Cultura

“Ecco perché, io divulgatore e scrittore di romanzi storici ambientati nell’Antichità e nel Medioevo, ho deciso di scrivere una storia (vera) legata a un campo di sterminio nazista”

Di chi stiamo parlando? Di un autore da oltre un milione di copie vendute, il quale ci racconta il perché e il percome abbia dato voce a Il bibliotecario di Auschwitz (Newton Compton, pagg. 320, euro 9,90), un lavoro di accattivante quanto intrigante lettura


01/06/2020

di Andrea Frediani


Voi cosa fareste se il vostro più vecchio amico diventasse improvvisamente negazionista, oltre che complottista, visto che le due definizioni pare vadano spesso a braccetto? Qualcuno si indignerebbe, un altro si lascerebbe sedurre dalle sue teorie bislacche, qualcun altro si stringerebbe nelle spalle e continuerebbe la propria vita come prima. Ebbene, uno storico e uno scrittore non rimangono inerti, in linea di massima, soprattutto se si accorgono che questa malattia, il negazionismo, sta proliferando come un virus. 
Lo storico si indigna perché c’è gente che, senza alcuna preparazione storica - gente che magari a scuola neppure la studiava, la materia, né mostrava interesse al riguardo - dopo qualche consultazione di siti a tema su internet si sente in grado di formulare valutazioni e giudizi su eventi tra i più documentati della storia, come la Seconda guerra mondiale e l’Olocausto. Nessuno di costoro si azzarda o ha interesse a fare lo stesso per altri eventi e fenomeni come le Crociate, il Risorgimento, la Rivoluzione Francese, beninteso, ma sull’Olocausto si ritengono degli esperti; si sentono perfettamente in grado di distinguere le fonti affidabili da quelle che non lo sono, ritenendosi più preparati di persone che alla storia hanno dedicato la vita intera, imparando soprattutto a studiare le fonti e la loro affidabilità. 
Ma, sia ben chiaro, per costoro il movente è solo ideologico. Per loro, infatti, ogni testimonianza è fittizia, ogni documento contraffatto e ogni confessione estorta con la tortura; quindi potrai anche portargli milioni di fonti che attestano che l’Olocausto c’è stato, ma loro ti diranno sempre che è tutto falso perché qualcuno - magari solo uno - ha dichiarato che ad Auschwitz e negli altri campi non è morto nessuno, se non di tifo. In barba alla sterminata mole di documenti, testimonianze e confessioni che attestano il contrario. Per costoro è sufficiente che ci sia un’incongruenza perché tutto, per estensione, sia incongruente. 
E se lo storico si indigna, studia e indaga ancor più a fondo per confutare questi sedicenti studiosi, lo scrittore si mette a scrivere. Ecco perché uno scrittore di romanzi storici e divulgatore storico come me, pur specializzato in romanzi ambientati nell’Antichità e nel Medioevo, ha sentito l’esigenza di scrivere un romanzo ambientato ai tempi della Seconda guerra mondiale e ad Auschwitz in particolare, ma non solo. Dovevo far sentire la mia voce. Peraltro a me la storia piace tutta, e se ho scritto in massima parte in altri contesti è solo frutto del caso: quando si diventa noti in un determinato ambito si è condannati a replicare quel tipo di consenso: squadra che vince non si tocca… 
Nelle mie letture sull’Olocausto, quindi, mi sono imbattuto in una storia molto struggente a proposito dello scrittore e pittore polacco Bruno Schultz, che fu obbligato a collaborare coi nazisti nel ghetto di Brohobycz. Ho rielaborato la sua figura e ho collocato la mia storia ad Auschwitz, perché sentivo l’esigenza di raccontare la realtà dei campi di sterminio e delle camere a gas, almeno dal mio punto di vista. Ho consultato le memorie dei membri superstiti del Sonderkommando, le squadre speciali di ebrei che si occupavano di convincere i deportati a entrare nelle docce e poi erano addetti allo smaltimento dei cadaveri. 
Ho consultato le memorie di Rudolf Hoess, il comandante di Auschwitz che, con buona pace dei negazionisti, ha scritto un’allucinante autobiografia in cui arriva a vantarsi di aver sterminato - e non per odio, ma per efficienza - un numero di ebrei perfino superiore a quello effettivamente “trattato” nel lager di cui era responsabile. E sfido qualunque negazionista a giudicare “estorta” con la tortura questa dettagliata confessione. Ma i negazionisti non leggono davvero i documenti di cui negano la veridicità, ovviamente. 
E al di là delle memorie, ho consultato le più autorevoli ricostruzioni storiografiche sull’Olocausto, cercando di essere il più rigoroso possibile: so bene che avventurarsi in un’impresa del genere mi poteva esporre non solo al fuoco nemico, ma anche a quello amico: un tema sensibile come questo smuove ogni genere di coscienza. 
Inoltre, avevo intenzione raccontare entrambe le facce dell’Olocausto, quella dei lager e quella delle campagne militari. Non nego di essere rimasto molto impressionato, a suo tempo, da un libro pluripremiato come Le Benevole di Littell, e anche per questo ho voluto dare largo spazio agli Einsatzgruppen, le squadre speciali che seguivano la Wehrmacht durante le campagne all’Est, con l’incarico di liquidare ebrei e bolscevichi. Nel mio romanzo, le vicende di alcuni ufficiali che ne facevano parte si intrecciano inesorabilmente con quelle del protagonista, determinandone di fatto il destino. Ho anche provato a sperimentare un nuovo metodo narrativo: apparentemente redatto sotto forma di diario dal protagonista stesso, il testo, alla fine, cambia improvvisamente registro, assecondando la crescita di tensione del romanzo che si trasforma pagina dopo pagina in un vero e proprio thriller. 
E poi, c’è il mio amore per i libri, per la letteratura e per la storia, che spero si percepisca nel corso della lettura. Il protagonista si salva grazie all’opportunità che gli viene data di allestire una biblioteca nel lager con i libri requisiti nel ghetto di Cracovia, e col trascorrere delle settimane si convince di poter rendere più umane le SS - gran parte delle quali, è stato appurato, aveva la licenza elementare - facendo conoscere loro i capolavori della letteratura, mettendole così a contatto con geni come Hugo, Dumas, London, Goethe, Cervantes, Wilde, Molnàr, Melville, Pirenne e tanti altri, ma anche con autori che andavano molto di moda all’epoca. È stata un’occasione irripetibile, per me, per rendere un tributo ai miei libri preferiti, che hanno contribuito a farmi essere ciò che sono. 
Perché è questo che dovrebbero fare i libri: formarci. Con buona pace di chi ritiene che con la consultazione dei siti internet si impari tutto ciò che c’è da sapere…

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