Cultura

“Gianni Brera dalla a alla z”: un intrigante dizionario di locuzioni e neologismi nel ricordo del figlio Orso Maria Giovanni


17/06/2021

di MAURO CASTELLI


Quello che non ti aspetti. Che magari ai più giovani dirà poco, ma che intrigherà alla grande quelli di una certa età. Perché Gianni Brera, indimenticato e indimenticabile giornalista e scrittore, ha rappresentato uno spaccato d’Italia, regalando ai lettori un suo apprezzato insegnamento: quello di far gioire la gente, rendendola complice della ruvidezza delle sue parole, che peraltro affondavano la loro origine nella benevolenza e nella pietà. 
E a farsene carico è stato uno dei suoi quattro figli, Orso Maria Giovanni Brera (per molti soltanto Franco Brera), attore e animatore, che aveva debuttato come giornalista con l’hobby della musica al seguito. Professione ribaltata alla fine degli anni Settanta, quando sarebbe diventato musicista con l’hobby del giornalismo. A sua volta portatore di una vita ricca, allargata a iniziative di indubbio interesse, oltre che di creatività (ha fra l’altro scritto canzoni, arrangiamenti, colonne sonore e musica di scena, ma anche ideato e diretto premi e festival della canzone d’autore). 
Lui che ha dato ora alle stampe, per i tipi di Cinquesensi editore, Mai paura. Gianni Brera dalla a alla zeta e oltre (pagg. 112, euro 15,00). “Un dizionario - parola di editore - intimo e potente, in cui il lettore s’imbatterà in locuzioni e neologismi di puro conio breriano, destinati poi a passare nel linguaggio comune, in metafore di spassosa invenzione, in soprannomi d’inesorabile e divertente verità”. 
Ricordiamo che Gianni Brera, all’anagrafe Giovanni Luigi Brera, era nato a San Zenone al Po l’8 settembre 1919. Un protagonista che strada facendo, grazie alla sua robusta inventiva e alla padronanza della lingua italiana, ha lasciato una profonda impronta sul giornalismo sportivo del secolo scorso, con al seguito una scia di termini entrati di prepotenza non solo nel linguaggio calcistico, ma anche nel nostro parlato quotidiano. 
A partire da Abatino, inizialmente coniato per Livio Berruti quando si era portato a casa il record italiano sui cento metri piani (e solo in un secondo tempo diventato sinonimo di Gianni Rivera), e poi sdoganando termini forti come Cazzo, parola invocata e bestemmiata di cui Joann faceva un uso smodato e che, come tutti gli italiani, ne sovrastimava il potere. Per poi proseguire con Ciurlina, Culo (nella doppia accezione letteraria e terrena) e addirittura Figa (che detta da lui assumeva il ruolo di una entità benvenuta, pure “nella versione glabra e spelacchiata dei nostri giorni”. Una meravigliosa opera della natura, che d’altra parte anche nella Bibbia veniva chiamata così).  
E poi - per tornare al calcio - eccoci approdare al Gran Bisiaco, come chiamava Fabio Capello, alla Goleada, all’Incornata, al Libero, al Fare Melina, alla Pretattica. E via a irridere i Sorbonagri (i saputelli che se la tirano da sapienti) o a inventarsi termini come Uccellare, che sta per “battere un avversario con larga ed evidente superiorità”. 
Insomma, un primo della classe. Manipolatore e geniale come pochi altri. Una divinità nel campo della parola scritta, ma anche un numero uno in quella privata, forte di una vita condita di inventiva e tanta voglia di raccontare. 
A questo punto, già che ci siamo, vorrei aggiungere, a mo’ di spigolature, alcuni ricordi personali e non su Gianni Brera, iniziando da quando, io ragazzo di bottega, alla domenica collaboravo con la redazione sportiva de Il Giorno, aggiornando le classifiche e tirando fuori curiosità statistiche. Guarda caso la scrivania dove mi facevano alloggiare era spesso proprio a fianco di quella del mio idolo giornalistico. Il quale tornava da San Siro per scrivere il suo pezzo su Inter o Milan e si sedeva, ben presto attorniato dai colleghi, versandosi un robusto bicchiere di whiskey da una bottiglia che conservava gelosamente nell’armadietto che stava dietro alle sue spalle. 
In primis, a tenere banco, era il responsabile della redazione sportiva Pilade del Buono (al quale in seguito avrei girato, quando eravamo colleghi al Sole 24 Ore, alcune bozze di titolo scritte a mano che credo siano state utilizzate nell’ambito della stesura della breriana opera omnia), poi Mario Fossati (cui è dedicato questo libro), Gianmaria Gazzaniga, Giulio Signori, Angelo Pinasi, Pino Forti e Saverio Sardone. L’unico ancora della… partita. 
Il quale Sardone lo ricorda a sua volta con affetto: “Appena assunto a Il Giorno ero stato suo compagno di… banco nella sede di via Fava. E siccome eravamo entrambi gran fumatori, spesso mi invitava (chiamandomi Saverione per via della mia stazza) a tirar fuori una sigaretta. Che spesso era un pacchetto se non una stecca. E siccome - erano altri tempi - avevamo un telefono in due, quando lui non c’era gli facevo da segretario, trattando - se capitava - anche certe sue collaborazioni. Una, in particolare, della quale fu talmente soddisfatto (della cifra pattuita) che a partire dal Natale successivo mi avrebbe regolarmente mandato in regalo una cassetta di vino pregiato. La qual cosa non deve stupire in quanto era generosissimo. In effetti, se si andava a pranzo o a cena con lui, non c’era verso di poter pagare…”. 
Ma torniamo ai miei ricordi. Con l’immagine ancora viva delle sue conferenze (nessuno si permetteva di dire la sua se non stuzzicato dal maestro), legate ai suoi trascorsi di soldato oppure abbinate a dotte dissertazioni sul tema della paura e della fortuna. Ricordando ad esempio di quando si era arruolato nel corpo dei paracadutisti, lavorando nell’ufficio stampa della Folgore, oppure di quando era fuggito in Svizzera ed era stato internato in un campo di lavoro per profughi italiani entrando in contatto con la nostra Resistenza. Vantandosi peraltro di aver attraversato tutto il periodo della Seconda guerra mondiale senza aver mai sparato un colpo. 
E, già che ci siamo, come non ricordare quando scrisse un pezzo memorabile sugli ultimi minuti, che si era “persi”, di una strana partita? Nel senso che Brera usciva dallo stadio in anticipo per evitare la ressa dello sfollamento. In quella occasione il Milan stava perdendo 2 a 1 contro il Lanerossi Vicenza. Ma i rossoneri, nei cinque minuti finali, rovesciarono il risultato vincendo 3 a 2. E proprio su quei 300 secondi Brera impostò il suo pezzo, geniale e funambolico come da sua consuetudine, concludendolo con queste parole: “Evidentemente questo è l’ano del Milan”. Una genialata, secondo me, che gli venne però bocciata dopo un consulto redazionale, quando lui era già tornato a casa. 
Altro episodio di cui nessuno è a conoscenza. Succedeva che Brera tenesse banco, assieme a numeri uno del calibro di Mario Soldati, a un premio letterario organizzato in Franciacorta dal mecenate Vittorio Moretti (imprenditore attivo nell’edilizia, nelle barche e soprattutto nel vino. Che peraltro a Gianni ha dedicato un’antica vigna piantata a Merlot scoperta insieme sulle pendici del Monte Orfano, a ridosso del Convento dell’Annunciata, i cui proventi vengono tuttora devoluti in beneficienza). 
E fu in una di quelle occasioni che mi chiese un passaggio per tornare a Milano, visto che abitavamo entrambi dalle parti dell’Arco della Pace. A un certo punto del viaggio chiese alle signore - mia moglie Annamaria e quella di Pilade Del Buono, Anna - di fumarsi un sigaro (è risaputo - a chi lo conosceva bene - quanto apprezzasse Bacco, Tabacco e Venere). Non potevano certo dirgli di no. Il viaggio andò bene, allietato dalle sue boccate di fumo e dalle sue storie (lui gran narratore di fatti in bilico fra il vero e il quasi vero), e lo lasciai davanti alla sua casa di via Cesariano. Insomma, tutto finì lì, ma non proprio. Successe infatti quello che ancora oggi mi lascia incredulo e mi induce alla riflessione. 
In quel periodo facevo lavare la macchina ogni venti o trenta giorni. E così per i sei mesi successivi. In genere veniva controllato anche il portacenere, fermo restando che io non ho mai fumato. Successe che Brera morisse il 19 dicembre 1992 in un drammatico incidente automobilistico sulla strada che collega Codogno a Casalpusterlengo, quando un’auto sbandò e invase la carreggiata opposta, uccidendo sul colpo Gianni, l’autista e un’altra persona. Una tragedia inaspettata quanto dolorosa, e non solo per chi lo conosceva bene. 
Tre giorni dopo la disgrazia andai a lavare l’auto e ritirandola trovai il portacenere aperto con ancora incastrato il mezzo sigaro che Gianni aveva fumato quella sera di tanti mesi prima. Nemmeno a dirlo la cosa mi colpì fortemente. Ovvio che non si trattava di un evento soprannaturale, ma era comunque tale da indurmi a una ragionata riflessione sui misteri della vita. E anche su quelli del dopo…

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