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“I morti da Covid-19? Solo una parte; molti sono infatti da imputare ad altre patologie”

La virologa Maria Rita Gismondo sostiene la tesi - viaggiando controcorrente - che i decessi siano stati attribuiti al virus, ma dalle cartelle cliniche risulta un’altra verità. Fermo restando che la sottovalutazione del rischio e l’inadeguatezza della sanità pubblica ne ha aggravato le conseguenze


11/05/2020

di Giambattista Pepi


Maria Rita Gismondo

In tutto il mondo il virus SARS-CoV-2 continua a diffondersi. Le persone contagiate, ammalate e le vittime aumentano. Crescono, per fortuna, anche le persone che guariscono. In ogni caso il panorama mondiale è variegato. Esistono Paesi dove il bilancio continua ad aggravarsi (Stati Uniti, America Latina, Regno Unito e Russia), altri (Spagna e Francia) dove l’emergenza sanitaria non è ancora cessata, mentre sono ancora pochissimi quelli che stanno tornando alla normalità sia pure con timori per i cosiddetti contagi di ritorno (Cina e Corea del Nord). 
L’Italia è un caso a parte. Nel Paese la situazione epidemiologica sta progressivamente migliorando (minor numero di contagi, di ammalati e di ricoveri ospedalieri, mentre cresce quello delle persone guarite), ma fa ancora paura il numero giornaliero di decessi e quello in assoluto dall’inizio della pandemia (oltre 30mila). 
Pur soddisfatti dell’andamento epidemiologico e della risposta complessivamente positiva della stragrande maggioranza della popolazione all’invito ad attenersi ai protocolli di sicurezza nei luoghi di lavoro e alle misure igieniche e di distanziamento sociale, l’Istituto superiore della sanità e il Comitato Tecnico scientifico continuano a essere cauti sull’accelerazione del processo di riapertura dell’economia consentendo anche ad altre categorie economiche e produttive non contemplate dal DPCM del 26 aprile firmato dal premier Conte. 
Gran parte delle Regioni vogliono stringere i tempi, mentre il Governo frena e le organizzazioni datoriali protestano a difesa degli interessi degli operatori economici e dei lavoratori ancora fermi ma anche per i ritardi nell’erogazioni degli aiuti e dei prestiti a famiglie e imprese previsti dai Decreti legge Cura Italia e Liquidità. 
A complicare le cose si aggiunga che all’interno della maggioranza di Governo non c’è compattezza, né unità tra i gruppi parlamentari. Sono ancora profondamente divisi sia sulle riaperture, sia sulle misure da adottare e infine sugli aiuti dell’Unione Europea (il Meccanismo europeo di stabilità sanitario: ovvero prestiti a dieci anni a tasso di interesse prossimo a zero senza condizionalità al di fuori del vincolo a spendere i soldi per coprire i costi sanitari diretti e indiretti della pandemia continua a essere il pomo della discordia su cui c’è già stato il via libera da parte dell’Eurogruppo nei giorni scorsi). 
Pur alle prese ancora con un’emergenza sanitaria tra le più gravi del secondo Dopoguerra, nemmeno nella comunità scientifica c’è concordanza di vedute sulla genesi del virus, sull’eziologia di cause e decorso, sulle terapie (da ultimo sulla reale efficacia del plasma donato da persone guarite clinicamente guarite). La riprova? L’intervista che ci ha concesso la professoressa Maria Rita Gismondo, direttore del laboratorio di microbiologia clinica, virologia e diagnostica bio-emergenze dell’Ospedale Luigi Sacco - Polo universitario di Milano, che ci ha detto cose molto interessanti, ma anche spiazzanti. 
Come, ad esempio, il fatto che tutti i Paesi del mondo, e tra questi gli Stati Uniti, fossero al corrente dell’esplodere di una pandemia o il fatto che gran parte delle persone decedute in Itlia per Covid-19 in realtà sarebbero morte per ben altre patologie, mentre il virus sarebbe stata solo una concausa del loro decesso. 
A beneficio dei nostri lettori, ricordiamo che la virologa Gismondo vanta un curriculum ricco di esperienze maturate anche all’estero, tra cui in un ospedale di Londra e al l’Università del Tenessee, negli Stati Uniti. Fermo restando che dal 1987 si è proposta come docente associato di microbiologia clinica prima all’Università di Catania, poi nella facoltà di Medicina dell’Università di Milano.

Questa pandemia era attesa? Si poteva prevedere? 
Sì. Era assolutamente attesa. Ci sono documenti in proposito che, tra l’altro, ha pubblicato anche l’Organizzazione mondiale della sanità. Noi sappiamo che ogni 8-10 anni ci sarà una pandemia. Lo deduciamo da modelli matematici. Tra l’altro erano state fatte esercitazioni a livello internazionale. L’ultima lo scorso ottobre simulando una pandemia da coronavirus negli Stati Uniti.

Fin da gennaio e, a più riprese, nel corso degli ultimi tre mesi, da alcuni media e alcuni capi di Stato e di Governo, è stato sostenuto in vari modi che il virus Sars-CoV-2 sia stato realizzato nel laboratorio di Wuhan da dove sarebbe uscito per un incidente. Qual è il suo punto di vista? 
Le rispondo anche come esperto del ministero degli Affari esteri presso un’Oda, un ufficio di implementazione della convenzione internazionale sul disarmo biologico delle Nazioni Unite. L’esperienza, maturata anche partecipando a queste riunioni, mi porta a dire che la verità è impossibile da conoscere. Di solito ci sono simpatie o antipatie di tipo geo-politico che confondono poi le idee. 
Dal punto di vista scientifico il fatto che un virus possa accidentalmente fuoriuscire da un laboratorio biologico è possibile, ma che sia avvenuto questo non penso siamo e saremo mai in grado di stabilirlo con assoluta certezza. Quindi né di smentirlo al cento per cento, né di asserirlo al cento per cento. Chi lo dice con sicurezza, ma non fornisce le prove, non dice il vero, ma lo fa verosimilmente per gettare discredito verso la nazione presa di mira e accusata - come fanno gli Stati Uniti verso la Cina - di avere generato deliberatamente la pandemia per trarne vantaggi di tipo politico, commerciale o sanitario.

La domanda che le persone semplici si pongono è: un virus può essere creato in laboratorio? Oppure il virus esiste in natura e si riproduce e addirittura può passare da una specie animale all’uomo? 
Entrambe le possibilità. Noi abbiamo moltissimi esempi di quelle che si chiamano zoonosi: cioè infezioni degli animali che poi possono essere trasmesse all’uomo. I virus ma anche i batteri subiscono delle mutazioni e adattano il loro organismo in modo da poter aggredire l’uomo. Dall’altro lato, ormai con la biologia sintetica, con l’ingegnerizzazione è possibile “costruire” anche ex novo un virus in laboratorio. Fa parte del fenomeno del dual use, uso duale: cioè l’uso della scienza può servire per fare del bene alla gente, ma può essere utilizzata da parte di menti malate per fare anche del male all’uomo.

Come valuta la risposta degli Stati e dei sistemi sanitari? Sono stati all’altezza di questa terribile sfida? 
No. Non in maniera assoluta perché tutti gli Stati hanno dovuto fare la corsa, inseguire il virus per cercare di migliorare le proprie condizioni sanitarie per essere capaci di combatterlo. Visto che tutti gli Stati al mondo sapevano che la pandemia sarebbe arrivata pensavo che ci potesse essere una preparazione anche in termini di posti letto da riconvertire negli ospedali e non certamente il sentirsi bravi perché improvvisamente si sono recuperati i letti nei reparti di rianimazione.  La maggior parte degli Stati non ha risposto adeguatamente alla pandemia.

Stati Uniti, Italia, Regno Unito, Spagna, Francia hanno avuto un numero di decessi superiori alla stessa Cina. C’è una spiegazione plausibile al fatto che il tasso di mortalità sia stato più elevato in alcuni Paesi e meno in altri? 
Per la Cina bisogna aprire e chiudere una parentesi perché non sappiamo se i dati che sono stati dichiarati dalla Commissione sanitaria nazionale corrispondano a verità perché Pechino, alcune settimane fa, ha rettificato precedenti dichiarazioni e rivisitato al rialzo i numeri dei contagi e dei decessi. 
Per il resto del mondo i dati sono differenti da un Paese all’altro. Anche all’interno dei Paesi ci sono differenze tra una regione e l’altra. È il caso dell’Italia con la Lombardia che ha avuto il più alto numero di contagi e di decessi. Per spiegare quanto accaduto in Lombardia sono state avanzate varie ipotesi. Anzitutto ha una popolazione in media più vecchia rispetto al resto dell’Italia: sappiamo che appunto gli anziani sono un po’ il ventre molle di questa pandemia. Fermo restando che il buon livello della sanità in Lombardia garantisce a molti pazienti di sopravvivere a lungo. Altre motivazioni sono state ipotizzate: ad esempio l’inquinamento atmosferico che comunque, a prescindere dal Covid-19, sappiamo ed è dimostrato che favorisce le infezioni respiratorie.

Si spiega quindi per esclusione che le regioni meridionali abbiano avuti un numero di contagi e di morti molto basso? 
Sì. Questa potrebbe essere una spiegazione. Dico potrebbe perché sono ipotesi che devono essere avvalorate.

Finora la causa delle morti viene attribuita all’azione del Coronavirus SARS-CoV-2. Ma come si fa a escludere che non sia stata una concausa: la maggiore incidenza della mortalità è stata in persone ultrasettantenni e con una o più patologie. 
Con il passare delle settimane si è chiarito che la causa della morte delle persone non è stata dovuta solo all’azione del virus. Già il 18 marzo l’Istituto superiore di sanità ha pubblicato un report analizzando circa 2.500 cartelle cliniche e da queste si deduceva che solo tre persone non avevano altre patologie gravi all’infuori del Covid-19, mentre tutte le altre, dunque quasi tutte, sono decedute a causa delle patologie di cui già soffrivano da tempo. Quindi il Coronavirus non ne è stato l’assassino, ma solo un opportunista che ha concorso semmai a rendere ancora più grave il quadro patologico accusato dai pazienti ricoverati con i sintomi da Covid-19. 
Questa tesi è stata portata avanti da me e da altri scienziati come Bassetti, Capua e altri non senza critiche. Ma la realtà sta venendo a galla: la maggior parte delle persone che muoiono si attribuiscono al virus, ma in realtà muoiono per altre patologie.  Coloro che sono stati colpiti da Covid-19, ma non soffrono di altre patologie, in genere guariscono sia negli ospedali sia a casa. Queste evidenze avrebbero potuto essere ulteriormente provate se si fosse potuto eseguire l’autopsia dei cadaveri, ma non è stato possibile perché non potendoli seppellire si è dovuto inviarli per la cremazione.

Possiamo allora affermare che se una persona ultrasessantenne o ultra settantenne si ammala di Covid-19 ma non soffre di altre malattie (tumore, malattie dell’appartato cardio-circolatorio, diabete e così via) può guarire. 
Sì. Assolutamente. I dati scientifici si basano sull’osservazione: non ci sono stato decessi solo da Covid-19, ma in genere le persone sono morte perché accusavano e soffrivano di altre patologie.

La terapia con il plasma donato da persone clinicamente guarite è l’unica strada possibile per trattare le persone ammalate di Covid-19
I primi a provarla questa terapia sono stati i cinesi. Adesso stanno venendo fuori molti report di successi. Direi che è una delle migliori possibilità di cura. Anche se proseguono gli studi e le ricerche in campo farmacologico per utilizzare altre molecole da poter eventualmente impiegare quando se ne saranno verificate efficacia e sicurezza nel trattamento. Certamente va riconosciuto che il plasma del sangue donato dalle persone guarite e trasfuso negli ammalati fornisce le “armi”, cioè gli anticorpi, per poter contrastare il virus. Ha un’ottima possibilità per essere una terapia di elezione.

È un’illusione crederci o una speranza pensare di poter disporre un giorno di un farmaco o di un vaccino? 
Del farmaco è una sicurezza. Del vaccino è una speranza. Perché del farmaco stiamo avendo ottimi risultati con delle molecole in sperimentazione o addirittura più molecole che vengono date in fasi diverse della patologia. Per il vaccino dobbiamo attendere. Del resto i tempi sono lunghi. Si pensi che attendiamo da trent’anni un vaccino per l’HIV (il virus che causa la sindrome da immunodeficienza umana definita AIDS – ndr).

Sui farmaci cosa si può dire? 
Sicuramente sappiamo che sono stati utilizzati anche se in associazione. Come l’eparina, per esempio, perché sappiamo che dà soprattutto vasculopatie gravi, trombi che nelle autopsie sono stati evidenziati. Poi anche l’antimalarico che è un antiparassitario. Però non abbiamo ancora un farmaco specifico per il Covid-19: siamo arrivati a dei farmaci che somministrati insieme, in alternanza, al paziente, in alcuni momenti della patologia, possono migliorare l’esito. 

Ci sarà una seconda ondata pandemica in autunno? È verosimile un’ipotesi del genere? 
Purtroppo sì, è verosimile questa ipotesi sulla base dell’esperienza maturata in passato. Dobbiamo attendere almeno quindici giorni e sperare che non si assista a una ripresa della curva epidemiologica, cioè che non tornino ad aumentare i contagi. Solo allora potremmo ipotizzare di esserci liberati dal virus e magari non doverlo incontrare nuovamente in autunno. Sono tutte ipotesi, ma una seconda fase di infezioni non si può escludere. Dobbiamo prepararci. Non dobbiamo mollare adesso.

Infine, quali insegnamenti possiamo trarre in generale da questa pandemia come persone e come nazioni? 
Come Paese dobbiamo imparare a essere più Paese. Perché anche questa volta lo spezzettamento della sanità, della possibilità di dare indicazioni diverse non ha fatto assolutamente bene né alla pandemia né alle persone. Quindi occorre essere più compatti. La sanità deve essere unica in una nazione, non può essere spezzettata.

E come persone? 
Come professionista soprattutto consiglierei una maggiore aderenza alla deontologia professionale. Abbiamo assistito in questi mesi a una infodemia dell’informazione, cioè a un’epidemia delle informazioni. Non è possibile che i virologi si trasformino in intrattenitori. Non è ammissibile che siano costantemente in trasmissioni TV come ospiti. È un protagonismo eccessivo che non fa bene all’immagine della nostra professione.

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