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“Il volto dell’assassino”: di chi ti puoi fidare quando tutti ti sembrano sconosciuti?

Amy McLellan dà voce a un thriller claustrofobico giocato sulla perdita della memoria. Un’altra mano calda? Quella di Teresa Driscoll


04/05/2020

di Mauro Castelli


Un approccio alla storia all’apparenza piatto e indolente. Contrassegnato da due sorelle caratterialmente diverse che battibeccano: una - Joanna, vedova e madre di un ragazzo - tutta presa dalla sua serie televisiva preferita; l’altra - Sarah, che si racconta in prima persona - impegnata a leggere una sviolinata d’amore che non la coinvolge più di tanto. Poi suonano alla porta sul retro della casa, il che significa che è qualcuno che conoscono (Che ci fa lui qui?) e succede il finimondo. 
Joanna finisce brutalmente pugnalata, e mentre l’assassino fa un passo indietro “come per ammirare la sua opera”, Sarah si precipita, inutilmente, per cercare di aiutarla. Non morirà a sua volta, ma i problemi per lei non saranno di poco conto in quanto, in seguito a un drammatico incidente, aveva incominciato a soffrire di un disturbo neurologico importante. In altre parole aveva perso una parte della memoria, quella che consente di riconoscere i volti delle persone. 
Così eccola raccontare: “La scorsa notte mia sorella è stata uccisa. La polizia pensa che sia stata io. Io c’ero. Ho visto la lama del coltello entrare nel suo corpo. E l’ho sentito ridere perché sa che non verrà mai preso. Sa che soffro di prosopoagnosia: non riconosco i volti. E se non trovo l’uomo che ha ucciso mia sorella verrò condannata per omicidio”.
Con mano attenta e a fronte di una robusta capacità immaginativa, l’esordiente inglese Amy McLellan dà voce a un thriller claustrofobico, Il volto dell’assassino (Corbaccio, pagg. 358, euro 18,90, traduzione di Elisabetta De Medio), giocato sul dubbio dall’inizio alla fine. In quanto non sarà facile rendersi conto di chi ci si può fidare e di chi no, di chi sia il colpevole e chi no. In quanto il ricordo di quel viso si è purtroppo perso nella sua nebbia mentale e arrivare capire cosa sia successo sarà un’impresa praticamente impossibile. Eppure Sarah deve provarci. Costi quel che costi... 
Per la cronaca ricordiamo che Amy McLellan è una giornalista free lance che, per lavoro, ha viaggiato in mezzo mondo: dal sole di mezzanotte del Circolo polare artico al caldo rovente del deserto dell’Oman, dal ventoso mare del Nord agli affollati bazaar di Teheran. 
Attualmente vive nella contea dello Shropshire, nella regione delle Midlands Occidentali, con il marito Adam, “meraviglioso compagno di vita nonché saggio elargitore di consigli e di risate” (a sua volta è giornalista e scrittore), e i loro tre figli (Maya, Elliott e Thomas). Oltre a collaborare con diverse testate nazionali su una vasta gamma di argomenti, Amy coltiva la passione per la lettura e si diverte a correre (ha partecipato persino ad alcune maratone), beve troppi caffè e non manca di esplorare le splendide colline a ridosso della sua abitazione.

Voltiamo libro e diamo subito la parola all’autrice de La promessa dell’assassino (Newton Compton, pagg. 320, euro 9,90, traduzione di Giulio Lupieri), ovvero l’inglese Teresa Driscoll: “Ho venduto oltre un milione di copie, ma gli inizi, come scrittrice, non sono stati facili, essendomi dovuta confrontare con una decina di anni di rifiuti. Sin quando sono riuscita a farmi pubblicare Moments, un’antologia di racconti sull’amore e la perdita degli affetti - in altre parole sulla vita - tradotta in sei Paesi (che strada facendo, con i suoi altri romanzi, sarebbero arrivati a venti). Un libro che avevo scritto col cuore, nel ricordo di mia madre che avevo perso, per un cancro, quand’ero ancora adolescente. Fermo restando che con lei e con papà ho avuto un’infanzia felice”. 
A seguire la mano calda di questa giornalista - che vive nel Devonshire con il marito (il cuoco di casa), che fa barricate sulla sua età e che lavora come presentatrice televisiva per la trasmissione Spotligth della Bbc dopo una lunga carriera, come cronista d’inchiesta, “a contatto con storie agghiaccianti” - avrebbe dato alle stampe Recipes for Melissa, un lavoro incentrato sul tardivo addio di una madre a sua figlia attraverso una raccolta di lettere e di ricette. 
A questo punto un ulteriore passo avanti: “Spinta dalla voglia di voltare pagina, ho deciso di mettermi a scrivere thriller psicologici dal sa­pore amaro, volti ad analizzare l’im­patto di un crimine sui familiari del­le vittime”. Risultato? Ti sto guardando, un esordio nella narrativa di settore che avrebbe ottenuto un robusto successo non solo in Inghilterra, ma anche negli Stati Uniti, in Australia e in altri Paesi. Thriller edito in Italia dalla Newton Compton, così come sarebbe stato per L’a­mica perfetta e, ora, per La promessa dell’assassino
Un romanzo - quest’ultimo - che si nutre di una scrittura avvolgente e di una graffiante anima noir capace di lasciare il lettore con il fiato sospeso dall’inizio alla fine. Fermi restando personaggi ben caratterizzati, a tratti anche inquietanti. Il tutto giocato - attraverso due diversi piani di lettura, il Prima e l’Adesso - all’insegna della suspense che si annida fra le maglie strette dell’amicizia, ma anche su quanto possa contare nella vita di ognuno di noi il ruolo delle persone care. Fra rancori di vecchia data, legami spezzati, amori malati... 
Detto questo spazio alla sinossi. “Doveva essere il loro segreto. Non avrebbero mai dovuto raccontare la verità su ciò che avevano fatto. Trent’anni dopo, Beth e Sally sono quasi riuscite a lasciarsi il passato alle spalle. Hanno perso i contatti con Carol, ma il patto tra loro è ancora valido e, nonostante gli incubi continuino a tormentarle, non hanno mai parlato dell’accaduto con anima viva”. 
Ma il tempo non sempre è un buon compagno di viaggio. Il convento dal fantastico giardino che avevano frequentato come studentesse (“Ho scelto un collegio come sfondo della vicenda per rendere credibile il rapporto fra le mie protagoniste”) sta andando in rovina e viene messo in vendita, per mancanza di risorse, per poi essere ristrutturato. La qual cosa potrebbe riportare a galla la verità (Penso di averle messo una mano sulla bocca… recita la prima riga del prologo). Beth e Sally si rendono pertanto conto “che non è più possibile far finta di nulla e assumono un investigatore privato (“Si tratta di Matthew Hill, impegnato in uno di suoi primi casi) per rintracciare Carol, ormai diventata un’estranea, prima che il loro crimine venga scoperto”. 
Questo perché adesso, non essendo più delle adolescenti spaventate, hanno molto, troppo da perdere. “Specialmente Beth, che intende proteggere la sua famiglia a ogni costo. E persino la promessa di non rivelare mai l’accaduto potrebbe essere messa in discussione. Ma c’è qualcuno che le osserva ed è disposto a fare qualunque cosa per impedire che parlino”. Qualcuno che è a conoscenza del loro segreto e che non vuole che venga rivelato.

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