoria. Pubblicando per Garzanti il noir Con la morte non si tratta seguito da Rossoamaro (Premio Azzeccagarbugli), Colpi di coda, Il profumo delle bugie (fra i finalisti del Bancarella), Lo spaventapasseri (Premio Lomellina in Giallo), Un conto aperto con la morte, Fragili verità (finalista al Premio Scerbanenco) e Uno sporco lavoro. 
Ferme restando due “divagazioni” in casa Rizzoli: ovvero Il testamento del Greco, una spy story in cui compare il personaggio di Alessandro Kostas, figlio di un ex agente dei Servizi segreti (detto appunto il Greco), e Un piede in due scarpe, una garbata storia tinta di nero “nata dalla discussione intorno a una tavola imbandita con gli amici Michele Rossi, Stefano Izzo e Stefano Tettamanti, incentrata su una nuova coppia di investigatori, il commissario Diego Ingravallo e lo psicologo Paolo Luzi”. Per ora messi in panchina, ma in predicato di “tornare in campo”. 
E questo è quanto. Anzi no. Dal momento che l’autore ci anticipa di avere appena consegnato a Rizzoli “un romanzo alla Simenon, di quelli però orfani di Maigret”, che dovrebbe uscire a fine marzo. Un lavoro incentrato su una diciassettenne, che si racconta in prima persona, alle prese con l’omicidio di uno zio ricco. “Devo ammettere - tiene a precisare - che per me si è trattato di una sfida di identificazione, in quanto sono dovuto ricorrere - cosa per niente facile - a una scrittura giovanile”. Il titolo? Dove crollano i sogni, che si porta al seguito “un chiaro riferimento alla tragedia del Ponte Morandi”. 
E, anticipazione su anticipazione, Morchio assicura che per fine anno farà tornare sugli scaffali il suo Bacci Pagano, anche se al momento “non ha ancora un’idea precisa su come e cosa impostare la nuova storia”. 


A seguire un claustrofobico e ipnotico thriller psicologico, firmato dallo scrittore e sceneggiatore Agustín Martínez, un lavoro che nel 2015 aveva segnato il suo debutto sugli scaffali, che sarebbe stato tradotto in una decina di Paesi e al quale si sarebbe liberamente ispirata la serie televisiva La caccia. Monteperdido interpretata da Megan Montaner (la bella quanto indimenticabile Pepa de Il segreto), campione di ascolti in Spagna e in scena su Canale 5. 
E appunto Monteperdido (Rizzoli, pagg. 493, euro 19,00, traduzione di Silvia Sichel) è il titolo del romanzo che stiamo proponendo, frutto di un’idea sbocciata per caso - tiene a precisare l’autore - in una sala di Magnolia Tv grazie agli stimoli degli amici Jorge Diaz, Carlos Montero, Angela Arnero e Antonio Mercero. 
Classe 1975, Agustín Martínez si offre al lettore a fronte di una scrittura calda e avvolgente, accattivante quanto vigliaccamente subdola, che non sembra certo appartenere a una che per la prima volta calca le scene della narrativa di settore. 
Una scrittura rumorosa e silenziosa al tempo stesso, che viaggia in ordine sparso ma mai a caso; che si nutre di personaggi graffianti e di luoghi ben caratterizzati; che sa abbracciare il suono della pioggia “come se fosse un predatore e gli altri rumori si fossero nascosti come animali spaventati”; che si addentra senza fretta, ma in modo efficace, in un inaspettato ritorno: quello di una delle due amichette che erano misteriosamente scomparse cinque anni prima. 
Detto questo spazio alla sinossi. “Tra i versanti dei Pirenei aragonesi si nasconde un piccolo villaggio, Monteperdido, costruito per dare le spalle al mondo e agli estranei. D’inverno la vita pulsa silenziosa sotto la neve immobile, d'estate la luce del sole rimbalza sui ghiacciai colorando l’aria di un bianco irreale. Qui tutti si ricordano di Ana e Lucia, le due amiche undicenni scomparse un pomeriggio di ottobre mentre tornavano a casa da scuola, appunto cinque anni prima. Un giorno che aveva duramente segnato la comunità della vallata a fronte di un caso intorno al quale le indagini della Guardia Civil si erano mosse a vuoto”. Almeno sino a oggi, quando Ana, una delle due ragazzine - ferita, con i vestiti strappati e il volto sepolto da una cascata di capelli - viene ritrovata sul luogo di un incidente, vicino a una macchina uscita di strada. 
La riapertura del caso è affidata alla giovane Sara Campos e al capo dell’Uco (l’Unidad Central Operativa della Guardia Civil) Santiago Bain, inviati appositamente dalla sede di Madrid. Due figure solitarie, unite però tra loro da un legame speciale. Una strana coppia che si trova a dover collaborare, malvolentieri, con la polizia locale - in quel piccolo “mondo montano stretto fra silenzi e risentimenti” - per trovare in fretta la seconda ragazzina. 
E mentre intorno a loro la fitta rete di incongruenze e di chiaroscuri si addensa come una nebbia impenetrabile, quel che era successo finisce per intrappolarsi nella cerniera di silenzio che avvolge i sospettosi abitanti del posto. Gente poco disponibile e comunque sorda agli stimoli della verità. E quando il sole sorgerà sul passato, rimarrà il tocco freddo di due mani rugose, supportate (o forse solo tollerate) dalla voglia di poter sopravvivere. Perché odio e amore, a volte, sono le due facce di una stessa medaglia…  


In chiusura di rubrica - proseguendo nelle riproposte di successo dei romanzi di Leonardo Gori (un uomo dotato di una robusta personalità, irascibile quanto basta) da parte della casa editrice Tea - un’altra indagine dedicata al capitano Bruno Arcieri, protagonista de Il passaggio (pagg. 316, euro 15,00), un lavoro che nel 2002 era stato edito per i tipi della Hobby & Work e che si rapporta con una brutale storia macchiata di sangue, ambientata in una Firenze dove alleati e tedeschi si fronteggiano sulle sponde opposte dell’Arno. 
Per chi ancora non conosce questo personaggio - repetita quindi iuvant - ricordiamo che Arcieri è un uomo tutto d’un pezzo che non ama i compromessi, che ascolta jazz e che, pur amando farlo, non sa cucinare; un militare che con i gradi di capitano aveva fatto la sua prima comparsa nel 2000 in Nero di maggio, un romanzo a sua volta ambientato nella città del Giglio, ma nel 1938. Una figura di peso che, strada facendo, avrebbe rivestito il ruolo di addetto ai servizi segreti nel corso della Seconda guerra mondiale, per poi ritrovarcelo inquieto senior citizen negli anni Sessanta. 
Un investigatore ante-litteram che ha tenuto la scena in dodici indagini, due delle quali - Lo Specchio Nero e Il Fiore d’Oro - scritte a quattro mani con Franco Cardini. Tutte avventure segnate dalla suspense, da bordate di spionaggio e intrighi internazionali, ma anche da inaspettati risvolti personali. 
La vicenda trattata ne Il passaggio è ambientata a Firenze, la qual cosa non deve stupire in quanto l’autore in questa città, dove è nato il primo gennaio 1957, ancora vive. E a Firenze si era anche laureato in Farmacia per poter mandare avanti - in quanto “figlio tardivo” - la farmacia del padre, che era nato nel 1902, guarda caso proprio come Bruno Arcieri. Un padre che lo spronava a fare sport, ma senza risultati apprezzabili, visto che lui si era proposto come un pentatleta di livello. 
Leonardo Gori, si diceva. Che prima di dedicarsi ai romanzi gialli si era occupato per quasi trent’anni di narrativa grafica e forme espressive correlate (illustrazione, cinema, disegno animato). Sempre coniugando l’attività di ricerca e lo studio del fumetto con quella del collezionista, con particolare attenzione al periodo di produzione fra la fine dell’Ottocento e il 1950. “Sono infatti afflitto - tiene a precisare - da una devastante passione per questo settore culturale, a fronte di un interesse che va comunque oltre il collezionismo”. 
E appunto in questo ambito ha collaborato con le maggiori riviste di settore, come Il Fumetto, Exploit Comics, Comic Art, Fumo di China, Fumetti d’Italia, Dime Press, Nostalgia, Les cahiers de la Bande Dessinée etc., ferme restando alcune sporadiche incursioni in prestigiose testate quali Capital e le collane Disney americane. Ma anche collaborando con le pagine culturali dei quotidiani La Nazione, Il Resto del Carlino e Il Giornale della Toscana
E per quanto riguarda la narrativa di settore? Dopo aver debuttato vent’anni fa, come accennato, con Nero di maggio (ambientato a Firenze nel 1938 all’epoca della visita di Hitler e Mussolini alla città), sarebbe tornato sugli scaffali con I delitti del mondo nuovo e il libro che stiamo proponendo, quindi sarebbe stata la volta de La finale, dei citati Lo specchio nero e Il fiore d’oro nonché de L’angelo del fango con il quale nel 2005 avrebbe vinto sia il Premio Scerbanenco che il Premio Fedeli. Ferme restando un’altra decina di presenze in libreria. 
Ma veniamo alla sinossi de Il passaggio, ambientato nell’agosto del 1944. Quando l’Arno - con i suoi ponti distrutti dalle mine - si proponeva come una specie di confine invalicabile: da una parte le truppe inglesi e sudafricane, dall’altra i paracadutisti tedeschi del colonnello Fuchs e gli irriducibili franchi tiratori di Pavolini. In mezzo, come sempre quando si è in guerra, la popolazione civile, stremata dalla fame e falcidiata da bombe, pallottole, malattie e, come se non bastasse, da una serie di efferati omicidi, tutti enigmaticamente collegati tra loro. 
Per fare luce su questa sconcertante catena di morte, una composita squadra investigativa passa segretamente le linee utilizzando l’unico canale ancora aperto, il Corridoio Vasariano, un tunnel aereo che corre tra Palazzo Pitti e quello della Signoria. Al comando c’è il capitano Bruno Arcieri, del Regio Esercito filo-alleato, affiancato da un’esperta di Storia dell’arte, un partigiano del Cln e un giornalista americano di Esquire
Chi o che cosa cercano? Quale intricato mistero devono tentare di svelare? E per conto di quale elusivo “datore di lavoro”? In realtà il loro incarico ufficiale ne nasconde altri, assai più personali, ambigui e sfuggenti. Sta di fatto che a uno a uno quei morti senza un perché faranno emergere i contorni di un progetto diabolico, un patto scellerato che i pochi spiriti liberi cercheranno disperatamente di scongiurare. In un crescendo mozzafiato di sorprese e colpi di scena, sino a una conclusione di indubbia originalità.

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