Cultura

"E dopo tanta notte strizzami le occhiaie"

Torna sugli scaffali, per non farsi dimenticare, Andrea G. Pinketts con le sue ultime storie: surreali, irriverenti, ironiche, strampalate…


13/05/2019

di Valentina Zirpoli


Nella sua breve vita non si era fatto mancare nulla Andrea G. Pinketts: gli anni della giovinezza trascorsi tra i bulli e i bar della periferia milanese, da piazza Tripoli al Giambellino, da Lorenteggio a piazza Bolivar, frequentando assiduamente locali e discoteche della zona; i trascorsi come pugile e anche come fotomodello (nel 1986 era stato testimonial di una campagna pubblicitaria per Armani); i suoi successivi colpi di gomito da bastian contrario in un ambiente, quello degli scrittori, che non sempre te le perdona. 
Lui personaggio - come abbiamo già avuto modo di annotare - geniale, irriverente, bene e spesso sopra le righe; lui portatore di una prosa contraddistinta da un linguaggio originale quanto dissacrante, dal taglio “post-moderno” secondo alcuni critici; lui premiato scrittore (al suo attivo, fra gli altri, il Scerbanenco, due edizioni del Mystfest e la medaglia d’onore de l’Assemblée Nationale de la Republique Française per meriti artistici e culturali); lui giornalista investigativo di un certo peso (celebri i suoi reportage per Esquire e Panorama), nonché drammaturgo, presentatore, attore, opinionista e chi più ne ha più ne metta. 
Lui che si era dato un gran da fare per proporsi come un tipo che lascia il segno, peraltro riuscendoci: con quella faccia un po’ così, il sigarone stretto fra i denti tanto per darsi un tono, le cravatte impossibili e i cappelli pure. Con il suo fare da bauscia abbinato a quella voce bassa, rugginosa, a volte indisponente: quella di chi è il più bravo della classe e non vuole che nemmeno si pensi a contraddirlo; lui autore di molti romanzi in bilico tra il noir e il grottesco, in parte incentrati sulla figura di Lazzaro Santandrea, suo alter ego e protagonista di bizzarre avventure nella Milano contemporanea, di cui gli ultimi  due erano stati Depilando Pilar e La capanna dello zio Rom, editi da Mondadori; lui che, alla stregua di Sanantonio, l’irriverente commissario della polizia di Parigi uscito dalla penna del francese Frédéric Dard, si era a sua volta inventato un modo di raccontare contraddistinto dai giochi di parole e dalla presa in giro dei generi letterari. 
Andrea G. Pinketts, si diceva, pseudonimo piacevolmente rubato, inglesizzandolo, a quello iscritto all’anagrafe per regalarsi un tocco di internazionalità: in realtà si chiamava Andrea Giovanni Pinchetti, nato a Milano il 12 agosto 1961 (anche se il critico Antonio D’Orrico, non si sa se per amicizia o per qualche svolazzo di fantasia, lo voleva metà irlandese e metà milanese, giurando peraltro sull’autenticità del suo cognome). 
Un uomo che ha vissuto poco, ma intensamente. In quanto ha lasciato questo mondo il 20 dicembre 2018 all’Ospedale milanese di Niguarda dopo aver lottato per un anno contro un tumore alla gola. Una morte seguita dai funerali celebrati nella basilica di Sant’Eustorgio, guarda caso situata accanto al suo “bar-ufficio” Le Trottoir
E, come regalo di addio a questo autore, Mondadori ha dato alle stampe E dopo tanta notte strizzami le occhiaie (pagg. 244, euro 18,00), una antologia di racconti scritti nel periodo più difficile della sua vita. Fra le righe dei quali - costellati, ci mancherebbe, di strampalati personaggi e citazioni colte - si parla anche di una vittoria contro i suoi problemi di salute, di quel male “che dormiva come un pipistrello a testa in giù” che si sarebbe però risvegliato negandogli altri spazi di vita. 
Che altro? Il gusto - come da note editoriali - di ironizzare sulle fobie incontrollabili, le paure irrazionali dell’ignoto, dell’altro, di noi stessi: i mali del nostro tempo che sfociano nella violenza, nella xenofobia, nel femminicidio. Con la forza di guardare in faccia i propri fantasmi e godersi i propri mostri e affrontarli. Come peraltro suggerisce la sua penna irriverente, surreale e dolorosamente rivelatrice. 
Andrea G. Pinketts che, a fronte di una robusta cultura (in bilico tra filosofia e mitologia, cinema e fumetti), ha elaborato “un singolare progetto di letteratura e immagini con la pittrice Alexia Solazzo: un canto del cigno che si traduce in un incontro scintillante che accende un sigaro pieno di fuochi d'artificio, a dispetto di chi crede che le arti siano a compartimenti stagni”. Risultato? “Un ibrido affascinante e spaventoso come i personaggi che popolano queste pagine: creature dimenticate da Dio che, in cerca di loro stesse e del loro destino, trovano in lui l’unico autore in grado di raccontarle”. Come nel caso dei tre ubriaconi che decidono di rapire il Tempo, per arrestarlo. Salvo poi fare marcia indietro soltanto perché qualcuno la ritiene una cosa assurda… 
Insomma, fra le pieghe di queste storie (l’ultima delle quali si rifà al 4 febbraio 2018 - h. 23,50) sembra aleggiare l’ombra della morte, sia pure sbeffeggiata alla sua maniera. “In una sfida incessante che trasforma questo libro in un autentico testamento letterario”.

(riproduzione riservata)