Di Giallo in Giallo

“A unirci nella vita è un piccolo grande segreto: ci piace uccidere”

Dalla graffiante penna di Samantha Downing un thriller che sta sbarcando in 21 Paesi. Mirino puntato anche sul canadese Iain Reid e il geniale Luca D’Andrea


24/02/2020

di Mauro Castelli


Avvincente e ricco di colpi di scena, oscuro e ingegnoso, scioccante e brutalmente intrigante, forte di contenuti che riescono a creare disagio nel lettore (come se avesse una parte di complicità nell’intricata vicenda raccontata): di fatto i complimenti, da parte della critica internazionale, si sono sprecati per una prima volta da copertina pubblicata o in corso di pubblicazione in 21 Paesi: quella firmata da Samantha Downing, che lo scorso anno aveva dato alle stampe My Lovely Life, candidato a un Edgar Award come miglior opera prima, arrivato a tambur battente sui nostri scaffali per i tipi della Newton Compton come Il matrimonio dei segreti (pagg. 380, euro 9,90, traduzione di Marialuisa Amodio). 
Per la cronaca l’autrice si propone, il che non guasta, come una bella ragazza dai lunghi capelli biondi nata nella Contea di Marin, in California, e attualmente residente a New Orleans. Lei che per dare voce a questo suo primo lavoro aveva preso spunto da un documentario (ma non è dato sapere quale), per poi mettersi a scrivere e riscrivere la sua storia. Fermo restando che quando l’ispirazione non le arriva si limita a “schiacciare un pisolino”. 
Che altro? Una autrice che ritiene importante avere stimoli critici da parte di altri autori, così come ama confrontarsi con il pubblico dei lettori. Una abile intrattenitrice già in dirittura d’arrivo con il suo secondo libro (He Started Hit), visto che il ferro va battuto sin che è caldo. La quale non lesina ringraziamenti a destra e a sinistra a partire da sua madre (“Che mi ha sempre sostenuta in qualsiasi folle avventura mi sia lanciata”), da suo fratello (“Che mi ha reso forte”) e dal suo capo Andrea (“Un’amica di lunga data che mi ha sempre incoraggiata”). 
Detto questo, spazio alla trama, imbastita su una coppia innamorata, che vive in una bella casa e ha dei figli adorabili. Insomma, una famiglia come tante, all’apparenza quasi perfetta. Già quasi, perché fra loro c’è un piccolo grande inconfessabile segreto… E a rendere più coinvolgente il racconto è la narrazione in prima persona. 
“La nostra (quella fra Tobias, che è sordo e fa il commercialista, e Petra, una disordinata ragazza di origine russa) è una storia d’amore piuttosto comune. Ho conosciuto una bellissima donna, mi sono innamorato perdutamente di lei. Abbiamo avuto due figli. E, come molte coppie, abbiamo finito per trasferirci in una bella villetta in un quartiere residenziale. La vita ci ha regalato l’opportunità di avere qualcuno con cui condividere ogni cosa. E così, quando ci siamo annoiati della monotonia quotidiana, abbiamo potuto contare l’uno sull’altra”. 
Da fuori “sembriamo una coppia normale. Potremmo essere i tuoi vicini; i genitori degli amici dei tuoi figli; i conoscenti con cui fai quattro chiacchiere al supermercato o gli amici degli amici con cui ogni tanto vai a cena. Ma tutti i matrimoni nascondono un segreto che li mantiene vivi. Un trucco grazie al quale l’unione tra due persone rimane salda e ardente come il primo giorno. Il nostro segreto è che ci piace uccidere”. 
Per farla breve: una storia dura e cruda che parte al rallentatore, senza lasciare intendere dove voglia andare a parare, per poi ingranare la quarta; un canovaccio supportato da una scrittura - e non è da tutti - che è un sollievo per l’anima tanto è semplice, accattivante e al tempo stesso graffiante; una capacità di regalare spessore al racconto che quasi mai è nelle corde di un principiante. Fortuna vuole che esistano le eccezioni.  


Voltiamo libro, proponendo il thriller d’esordio del quarantenne giornalista canadese Iain Reid, Sto pensando di finirla (Rizzoli, pagg. 254, euro 18,00, traduzione di Giulia De Biase), un lavoro del 2016 diventato in breve tempo un bestseller internazionale, venduto in una ventina di Paesi e in predicato di diventare una produzione Netflix diretta dal premio Oscar americano Charlie Kaufman. Un successo non certo campato in aria, visto che anche il suo secondo romanzo, intitolato Foe e uscito quasi due anni fa, si è a sua volta guadagnato le luci della ribalta. In questo caso con diritti cinematografici acquisiti da Anonymous Content. 
Per la cronaca Iain, che vive a Kingston nell’Ontario, è fratello di Elisa, dal primo agosto 2016 diventata Fist Lady d’Islanda. Detto questo ricordiamo che, subito dopo essersi laureato, la nostra penna avrebbe iniziato a collaborare con alcune testate nazionali per poi dare alle stampe un due libri di memorie, sino ad arrivare a tenere banco - dal 2015 - sulle colonne del The New Yorker, importante periodico a stelle e strisce. 
Detto questo spazio alle note su Sto pensando di finirla qui, una storia nera quanto originale, impregnata di un angoscioso quanto terrorizzante finale. Una storia di quelle alla Stephen King per intenderci, ma anche imbevuta di “suggestioni alla David Linch”. 
La vicenda inizia partendo dalle considerazioni che danno il titolo al romanzo: “Sto pensando di finirla qui. E una volta che arriva, il pensiero rimane. Si trattiene. Si mette comodo. Spadroneggia. Non se ne va. L’idea non è nuova. Ma allo stesso tempo mi sembra vecchia…”. E poi “avrai paura, tanta paura, senza sapere perché”. 
La scena? Quella di un’America sotto la neve appena intravista dai finestrini, sullo sfondo di “una statale silenziosa e vuota, solo profili piatti che si ripetono, un’altalena, un granaio, pecore ferme nella luce del pomeriggio, fienili e campi. Seduta in macchina, sotto la musica country trasmessa dalla radio, la ragazza di Jake (sì, perché lei curiosamente non ha un nome) guarda la campagna e continua a pensare che dovrebbe farla finita con lui; anche se Jake, con quella sua aria svagata e il suo conversare interessante, in fondo, le piace. Ora sono di ritorno dalla casa dei genitori di lui, una fattoria sperduta dove lei ha incontrato per la prima volta quella coppia singolare”, non proprio sana del tutto. Ma si è dovuta confrontare anche con i lugubri recinti degli animali, una cantina misteriosa, un fratello morto, fotografie inquietanti… “Incontri che le hanno lasciato addosso una sensazione inafferrabile, come di chi avesse varcato, per il tempo di una sera, la scena di un’allucinazione altrui”. 
Purtroppo il disagio, anziché sparire, peggiora quando Jake, “nel mezzo di quel luogo desolato mosso solamente dalla neve in aumento, si ferma in una gelateria: un edificio che emerge, fluorescente, dal buio, le vetrine sbiancate dai neon. Un attimo dopo imbocca una stradina secondaria, parcheggia davanti al suo vecchio liceo, chiuso ovviamente, e sparisce all’interno di quella scuola” dov’era successo qualcosa di brutto. 
Per la sua ragazza, lasciata sola in macchina, ha inizio allora “un altro percorso, vertiginoso, nel versante più oscuro della realtà, dove scoprire che fine ha fatto Jake fornirà finalmente la risposta, del tutto imprevedibile, a cosa sia accaduto davvero in questo silenzioso viaggio a due”. 
In sintesi, un lavoro per palati fini - lo si sarà capito da queste briciole di storia - che metterà alla prova la sensibilità del lettore, ingarbugliando il presente con il passato. Una storia incuneata fra le pieghe di un percorso ricco di inaspettate giravolte: complesse, intellettuali, profonde. Tali da indurre alla riflessione, a patto che ci si applichi in una lettura attenta, peraltro “segnata da un certo disagio”. Insomma, non dovrete avere fretta nel chiedervi dove l’autore vuole andare a parare. A un certo punto ve ne renderete conto, quando cioè la vicenda prenderà una piega decisamente più disturbante, all’insegna di vere e proprie stilettate.   


In chiusura, sulla scia dell’interesse registrato nel corso della pubblicazione a puntate sulle pagine de la Repubblica fra il 9 e il 25 agosto dello scorso anno, segnaliamo l’approdo in libreria de L’animale più pericoloso (Einaudi, pagg. 226, euro 17,50), un graffiante lavoro firmato da Luca D’Andrea, nato a Bolzano il 15 maggio 1979, città dove lavora come insegnate precario d’italiano in una scuola media e dove tuttora vive perché le radici sono quelle. 
Una penna, la sua, capace di far breccia anche nei palati più raffinati, giocando su diversi tavoli narrativi: vale a dire dandosi da fare come sceneggiatore, documentarista, collaboratore di testate giornalistiche importanti e, soprattutto, come scrittore. 
Lui che, dopo aver debuttato nelle librerie nel 2009 con la trilogia fantasy-horror per ragazzi intitolata Wunderkind e firmata come G. L. D’Andrea, quattro anni fa aveva firmato La sostanza del male, un caso editoriale tradotto in 42 Paesi. Un lavoro nel quale, “con voce inconfondibile, abbinata a una padronanza assoluta del ritmo e del racconto, ha saputo mostrarci come un thriller possa mettere a nudo il cuore di un uomo travolto dalla propria ossessione”. Un romanzo peraltro in predicato per diventare una serie televisiva internazionale. 
A seguire, con Lissy, D’Andrea si sarebbe portato a casa il Premio Scerbanenco 2017 con questa motivazione: “Un originale esempio di noir ambientale in cui la montagna, vera protagonista del romanzo, nasconde antiche paure e minacce, esplorando in modo paranoico i segreti più oscuri della provincia italiana”. 
E ora eccolo tornare sugli scaffali con L’animale più pericoloso, una intrigante storia legata a una serrata caccia all’uomo “fra sentieri nascosti, masi abbandonati, cadaveri senza nome e interrogativi per cui, forse, non esiste risposta”. Un lavoro dove l’autore tocca a più riprese alcuni temi caldi: quelli che vanno dalla difesa dell’ambiente alla violenza sulle donne, dallo sfruttamento all’immigrazione clandestina sino ad arrivare ai pericoli legati all’utilizzo irresponsabile della Rete. Temi peraltro funzionali al racconto, legato alla ricerca di una tredicenne finita nelle mani di uno schizofrenico omicida. 
Si chiama Dora Maria Holler, la nostra ragazzina dalle trecce alla Greta Thunberg (che lei peraltro adora), nata e cresciuta a Sesto Pusteria, in Alto Adige Südtirol. Lei consapevole quanto testarda, prima della classe in ogni materia, che nonostante la giovane età ha già le idee chiare su ciò che non va nel mondo e su ciò che bisognerebbe raddrizzare. Così ha rimpiazzato lo speck con il tofu, anche se la madre la mette in guardia che… Inoltre, nel suo piccolo, Dora si è data una missione: salvare, in Val Fiscalina dove è prevista la costruzione di una stazione di risalita, il nido di una lince. Lince che dovrà essere catturata, messa in gabbia ed eventualmente portata in un luogo più sicuro. Ma lei non ci sta, perché gli animali non devono finire in gabbia. 
E allora? Allora decide di scappare di casa con Gert, un tipo che ha conosciuto su Internet. Peccato che Gert sia un adulto e che non faccia parte della Resistenza contro la distruzione dell’ambiente. Per il semplice motivo che quel Movimento non esiste. Quest’uomo, capace di mentire anche a se stesso, in realtà lavora per un parco-zoo austriaco. E oltre tutto è uno psicopatico, che ha già fatto fuori il collega Hannes Baumgartner (“Sai cosa mi ha detto Hannes quando gli ho sparato? Mi ha ringraziato”). Un caso sul quale sta indagando il capitano Orlandi della locale stazione dei Carabinieri. La storia si dipanerà quindi, in un crescendo di tensione, sia nella ricerca di Dora che nella cattura di Gert. 
Secondo logica narrativa, la fuga della ragazzina, che doveva rappresentare un specie di viaggio iniziatico, si trasformerà in un incubo, impigliandosi nelle scivolose maglie di un disegno che parte da lontano. La ricerca di Dora, inoltre, scatenerà - in una frenetica corsa contro il tempo per il suo salvataggio - volontari armati di fucile, abitanti del luogo, addetti al Soccorso alpino di cui fa parte come dirigente suo padre, ma anche teste calde e a volte irresponsabili. In quanto non tutti la pensano allo stesso modo. 
Di fatto, per salvare la tredicenne, servirà qualcuno che abbia conosciuto da vicino “l’essenza più pura dell’orrore, un uomo secco come un colpo di manganello e dallo sguardo come filo spinato, che dà la sensazione di quando imbocchi una curva e ti rendi conto che il ghiaccio sta per fregarti”. 
Ovvero il capitano dei carabinieri Viktor Martini, quello che in un’altra vita, a Roma, aveva catturato lo Squartatore del Testaccio. Ma da allora non è più lo stesso, impegolato com’è con la Commissione disciplinare e confinato, in attesa di giudizio, nell’Ufficio scartoffie. Quelle stesse che gli consentiranno, una volta tornato in servizio per volere della Pm Pellegrini (benché venga considerato “pericoloso per sé e per gli altri”), uno spiraglio di luce su questa brutta storia. Fermo restando, è risaputo, che l’animale più pericoloso è sempre quello ferito... 
Che dire: un lavoro di piacevole leggibilità, capace di indurre alla riflessione sui tanti mali del nostro presente; una storia che si dipana all’insegna del ritmo, in un ambiente che l’autore sembra conoscere molto bene: quello del suo territorio e della gente che lo abita. 
E questo è quanto. Anzi, no. C’è infatti un peccato veniale al seguito: quello legato agli accenti. Che nella nostra lingua hanno un loro perché. Teniamo allora a ricordare ai pur bravi redattori della Einaudi che nel titolo di questo lavoro, ma anche nel testo, l’accento sull’aggettivo o avverbio più è sbagliato, in quanto grave e non acuto. Non bastasse anche altri infortuni si rincorrono, e non certo per colpa dell’autore. Un esempio? Come si dovrebbe sapere “se stesso”, vedi quarta di copertina, non vuole l’accento. Va bene che la lingua italiana è in evoluzione, però…

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