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"L’Italia? Soltanto una classe politica saggia e preparata può farci tornare protagonisti"

Il nostro Paese, secondo lo storico dell’economia Giulio Sapelli, per fronteggiare le sfide della modernità ha bisogno di una cultura di governo e di partiti di peso. E per quanto riguarda gli Usa? Joe Biden non deve commettere gli errori di Obama, ma opporsi, come ha cercato di fare Trump, alle mire di Cina e Iran che costituiscono un pericolo per la democrazia e l’ordinamento internazionale


30/11/2020

di Giambattista Pepi


Giulio Sapelli

L’Italia? Non conta più nulla: non solo nel mondo, ma nemmeno nel Mediterraneo. Il Governo? Pessimo. Il Paese avrà un futuro? Sì, ma a condizione di rimettere al centro della scena il ruolo insostituibile dei partiti, fondamentali per la vita democratica e capaci di selezionare una classe di “ottimati”: persone illuminate, sagge e preparate capaci di saper riscattare il presente e assicurare un avvenire sicuro e prospero. 
Economista, storico, accademico e dirigente d’azienda, Giulio Sapelli, nato a Torino 73 anni fa, è un uomo diretto. Al punto, a volte, da apparire caustico, perfino irritante. Tuttavia ha il dono (divenuto merce rara in un Paese di ipocriti e perbenisti) di dire la verità. Scomoda, certo, e difficile da accettare, ma liberatoria. 
In effetti, in questa conversazione con Economia Italiana.it, non ha risparmiato nessuno: il nostro Paese (“Non conta più nulla: non solo nel mondo, ma nemmeno nel Mediterraneo, pur avendo ingenti interessi economici nel Nord Africa”), l’Europa (“Fino a quando il Parlamento europeo non avrà alcun potere, come oggi, Bruxelles conterà sempre poco”), il neo-presidente degli Stati Uniti, Joe Biden (“La cosa che ritengo pericolosa della sua presidenza è questa idea di costruire una sorta di lega delle democrazie contro le dittature, perché questo purtroppo incentiverà la convergenza tra la Russia e la Cina”), nonché l’inquilino che sta per lasciare la Casa Bianca (“Trump ha avuto una conseguenza negativa perché ha accentuato gli elementi del nazionalismo aggressivo e ha assecondato le spinte neo-naziste che si sono opposte al neo-fondamentalismo della battaglia per i diritti umani e il femminismo”). 
Nel corso della sua lunga attività accademica, Sapelli ha insegnato e svolto attività di ricerca alla London School of Economics and political science e nelle Università di Barcellona e di Buenos Aires. Già ordinario di Storia economica e di Economia politica e Analisi culturale dei processi organizzativi all’Università di Milano, Sapelli collabora con il Corriere della Sera e Il Sussidiario.net. Insomma è un uomo navigato. 
Una curiosità. Nel maggio 2018 Lega e Movimento 5 Stelle lo chiamarono per chiedergli se fosse stato disposto a guidare il Governo alla cui formazione stavano lavorando. Sapelli accettò giudicando “un buon programma” quello propostogli, ma ponendo come unica condizione la nomina di Domenico Siniscalco al ministero dell’Economia e delle Finanze. Ma poi non se ne fece niente. 

Lao Tsu, filosofo e scrittore cinese del VI secolo a.C., fondatore del taoismo diceva: “Fa più rumore un albero che cade, piuttosto che una foresta che cresce”. Sta nascendo un nuovo ordine mondiale e non ce ne stiamo accorgendo? 
Credo che stia nascendo un nuovo assetto delle relazioni internazionali fondato sul disordine come mai prima l’avevamo conosciuto. Le parole hanno un senso e non sono dette a caso. Ciò che stiamo vedendo mi porta a dire questo.

In questo mondo disordinato cosa comincia a intravedersi? 
Si comincia a intravedere l’ascesa di una grande potenza revisionistica che è la Cina. La quale risente dello stesso limite di cui soffriva a suo tempo l’Unione Sovietica: l’incompletezza.

Cosa significa incompletezza? 
Significa che la Cina, come un tempo l’Urss, ha una proiezione militare ma non ha una base economica in grado di sostenere le ambizioni imperialistico-militari che rende manifeste. Quindi per questo dico che sarà un ordine fondato sul disordine. Perché davanti a questo c’è una divisione dell’Occidente: gli Stati Uniti, da una parte, e l’Europa, dall’altra. L’Europa peraltro è dominata dalla Germania che persegue i propri obiettivi e nell’Ue ha un ruolo preponderante.

Che l’Europa sia divisa e a trazione franco-tedesca non è una novità. Fa più specie che gli Stati Uniti, sotto la presidenza Trump, si siano ritirati dalla scena mondiale e abbiano rinunciato al ruolo guida dell’Occidente democratico e liberale. Qual è il suo lascito? 
Dal punto di vista economico, lascia gli Stati Uniti, prima che esplodesse la pandemia, molto più forti di quanto li aveva lasciati il suo predecessore, il democratico Barak Obama, per la ciclicità dell’andamento economico più che per merito suo. Ha favorito la tendenza già in atto dal 2000 che è il ritorno dall’estero negli Stati Uniti di molte imprese americane. Dal 2000 a oggi si calcola che oltre mille imprese grandi e medie siano ritornate negli Usa. Trump ha ereditato, però, le contraddizioni sociali ed economiche che l’America ha dal secondo Dopoguerra e per risolvere le quali non ha fatto nulla. Non mi pare, però, che il suo predecessore, Barak Obama, tanto osannato e amato da democratici e progressisti, anche in Europa, abbia eliminato le grandi ingiustizie.

Pandemia al galoppo, economia a pezzi, società impoverita, divisa e incattivita, isolazionismo in politica estera. Non ci sembra che Trump possa passare alla storia… 
Trump purtroppo ha esacerbato le tendenze del populismo patrimonialista, cioè un populismo alimentato da una parte del capitalismo nord americano che è sempre stato in contrasto con quello che dominava gli Stati Uniti prima della presidenza Trump. Quel capitalismo era soprattutto fondato sulle élite finanziarie che, non a caso, sono quelle a cui appartengono gli uomini che Biden ha deciso di nominare nel suo Governo. 
Quindi Trump ha avuto una conseguenza negativa perché ha accentuato gli elementi del nazionalismo aggressivo e ha assecondato le spinte neo-naziste che si sono opposte al neo-fondamentalismo della battaglia per i diritti umani e il femminismo. Ha purtroppo incentivato una divisione politico-culturale. Ma dal punto di vista internazionale ha il merito di aver compreso l’enorme pericolosità della Cina per l’ordinamento internazionale e non solo per gli Stati Uniti. È stata una presidenza, la sua, con molte ombre ma anche molte luci. Ha capito che c’era una potenza aggressiva e imperialistica che invece l’élite finanziaria vicina all’ex presidente Obama aveva favorito e incoraggiato.

JoeBiden ha detto che l’America sta tornando e che bisogna ricostruire dopo i gravi danni della dottrina dell’America First, “trasformatasi in America Sola: un isolazionismo che va spezzato”. Significa che gli Usa torneranno a un approccio multilaterale in politica estera e a rilanciare i rapporti con i tradizionali alleati europei?  
Quello che lei dice è, se posso permettermi, in grande parte la retorica oggi in auge che, però, nasconde molto la realtà: Biden riprende una tradizione internazionalista, cioè fondata sul dominio nordamericano attraverso il controllo degli organismi internazionali, come Nato e Nazioni Unite. Mentre dietro il velo della filosofia dei diritti umani gli Stati Uniti, però, come tutti sanno molto bene, salvo quelli che non vogliono vedere la realtà, sono costretti a esercitare un conflitto di potenza ogni volta che ne hanno l’occasione.

Non la vedo entusiasta dell’elezione di Biden. Cosa teme? 
La cosa che ritengo pericolosa della presidenza Biden è l’idea di costruire questa sorta di lega delle democrazie contro la dittatura, perché questo purtroppo incentiverà la convergenza tra la Russia e la Cina, cosa molto pericolosa. Mentre invece l’unica posizione realistica che Trump avrebbe potuto perseguire, ma si è scontrato con l’establishment e con la sua stupidità, era di isolare la Cina. Spero che Biden non dimentichi la pericolosità del revisionismo iraniano che ha alimentato il fondamentalismo islamico dopo che l’Arabia Saudita aveva dismesso la sua politica di incentivazione del wahhabismo islamista radicale (movimento religioso sorto in seno all’Islam nel XVIII secolo e ispirato a un rigore integrale e dogmatico, in nome di un ritorno ai precetti del Corano - ndr). Spero che Biden non riprenda l’accordo nucleare con l’Iran perché è una minaccia per Israele e per tutta la democrazia internazionale. Basti vedere il peso che ha il terrorismo jihadista in Europa. Quindi bisogna vigilare perché non faccia gli errori che fece Obama.

E la crisi del Medio oriente? 
Oggi la crisi del Medio oriente non è come si è portati a credere la questione palestinese, che detto tra noi non interessa nessuno, ma è l’espansionismo turco e iraniano e la questione della guerra in Libia e in Siria. Tutto questo è stato provocato da due eventi catastrofici: l’uccisione di Muammar Gheddafi attraverso un intervento armato franco-inglese permesso dagli Stati Uniti e, soprattutto, la destabilizzazione della Siria attraverso l’intervento congiunto della Turchia e della Russia. 
Non dimentichiamo che gli Stati Uniti sotto la presidenza di Obama hanno favorito la caduta in Egitto di Hosni Mubarak (politico, generale e presidente egiziano per 30 anni. dal 14 ottobre 1981 all’11 febbraio 2011 - ndr) e la presa del potere da parte dei fondamentalisti islamici con l’elezione di Mohamed Morsi (esponente del Partito Giustizia e Libertà eletto presidente nel 2012 e rimasto in carica un anno fino al 3 luglio 2013 quando venne deposto da un colpo di stato militare - ndr). 
Quindi voglio dire la crisi del Medio oriente è molto più recente ed è stata determinata dall’incapacità diplomatica e dalla follia obamiana con il famoso discorso pronunciato nel 2011 all’Università americana del Cairo che ha scatenato l’offensiva dei fondamentalisti islamici facendo crollare l’Egitto.

L’Europa è divisa al suo interno e non è in grado di esprimere una posizione univoca in politica estera e appare sempre più ininfluente e sempre più periferia del mondo. 
La grande questione europea è che non si può continuare a governare sul modello nord americano che tornerà a prevalere con Biden: un impero continentale così importante come l’Europa ha bisogno di una Costituzione e uno Stato di diritto. L’Europa unisce degli Stati solo attraverso dei trattati e opera attraverso una tecnocrazia burocratica non legittimata. Fino a quando il Parlamento europeo non avrà alcun potere come oggi perché non deriva da una Costituzione, Bruxelles conterà sempre poco. 
L’Europa è dominata dal potere giurisprudenziale, cioè dalle sentenze della Corte di giustizia dell’Unione e dal conflitto continuo che questo organo ha con le Corti costituzionali nazionali e, in particolare, con la Corte costituzionale federale tedesca di Karlsruhe, perché la Germania è il Paese che oggi domina in questo universo, contestata qualche volta dal neo gollismo macroniano francese. Finché l’Europa non si dota di una Costituzione sarà una presenza cadaverica nelle relazioni internazionali. Questo si vede bene perché non dispone di alcun potere dissuasivo nel Mediterraneo contro l’imperialismo turco.

L’Italia è tra i fondatori storici dell’Unione Europea. Secondo lei potrà tornare ad avere un ruolo federatore all’interno dell’Ue, in modo da favorire l’avanzamento del progetto di unificazione politica ed economica? 
L’integrazione economica europea esiste ed è molto forte. Esiste con tutte le caratteristiche di favorire il capitalismo imperialistico espansivo franco-tedesco. L’ultima prova di questo è l’accordo tra Peugeot ed Fca: vedo che non è una fusione tra pari, è un assorbimento della Fca da parte di Peugeot. Ciò che rimane della Fiat sarà del gruppo Agnelli. 
L’Italia non è un attore presente nelle relazioni internazionali perché non ha più da tempo una politica estera, ma soprattutto non ha più un’idea di cosa deve essere l’Europa. Non abbiamo più sentito dire da nessuno che abbia incarichi governativi se l’Europa deve essere una confederazione di Stati o una federazione di Stati. Nessuno pone poi il problema di ridare dignità e forza politico-economica all’Europa finché non si costituisce una Banca centrale sul modello della Federal Reserve statunitense. E non certo non questo ircocervo che è la Bce che non è affatto una Banca centrale, ma niente altro che un meccanismo di scambio per sostenere le banche europee in momenti di crisi.

E l’Italia in tutto questo che ruolo potrebbe avere? 
L’Italia un tempo era una media potenza, oggi non conta più nulla. Basti vedere dove sono finiti gli interessi prevalenti nel Mediterraneo: sono stati sconfitti e lacerati. Siamo stati di fatto estromessi dalla Libia, non contiamo nulla nonostante abbiamo una presenza economica nel Nord Africa.

Cosa servirebbe adesso all’Italia? 
Servirebbe un Governo fatto di politici autorevoli e lungimiranti che, come si diceva una volta quando la politica era il campo di azione delle virtù dei migliori, possano indicare la direzione, guardare lontano, offrire una prospettiva, costruire un futuro. Oggi i politici sono come la gente e non sono migliori del popolo. Quindi non andiamo da nessuna parte. Solo una minoranza, illuminata, saggia e competente, può governare il Paese secondo le regole della democrazia. Noi abbiamo al governo i peggiori. È esattamente quello scenario che Ortega y Gasset (filosofo e sociologo spagnolo - ndr) preconizzava nell’Europa degli anni Venti e Trenta partendo dall’osservazione della Spagna di quegli anni. E questa situazione si è espansa a macchia d’olio come un cancro in Italia e, per certi versi, anche in gran parte dell’Europa. 
Secondo lei sono leader seri e di qualità persone come Ursula von der Leyen (presidente della Commissione europea) o Charles Michel (presidente del Consiglio europeo)? Quest’ultimo è andato in Etiopia e ha sostenuto in un discorso pubblico che “nessuna potenza europea aveva mai avuto un passato coloniale”. Una cosa falsa detta da un belga che non conosce la storia del suo Paese.

Lei ha detto ciò che servirebbe all’Italia per voltare pagina. Ma siamo nel campo delle utopie. Cosa si può fare allora in concreto per migliorare il nostro appeal? 
Come ci insegnava il giurista Costantino Mortati esiste una Costituzione materiale che non sono come dicono gli ignoranti i “poteri forti”. Mortati parlava dei partiti politici. Fino a quando non ricostituiamo i partiti veri e non torniamo ad avere amor di patria l’Italia non conterà niente. 

Lei è pessimista o ottimista sulla resurrezione dell’Italia? 
Sono moderatamente ottimista. Perché come in tutte le società, come scrive San Paolo nell’ottavo capitolo della lettera ai Romani, “dopo la catastrofe viene la resurrezione”. Essendo scesi così in basso, penso che da questo abisso, prima o poi, ci tireremo fuori, ricostruendo la cultura politica e una nuova organizzazione di partiti politici veri e utili che siano in grado di ridare prestigio e credibilità al nostro Paese.

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