Cultura

“I venturieri”: fra realtà e fantasia la travolgente ascesa degli Sforza sotto la Madonnina

Dalla raffinata penna di Carla Maria Russo un secolo di storia di una grande famiglia. Con rozzi contadini che, strada facendo, sarebbero diventati i raffinati signori del Ducato di Milano


26/04/2021

di VALENTINA ZIRPOLI


Precisiamolo subito: I venturieri. La travolgente ascesa degli Sforza (Piemme, pagg. 510, euro 19,00), firmato dalla brillante penna di Carla Maria Russo, è un’opera di fantasia, in quanto i fatti storici narrati sono liberamente interpretati dall’autrice. Ciò non toglie che la vicenda si legga con un interesse crescente, come se la “ricostruzione” rappresentasse un qualcosa di nuovo per il lettore, un qualcosa perso fra le pieghe della Storia. 
E questo grazie alla capacità della Russo, che di ricerca ne ha comunque masticata parecchia, nel riportare in vita personaggi celebri, “mostrandoceli nei loro tratti più umani. Ma anche nelle ombre che, come spesso accade, danno maggior risalto alla luce, permettendoci di comprendere chi fossero nella realtà gli uomini e le donne celati dietro al mito”. E se qualche dubbio rimane insoluto - come nel caso delle vicende legate alle peregrinazioni di Bianca Maria Visconti nei due mesi precedenti alla sua morte - “è dovuto al fatto che abbia preferito non avventurarmi nella narrazione di una tesi non supportata da certezze”. Anche se poi, in una breve nota finale, cerca di porsi delle domande e di darsi delle risposte. 
Per la cronaca Carla Maria Russo - sposata, con due figlie e una nipotina al seguito -  è nata a Campobasso, in Molise, dove, “stando alle cronache familiari”, avrebbe vissuto solo i suoi primi quindici giorni di vita, per poi abitare in diverse altre città “seguendo i trasferimenti di mio padre, agente di pubblica sicurezza, fino a quando, all’età di tredici anni, approdai a Milano, da dove non mi sono più mossa e che considero la mia città. Qui ho compiuto gli studi superiori nel liceo classico A. Manzoni e quelli universitari presso L’Università degli Studi, dove mi sono laureata in Lettere Moderne con una tesi in storia del Risorgimento. In seguito avrei insegnato Italiano e Latino nel triennio del liceo, tornando come docente nello stesso istituto Manzoni che avevo frequentato come studente”. 
Agli inizi degli anni Novanta “avrei però ho deciso di lasciare l’insegnamento per dedicarmi ad altre attività con le quali mi piaceva misurarmi. Una di queste è stata la ricerca storica, mia antica passione, un’altra la scrittura. All’inizio scrivendo per me stessa, desiderosa di mantenere traccia delle bellissime storie nelle quali mi imbattevo attraverso le mie ricerche”. Sin quando, nel 2005, approdò alla narrativa con il romanzo La sposa normanna, vincitore del Premio Città di Cuneo Città di Cuneo Primo Romanzo e del premio Feudo di Maida, un long seller con un venduto di alcune centinaia di migliaia di copie. Anche se in realtà, tiene a precisare, “mi ero già impegnata in tre libri per ragazzi”. 
Un debutto, quello nella narrativa storica, che l’avrebbe portata a dare voce a una lunga serie di lavori, due dei quali per certi versi legati a questo suo ultimo canovaccio: ovvero La bastarda degli Sforza e I giorni dell’amore e della guerra, entrambi imbastiti sulla figura di Caterina, figlia illegittima di Gian Galeazzo. 
Ma di cosa si nutre I venturieri, che un tempo erano rozzi contadini prima di diventare i signori del ducato di Milano? Di un secolo di storia della famiglia Sforza, tre generazioni alla ribalta, una grande e avventurosa saga familiare, ricca di indimenticabili personaggi. Veniamo quindi al dunque. 
Muzio Attendolo è un ragazzone alto e robusto, ma anche sveglio e acuto, costretto dal padre, uomo intransigente e violento, a fare il contadino. Nel segreto più assoluto si incontra con Imelda, che è innamorata di lui ma non lo sposerà mai, perché appartiene alla potente famiglia dei Pasolini, nemica capitale degli Attendolo. Una sera, a cena, Muzio percepisce che la tresca con Imelda è giunta alle orecchie del padre e rischia di pagare carissimo la sua imprudenza. Senza pensarci un istante, abbandona la tavola e fugge, arruolandosi come venturiero nelle schiere di Boldrino da Panicale. 
Quella scelta improvvisa e precipitosa imprimerà alla sua vita una svolta, che, attraverso pericolose vicissitudini, guerre feroci, nemici irriducibili e il grande amore per la popolana Lucia, lo porterà a diventare Muzio Sforza, il temutissimo capitano di ventura conteso e ricercato da tutti i signori d’Italia. Lucia gli darà molti figli, ma il più amato resterà sempre il primogenito Francesco, per il quale il padre sogna un destino ancora più felice e fortunato del suo. 
Pur non mancando fra loro divergenze e contrasti - padre e figlio si amano e si stimano infatti reciprocamente - Francesco, grazie anche alle opportunità che ha potuto cogliere nella vita, rivela doti persino maggiori di quelle di Muzio, non solo militari ma anche di lungimiranza, diplomazia, acume politico e fascino personale, che gli consentiranno, attraverso percorsi avventurosi e spesso difficili, di conquistare l’amore appassionato e indomabile di una grande donna e il titolo di duca di Milano, strappandolo all’ambiguo e inquietante Filippo Maria Visconti. 
Un passo indietro, con mirino puntato su Carla Maria Russo. Una autrice a suo dire disordinata, che non si pone degli schemi e che lavora d’istinto fidandosi del subconscio, in attesa che arrivi l’ispirazione; una penna giunta “abbastanza tardi sugli scaffali e in maniera quasi inconsapevole”, la quale, tirate le somme, predilige personaggi femminili a patto che abbiano un loro perché. 
In altre parole figure caratterialmente forti che incarnavano - sia pure a fronte di pregi, difetti e debolezze - il bisogno di affermare la libertà di pensiero a dispetto dell’ideologia. Il tutto a fronte di una scrittura “istintiva, di pancia” che si deve nutrire di grandi emozioni. 
“Affidandomi sì all’ispirazione del momento, ma fermo restando un lungo lavoro di studio e di documentazione. Indispensabile per dare voce a una ricostruzione convincente e ricca di spessore, oltre che per alimentare la fantasia e l’ispirazione”. Per farla breve: “Spesso punto su un canovaccio di massima, legato a una vicenda nella quale mi sono imbattuta e che mi ha colpito. Quando mi sembra di padroneggiare bene la materia in tutte le sue sfaccettature, inizio a scrivere lasciandomi guidare dall’ispirazione…”. E il gioco è fatto.

(riproduzione riservata)