Cultura

"Gino Bartali. Una bici contro il fascismo"

Ancora una volta un libro sulla vita di uno straordinario campione. Scritto dal giornalista, saggista e politologo Alberto Toscano


28/01/2019

di Catone Assori


“Ci sono momenti in cui lo sport fa la storia e ci sono atleti che conquistano ben più di una medaglia. Adolf Hitler aveva concepito le Olimpiadi del 1936 come scenario ideale della sua propaganda razzista e Jessie Owens aveva colto quell’occasione per mostrare al mondo l’assurdità del razzismo. Questo libro parla di sport, di storia e di politica. E lo fa rivivendo la vita di Gino Bartali, uomo e atleta, e percorrendo con lui alcuni momenti fondamentali del nostro passato”. La cui vita è stata “talmente straordinaria che la realtà sembra talvolta frutto della fantasia e la narrazione del vero assume l’aria di un romanzo”. 
Parte da questo incipit l’ennesimo saggio scritto sul percorso terreno di un campione fuori dagli schemi. Oggi più che mai entrato nell’immaginario di molti sportivi e non solo. E a dare nuova voce a questo numero uno del nostro ciclismo - Gino Bartali. Una bici contro il fascismo (Baldini+Castoldi, pagg. 200, euro 17,00) - è stato Alberto Toscano, giornalista, saggista e politologo nato a Novara il 25 marzo 1948. 
Una penna dal pedigree importante. È stato infatti ricercatore dell’Ispi a Milano e redattore del settimanale Affari internazionali. A Parigi, dove vive dal 1986 e collabora con i principali gruppi radiotelevisivi, i media lo hanno definito “il più francese dei giornalisti italiani”. E sotto la Tour Eiffel si è guadagnato la nomina a cavaliere dell’ordine del merito della Repubblica francese, conferitagli dal presidente Jacques Chirac, onorificenza peraltro ottenuta anche da parte della Repubblica italiana per mano di Giorgio Napolitano. 
Laureato in Scienze politiche alla Statale di Milano, nel 1982 Toscano si era trasferito a Roma per lavorare al settimanale Rinascita, poi a L’Unità quale inviato speciale in Europa e Medio Oriente, quindi come corrispondente da Parigi per Italia Oggi e per L’Indipendente. Attualmente è presidente del Club de la presse européenne della Capitale francese. 
Ma veniamo alla sinossi. In questo suo ultimo lavoro Alberto Toscano - collezionista di giornali antichi, che sono stati in parte donati al Musée des Invalides di Parigi - analizza la figura del leggendario ciclista Gino Bartali, vincitore di tre Giri d'Italia e di due Tour de France, a partire da tutti gli aspetti del suo essere: l’uomo, lo sportivo, il credente, il marito fedele di due mogli (la sua bicicletta da corsa e quella in carne e ossa, Adriana, dalla quale ha avuto due figli, Andrea e Luigi), l’antifascista, l’anima controversa e schiva lacerata dalla morte prematura del fratello Giulio. Un uomo giusto, che preferiva inimicarsi il potere piuttosto che concludere una gara col saluto romano. 
La sua religiosità ha giocato un ruolo importante nell’avversione verso le leggi razziali, nel rifiuto dei simboli della dittatura, oltre che nello straordinario dinamismo della rete clandestina nata nel 1943 per nascondere e salvare moltissimi ebrei. Per questo motivo oggi leggiamo il suo nome sul Muro dei Giusti al Memoriale di Yad Vashem a Gerusalemme. 
“Ginettaccio” non amava parlare dei suoi meriti extra-sportivi e tantomeno dei suoi “chilometri per la vita”, percorsi fra la Toscana e l’Umbria per salvare gli ebrei perseguitati, procurando loro i documenti falsi, che nascondeva nell’intelaiatura metallica e nella sella della sua bicicletta. Non lo considerava un gesto fuori dal comune, ma la reazione che ogni persona dovrebbe avere di fronte alla vita minacciata degli altri. Un esempio di umanità per ricordarci la nostra. Un esempio importante soprattutto nei momenti difficili della nostra storia passata, presente e futura. 
Che dire: una piacevolezza narrativa per chi questo grande campione lo ha conosciuto di persona (come il giornalista Gianni Mura che, nella prefazione, ha tenuto a sottolineare quanto sia importante e giusto ribellarsi di fronte alle ingiustizie, ai diritti e alla libertà negati, alle atrocità come quelle attuate dai nazifascisti: e Bartali lo sapeva, molto prima che lo scrivesse Sartre), ma anche da parte di chi si è soltanto raffrontato con le sue imprese, sportive o umane che siano. 
Perché Bartali è stato un grande uomo e un grande atleta. Che ad esempio ancora è nel cuore di chi vi sta parlando di questo libro per via di un ricordo - riprendo pari pari da quanto ho già scritto - che dovrebbe risalire al 1949. Avevo dieci anni ed ero un supertifoso di Gino Bartali. Nello sport, allora, ci si divideva infatti fra i tifosi dello scorbutico portavoce del L’è tutto da rifare e quelli di Fausto Coppi, il campionissimo. Un po’ come nella mitologia a fare la differenza erano Achille ed Ettore. D’altra parte, con la miseria nera che si era portata dietro la guerra, per noi bambini non c’era molto altro da fare se non sognare tifando per qualcuno, osannandolo, trasformandolo in un esempio da emulare. 
Sta di fatto che un bel giorno Il Vittorioso - il settimanale della casa editrice cattolica Ave che si avvaleva delle strisce del geniale Benito Jacovitti (capostipite dei vignettisti italiani del dopoguerra) e che don Gianni, il canonico delle Braglie, il borgo sull'Appennino tosco-emiliano a due passi dal Comune modenese di Zocca, mi regalava per farmi servire (malamente) la messa della domenica - pubblicò l’indirizzo del mio idolo. Un colpo di fortuna, almeno per me. Così non ci pensai più di tanto: in gran segreto presi carta e penna e gli scrissi una letterina chiedendogli, con un bel po’ di faccia tosta, una sua foto autografata. 
Tre giorni dopo (perché allora, al contrario di oggi, il servizio postale funzionava davvero), Adriano, il postino che faceva le sue consegne a piedi portandosi a tracolla un borsone di pelle, mi strizzò un occhio e mi mise fra le mani una busta. La prima della mia vita. Preso da un attacco di eccitazione se non di panico, mi ritrovai con il cuore in gola. E quella lettera quasi non ce la facevo ad aprirla. Poi, quando finalmente ci riuscii, dentro non ci trovai la foto richiesta, bensì due. 
Insomma, il “mio” Bartali non mi aveva deluso e quelle foto debitamente autografate ancora oggi le conservo da qualche parte, in mezzo a uno delle migliaia e migliaia di libri che, come tutti i fanatici bibliofili, mi ritrovo. Per questo motivo, se dovessi cercarle, sarebbe impresa disperata, se non quasi impossibile. Ma poco importa: io so che sono lì, da qualche parte. E questo mi basta e avanza.

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