Cultura

"La notte non esiste" per il tormentato ispettore Denis Carbone

O forse sì. Leggere, per sapere, il secondo intrigante episodio della serie - già opzionata per il piccolo schermo - scritta dal napoletano Angelo Petrella, un eclettico autore che si diletta a darsi da fare anche nel campo delle sceneggiature, delle traduzioni e del giornalismo


02/09/2019

di Mauro Castelli


Un autore che non sbaglia un colpo, Angelo Petrella, complice la sua grande capacità nel saper raccontare storie dando voce come si conviene a trame, luoghi e personaggi. Senza mai dare nulla per scontato. Semmai giocando con le parole in maniera “spregiudicata e originale”, ma sempre a fonte di un grande rispetto per il lettore. Lui che come scrittore (ma si propone anche come sceneggiatore per il cinema e la televisione, giornalista pubblicista nonché traduttore dall’inglese e dal francese) aveva debuttato sugli scaffali nel 2006 con Cane rabbioso seguito a ruota da Nazi Paradise, due romanzi pubblicati dalla casa editrice padovana Meridiano Zero, nata nel 1997 con lo scopo di dare lustro al noir di qualità e poi ceduta quindici anni dopo alla bolognese Odoya. 
A seguire l’approdo ai piani alti dell’editoria (Garzanti, Rizzoli, Baldini+Castoldi e infine Marsilio) con La città perfetta (lavoro finalista al premio Scerbanenco e “travasato” in un doppio allestimento teatrale), Le api randage (incentrato sull’ascesa e la caduta di una famiglia di grandi industriali), Quello che manca. Un viaggio intorno a Napoli scritto a quattro mani con Salvatore Esposito, uello che manca. Un viaggio inrotno a Napoli scritto a quattro mani coin    il thriller storico Pompei. L’incubo e il risveglio, Operazione Levante (una spy-story - Premio Megaris per la narrativa - incentrata sul conflitto in Siria, l’Isis e la guerra per il petrolio) e Fragile è la notte. 
Un romanzo, quest’ultimo, benedetto da Giancarlo De Cataldo (“Un noir tagliente dal ritmo indiavolato”) e Maurizio de Giovanni (“Dall’autore più urticante di Napoli un romanzo che non fa sconti”), nel quale aveva proposto come prima guida l’estroso quanto controverso detective Denis Carbone, personaggio al quale hanno già strizzato l’occhio, per una riduzione televisiva, i produttori della serie di Rocco Schiavone (ovvero il vicequestore protagonista delle storie di Antonio Manzini, interpretato con successo da Marco Giallini). 
Chi è Denis Carbone è presto detto: un ispettore di polizia alto e brizzolato, dagli intriganti occhi azzurri, che ama alzare il gomito e che ogni tanto, quando perde le staffe, si propone anche aggressivo e violento. Lui che, in passato, si era nutrito di raggiri e imbrogli, adeguandosi a un sistema corrotto. E perché mai avrebbe dovuto fare eccezione? Così aveva trovato una sorta di “equilibrio disperato” nel servire la giustizia, approfittando “delle fenditure nell’ordine delle cose” per potersi godere la vita. 
Insomma, un personaggio di spessore, umano e contraddittorio, anche o forse soprattutto per le sue zone d’ombra (ai lettori la perfezione non garba mai più di tanto), che ora torna in scena ne La notte non esiste (Marsilio, pagg. 184, euro 15,00), secondo “capitolo della serie poliziesca più nera di Napoli”. E in questo contesto incontriamo il nostro poliziotto quattro mesi dopo la sparatoria finale di Fragile è la notte che avrebbe potuto costargli la vita. Lui che ora sta cercando di rimettersi in carreggiata attraverso il lavoro, a suo dire l’unica terapia possibile per chiudere con il Macallan, gli amori impossibili (è infatti diviso fra due donne e sconvolto dalla possibilità di un figlio in arrivo) nonché con gli attriti e i dissapori che lo vedono contrapposto ai suoi superiori. 
E così, quando il cadavere di una bambina nigeriana viene ritrovato ai piedi di una scarpata, poco prima di Natale, l’ispettore più tormentato di Posillipo si getta a capofitto sulle tracce dell’assassino (o degli assassini). 
Tra false piste e oscuri traffici nella comunità vudù di Castel Volturno, i sospetti ricadranno presto su un sinistro individuo avvistato a bordo di un pick-up nero. Ma Denis ancora non sa che gli indizi rinvenuti nel suo covo rimanderanno a una storia lontana e inquietante, a un passato che credeva sepolto per sempre: l’omicidio della sua sorellina Alice (da parte di un misterioso Culto del Sole Nero) che lo avrebbe portato a entrare in polizia con lo scopo dichiarato di vendicarsi. 
E ora che questo passato sembra tornare a galla con i suoi fantasmi, emergendo prepotente da fabbriche abbandonate, archivi polverosi e spiagge perdute, l’ispettore non esiterà a mettere a repentaglio tutto ciò che ha, infrangendo la legge e rischiando grosso per acciuffare i colpevoli. 
Non bastasse un misterioso segno compare su un muro, mentre un’ondata di rapimenti e omicidi inizia a funestare le Feste dei napoletani. Con diversi interrogativi al seguito: quante persone risultano coinvolte nel misterioso affair? In che modo Alice, scomparsa venticinque anni prima, è collegata a questa faccenda? E come riuscire ad amalgamare spizzichi sfuggenti di verità? Sta di fatto che, spinto dalla rabbia e dalla sete di giustizia che volente o nolente non riesce ad abbandonarlo, Carbone non esiterà ad addentrarsi nei meandri di una città disperata e corrotta (“Una città in cui il passato non passa mai”, ma per l’autore anche “un luogo dell’anima”), mettendo a repentaglio tutto ciò che ha pur di fermare la scia di sangue. E, soprattutto, ottenere vendetta. 
Che dire: un romanzo che si dipana furbescamente fra una serie di eventi spesso fuorvianti per il lettore; che si rifà a una certa confusione di ruoli legati a un passato che pesa sul presente e a una giustizia non sempre degna di questo nome; che risulta imparentato, sia pure alla lontana, con il giallo deduttivo di vecchia data (nel nostro caso imbastito sulla cupa e selvaggia bellezza della periferia di Napoli, “una città dal peso soffocante, con la quale si deve fare i conti a prescindere”). Il tutto all’insegna di una robusta leggibilità. Merito che non è certamente alla portata di tutti. 
Detto del libro, spazio al privato di Angelo Petrella, nato a Napoli il 21 gennaio 1978, il quale all’età di 18 anni si era trasferito a Roma, dove si sarebbe laureato in Lettere Moderne presso l’Università La Sapienza con una tesi sull’esperienza poetica del Gruppo 93 (“A scuola ero molto bravo, ma anche discolo e indisciplinato. Una spina nel fianco per i professori che non sapevano come prendermi. Ma a casa studiavo a rotta di collo…”). 
A seguire, dopo un breve periodo trascorso a Parigi (“Una città che adoro”), eccolo conseguire un dottorato in Letteratura italiana presso l’Università di Siena. E in ambito accademico (“Subito dopo il dottorato ho collaborato per un anno con l’Università di Roma 3, ma forse non c’era lo spazio giusto per il sottoscritto”) avrebbe firmato diverse pubblicazioni, per poi mettersi a scrivere - “Sia pure fra alti e bassi, ma certamente questa era la mia strada” - una serie di romanzi, peraltro tradotti in Germania e Francia. 
Lui personaggio simpatico ed estroverso (“Ma la mia compagna dice che sono anche rompicoglioni, e forse ha ragione”), un autore dalla battuta pronta, tipica di chi è nato sotto il Vesuvio. Scaramantico quanto basta (“Sono tifoso del Napoli, e quando inizia il campionato per me è la fine…”), ma con le dovute eccezioni: “Ad esempio adoro i gatti neri, pur essendo allergico a questi animali”. Lui che in passato si era dato da fare nel mondo della boxe “prima di avere a che fare con una fastidiosa ernia del disco”. Lui che pratica il nuoto a corrente alternata e che dichiara una “insana passione per gli scacchi”. Tanto è vero che sta portando in giro in alcuni festival (ad esempio lo scorso luglio è stato in scena negli scavi archeologici di Paestum) un suo racconto sulla Guerra fredda fra Stati Uniti e Russia, ai tempi dell’americano Bobby Fischer e del russo Boris Spasskij. “Un lavoro che mi piacerebbe portare a teatro”. 
Che altro? Uno autore che, a suo dire, si rapporta “con una scrittura strutturata e al tempo stesso di stomaco”; che ancora assapora il complimento di un lettore il quale, durante una presentazione, gli disse che aveva letto tutto la notte il suo libro finendo per arrivare tardi al lavoro; che ama ironizzare, come abbiamo già avuto modo di annotare, sui suoi variegati trascorsi. 
Così eccolo raccontare con una buona dose di esagerazione (come lui stesso ci ha confidato): “Da giovane ero ricco, ma appena finito il liceo alla mia famiglia accadde qualcosa, una deflagrazione che avrebbe catapultato ciascuno di noi in una città diversa. E anch’io mi ritrovai scaraventato per strada. Da solo. Sta di fatto che avrei scritto spesso, letto sempre e viaggiato molto: Francia, Inghilterra, Antille, Thailandia. Senza un soldo in tasca, con una laurea inutile appesa al muro. Dormivo dove potevo e lavoravo solo quando strettamente necessario”. 
E poi eccolo millantare: “Di fatto ho conosciuto spacciatori, tossici, rapinatori e imbroglioni di ogni tipo. Sono stato picchiato, derubato, raggirato; mi sono drogato e ho imparato a maneggiare le armi. Poi ho letto Hemingway, Dostojewski, Miller e James Ellroy (il mio autore preferito in abbinata a Bret Easton Ellis, Irvine Welsh, Robert Littel nonché Nanni Balestrini) e tutto mi è stato chiaro. Per via della loro capacità di parlare all’uomo medio, riuscendo a rendere eroica o tragica anche una persona comune. A quel punto inizia a scrivere storie noir in quanto quelle che leggevo le ritenevo brutte. Perché se è vero che la vita è bella, è altrettanto vero che è anche tragica. E uno scrittore che non capisce questo, non è uno scrittore”. 
Insomma, un personaggio geniale e controcorrente. Ma quanto di vero e quanto di fantasiosa invenzione si nutrono questi suoi ricordi raccontati fra il serio e il faceto? E quanti di questi appunti sono stati messi al servizio di una immagine riveduta e corretta per regalare spessore al personaggio, come spesso succede agli scrittori a stelle e strisce? Di certo va segnalato il suo ritorno a Napoli, a fronte di una famiglia felice coronato dalla nascita di due figli, un maschio e una femmina, “bellissimi”. Il tutto all’insegna di una scrittura che si inserisce nell’alveo di quella nouvelle vague napoletana che “urla in modo vero e vivo la condizione di una nuova realtà sociale, pur a fronte di non poche contraddizioni”.

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