Prima pagina

La reazione globalista

La Spagna ha iniziato la rottura con l’Unione europea per farsi soffocare dalla Cina e questo è un segnale molto pericoloso che deve far riflettere


06/07/2026

di Marco Ricci


L'incontro tra il presidente cinese Xi Jinping e il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, svoltosi a Pechino, ha sancito un accordo economico che, secondo molti osservatori, dovrebbe indurre l'Unione europea a una seria riflessione.
Pedro Sánchez, esponente della sinistra europea, ha fatto della transizione green uno dei pilastri della propria azione politica.
Non è un caso che uno dei più grandi investimenti industriali cinesi in Europa stia sorgendo proprio in Spagna.
A Saragozza, CATL, il maggiore produttore mondiale di batterie per veicoli elettrici, insieme a Stellantis, sta costruendo una gigafactory dal valore di 4,1 miliardi di euro.
L'impianto avrà una capacità produttiva di 50 GWh e dovrebbe entrare in funzione entro la fine del 2026.
Anche Barcellona è diventata uno snodo strategico.
Il costruttore automobilistico cinese Chery ha scelto l'ex stabilimento Nissan (della Zona Franca) come propria base produttiva europea, con l'obiettivo di arrivare a costruire fino a 200.000 automobili all'anno in poco tempo.
Uno scenario che, per molti, alimenta il timore di una concorrenza giudicata profondamente squilibrata, ma il quadro non si esaurisce qui.
In Spagna è nata anche un hub operativa affiancata da un centro di ricerca altamente avanzato e la Cina controlla anche un importante terminal container del porto di Valencia, con una capacità di circa 4,8 milioni di container l'anno, rafforzando la propria presenza nel continente.
Nel frattempo, la presidente della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, ha deciso l'introduzione una tassa di 3 euro sugli articoli provenienti dalla Cina di valore inferiore a 150 euro.
Secondo questa lettura, il costo della gabella finirebbe per gravare direttamente sui consumatori europei.
Un business cinese crescente che nel 2025 ha raggiunto un fatturato di 5,9 miliardi di euro.
Un risultato enorme, che testimonia quanto il commercio online stia conquistando quote sempre maggiori nel mercato europeo.
I prezzi di questi prodotti, secondo certi critici, sono inferiori persino ai costi di produzione e questa capacità competitiva viene attribuita al modello economico del Dragone, fondato su salari molto bassi e condizioni di lavoro estremamente dure.
Allo stesso tempo, per molte famiglie italiane, l'acquisto di questi prodotti è diventato quasi una necessità.
Il progressivo calo del potere d'acquisto e gli stipendi spesso insufficienti spingono molti consumatori a cercare offerte più economiche e secondo questa interpretazione, il contributo di 3 euro consente all'Unione europea di incassare circa 18 miliardi di euro.
In sostanza questa gabella ricadere ancora una volta sui cittadini e viene spontaneo chiedersi quali siano i reali benefici per chi vive e lavora in Europa.
È difficile immaginare che un sovrapprezzo di appena 3 euro possa modificare gli equilibri di una competizione con una potenza economica come la Cina.
Alla fine (sostengono i critici della misura), sarà ancora il consumatore europeo a sostenere il peso della decisione e di fronte a questo scenario, molti ritengono che qualcosa non stia funzionando.
Se la politica continua a ignorare quelli che vengono percepiti come problemi evidenti, cresce inevitabilmente la sfiducia di una parte dell'opinione pubblica verso chi è chiamato a rappresentarla e qui nasce il vero problema nella competizione politica del 2027…

(riproduzione riservata)