Cultura

“Come la grandine”, che prima distrugge e poi si scioglie, anche l’assassino colpisce duro per poi sparire nel nulla

Torna, per la sua quarta stagione riminese, l’accattivante penna di Gino Vignali. Il quale rimette in pista la fascinosa squadra guidata da un vicequestore speciale, la bellona Costanza Confalonieri Bonnet. Questa volta alle prese con un vip finito male e altri strani incidenti


30/11/2020

di Mauro Castelli


E quattro. Con Come la grandine (Solferino, pagg. 238, euro 16,00) Gino Vignali ha completato la serie di commedie noir iniziata con La chiave di tutto e proseguita con Ci vuole orecchio e La notte rosa. Quadrilogia imbastita sulle stagioni riminesi, sullo sfondo del Grand Hotel di felliniana memoria, nonché sulle indagini portate avanti dalla locale Squadra mobile, squadra interpretata da personaggi che lasciano il segno, che fanno la differenza, a fronte di strutture narrative dal taglio cinematografico. 
Protagonisti che per certi versi - ne abbiamo già parlato - richiamano quelli messi in scena da Andrea Camilleri nelle sue storie del commissario Montalbano. “Un passaggio quasi obbligato - a detta di Vignali - in quanto lo scrittore siciliano ha rappresentato un faro per tutti. Lui abile come pochi nello stemperare la drammaticità dei delitti con la leggerezza dei suoi personaggi”, che ruotano appunto intorno ad alcune figure chiave. 
In primis - nel nostro caso - il vicequestore Costanza Confalonieri Bonnet (Connie per gli amici, Cocò per gli intimi), una donna bellissima, di ottima famiglia, di buona educazione e per di più molto ricca. Una poliziotta di stanza a Rimini da un anno, dove può contare su una squadra irresistibile: ovvero l’ispettore latinista Orlando Appicciafuoco che corregge i colleghi quando sbagliano a esprimersi in italiano, l’assai meno intellettuale vicesovrintendente Emerson Leichen Palmer Balducci e la nerd Cecilia Cortellesi, agente scelto arrivata da Bergamo, esperta di informatica e di diavolerie elettroniche. 
Questa quarta storia - il cui titolo richiama l’uscita di scena del colpevole, appunto “come la grandine, che prima distrugge e poi sparisce, sciogliendosi” - risulta legata a una trama che si dipana fra moderni criminali e antichi tesori, sullo sfondo di una Rimini autunnale (si era infatti partiti con il primo libro dall’inverno, per poi proseguire con la primavera e l’estate). Rimini, una città che, archiviata la stagione turistica, si ammanta di fascino e mistero, ma anche - ci mancherebbe - di delitti e strane faccende. 
Tutto inizia la mattina dopo la grande festa internazionale al Grand Hotel, quella che ha aperto le celebrazioni per il centenario dalla nascita di Federico Fellini, quando un famoso produttore viene trovato morto nella sua suite in circostanze più che equivoche. 
Chiamata a indagare, Costanza Confalonieri Bonnet (più intelligente che simpatica, più simpatica che bella, e bella lo è davvero) è una tipa che mette malvolentieri la divisa. Forse memore di quello che sosteneva Federico Restelli, il padre di suo figlio, che cioè vestita così sembrava una pornostar, perché “la metà dei film porno comincia con una donna molto provocante in divisa”. Lei che, assieme ai suoi, trova subito la pista giusta, anche grazie all’aiuto di un ex corteggiatore che rispunta dal passato, con un tempismo quasi pari al suo fascino. 
Nemmeno a ricordarlo, il clamore mediatico si accende sull’omicidio vip, ma a fare notizia è anche una sequenza di gravi incidenti, troppo strani per essere solo frutto del caso. Ovvero l’esplosione di una barca, una strana overdose, un omicidio stradale. 
Sta di fatto che mentre la squadra rischia di perdere dei pezzi, tra pericoli mortali e dilemmi professionali, Costanza è alle prese con un’inquietudine mai sperimentata prima, oltre che con il matrimonio di Emerson Leichen Palmer Balducci e Cecilia Cortellesi, evento lieto ma sofferto almeno sul piano organizzativo. Quando poi ci si mette anche Giulio Cesare a complicare il quadro, l’unico che può dipanare la matassa è Orlando Appicciafuoco... Fermo restando un finale per così dire aperto. Il che lascerebbe intendere che la sua squadra vincente abbia intenzione ancora di indagare. E, proseguire su questa strada, non sarebbe una cattiva idea. 
Detto del libro, spazio all’autore. Gino Vignali (all’anagrafe Luigi), nato a Milano il 7 luglio 1949, è lo storico compagno di Michele Mozzati, con il quale aveva fondato nel 1970 un gruppo cabarettistico composto da quattro persone, I Bachi da sera, gruppo che si sarebbe sciolto con la fine degli studi universitari. Ma il loro sodalizio, sotto l’etichetta di Gino & Michele, sarebbe proseguito, contribuendo alla nascita e alla crescita di Radio Popolare, partecipando a numerose trasmissioni satiriche, ad esempio regalando a Enzo Jannacci il testo di quel grande successo che fu Ci vuole orecchio. Ma la loro vera svolta sarebbe arrivata con le trasmissioni, ideate da Antonio Ricci, Drive In, Matrioska e L’araba fenice
Primi passi di una carriera, lunga sempre, in campo televisivo, cinematografico, teatrale, editoriale e giornalistico. Mettendo peraltro a segno colpacci da maestro, come l’ideazione negli anni Settanta dell’agenda Smemoranda (tuttora sulla breccia), il contributo alla nascita e al successo di Zelig o la pubblicazione nel 1991 del vendutissimo Anche le formiche nel loro piccolo si incazzano nonché di altri libri di successo. Per poi, strada facendo, lasciarsi risucchiare dal ruolo di responsabili di progetto (“Un po’ produttori e un po’ registi”) nel campo dello spettacolo. Sin quando, quasi tre anni fa, Vignali decise di chiudere con questo tipo di lavoro - “In parallelo con la fine di Zelig” - per via di “un piccolo intervento”. Fu così che - riprendiamo da una lunga chiacchierata datata luglio 2018- “avendo un sacco di tempo a disposizione, mi dedicai alla lettura di libri gialli, una mia grande passione assieme al tennis, alle bici da corsa (ne possiedo due) e al nuoto”. 
E mentre “stavo leggendo i romanzi dei bravi Marco Malvaldi e Alessandro Robecchi (fra i miei preferiti insieme a Michael Connelly, il citato Andrea Camilleri, Antonio Manzini e Maurizio de Giovanni) mi sono lasciato andare a una riflessione: come mai da vent’anni non scrivo più una parola? Riflessione subito seguita da un interrogativo: sarei capace di imbastire un giallo? Sta di fatto che mi misi a scrivere a mano su una vecchia agenda della Moleskine, grossa quanto una rubrica telefonica”. 
All’inizio fu faticoso, “perché avevo perso la manualità. Poi via via avrei ripreso confidenza con la penna e non mi sarei più fermato. Benché i testi, una volta limati (scrivo sulla parte destra delle pagine, lasciando spazio sulla sinistra ad appunti e osservazioni), alla fine li ripasso al computer”. Insomma, è impensabile al giorno d’oggi, anche per un tipo fuori dalle righe come lui, non usare la tecnologia informatica…

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